Sindacati Militari

Pensioni in divisa, il Governo gioca al rinvio: La Fortuna, “100 euro oggi non possono comprare il silenzio su una pensione più povera domani”

La premessa: pochi euro oggi, un buco domani

Il rinnovo contrattuale 2025-2027 rischia di trasformarsi in una fotografia impietosa: meno di 100 euro netti medi in tasca e zero certezze sulla pensione futura.

Il Governo mette sul tavolo aumenti lordi stimati intorno ai 190-195 euro, che nella realtà quotidiana del personale in divisa diventano ben altra cosa. Intanto, però, la previdenza dedicata sparisce dalle bozze finali del contratto e viene parcheggiata nel solito recinto dorato dei tavoli tecnici.

Tradotto: soldi veri subito per la previdenza, nessuno. Promesse, molte. Scadenze, vaghe. Responsabilità politica, rinviata.

Ed è proprio su questo punto che arriva la presa di posizione durissima di Giuseppe La Fortuna, Segretario nazionale USMIA Carabinieri, che denuncia un cambio di rotta grave da parte dell’esecutivo.

La Fortuna: “Il Governo non può chiedere sacrifici da militari e poi trattarci da impiegati qualunque”

Per Giuseppe La Fortuna, la questione non è soltanto economica. È una questione di rispetto istituzionale.

“Il Governo non può continuare a parlare di specificità militare nelle cerimonie e poi dimenticarsene quando bisogna mettere le risorse sul tavolo”, afferma La Fortuna.

Il punto è semplice e velenoso: al personale in divisa vengono chiesti obblighi speciali, disponibilità permanente, limitazioni, rischi operativi, impieghi lontani da casa, turni pesanti e responsabilità enormi. Ma quando si arriva alla pensione, quella specificità svanisce come fumo.

“Non siamo lavoratori qualsiasi quando serviamo lo Stato giorno e notte. Non possiamo diventarlo improvvisamente quando si parla del nostro futuro previdenziale”, sottolinea La Fortuna.

Il dietrofront di luglio: la previdenza sparisce dal testo

Nei mesi precedenti, era stata prospettata la possibilità di inserire nel contratto 2025-2027 una misura strutturale e immediata sulla previdenza dedicata. Una risposta attesa da anni, soprattutto dal personale arruolato dopo il 31 dicembre 1995, destinato a subire le penalizzazioni più pesanti del sistema contributivo.

Poi, tra il 9 e il 13 luglio 2026, nelle bozze finali presentate ai tavoli negoziali, il colpo di scena: i fondi per la previdenza dedicata non ci sono più.

Al loro posto resta un aumento stipendiale che, al netto, rischia di pesare molto meno nella vita reale di quanto sembri nei comunicati ufficiali. Scarsi 100 euro netti, mentre il nodo pensionistico viene spinto più avanti.

Il tavolo tecnico: quando il rinvio si veste da soluzione

La formula scelta dal Governo è quella già vista: un tavolo tecnico interministeriale da convocare entro 90 giorni dalla firma del contratto, con Funzione Pubblica, Difesa, Interno e MEF.

Obiettivo ufficiale: verificare la sostenibilità finanziaria e individuare le risorse per la previdenza dedicata nella prossima Legge di Bilancio.

Ma per La Fortuna il meccanismo non convince.

“Un tavolo tecnico senza risorse certe rischia di essere solo una sala d’attesa. E il personale in divisa non può più vivere in sala d’attesa”, attacca il Segretario nazionale USMIA Carabinieri.

Il sospetto è evidente: far firmare oggi un contratto privo di coperture previdenziali e rimandare tutto a domani. Un domani che, nella storia recente, troppo spesso non arriva mai.

“La nostra firma non è in vendita”

La posizione di La Fortuna è netta: nessuna firma al buio, nessun via libera a un testo che non offre garanzie vere sulla previdenza dedicata.

“La nostra firma non è in vendita per pochi euro netti. Non firmeremo cambiali in bianco sulla pelle dei colleghi più giovani”, dichiara. “Perché 100 euro netti oggi non possono comprare il silenzio su una pensione più povera domani.”

Il riferimento è soprattutto al personale entrato dopo il 1995, interamente nel sistema contributivo. Dal 2036 il rischio è quello di un taglio drastico della pensione rispetto ai colleghi più anziani, appartenenti al sistema retributivo o misto.

Una frattura generazionale annunciata. E, per ora, non risolta.

La riforma che serve: non slogan, ma 480 milioni

La previdenza dedicata non è una bandierina sindacale. È una misura concreta, con numeri concreti.

Il costo stimato – come spiegato da Carmine Caforio segretario generale di Usmia carabinieri – è di circa 480 milioni di euro a regime. La strada indicata da tempo passa dalla modifica del coefficiente di trasformazione pensionistico per il personale in divisa, correggendo le penalizzazioni generate dalla Legge Dini del 1995.

Esiste già anche un punto di partenza: il Fondo di perequazione previsto dalla Legge di Bilancio 2022, con 20 milioni nel 2022, 40 milioni nel 2023 e 60 milioni annui dal 2024. Risorse giudicate insufficienti, ma utili se inserite in un piano pluriennale serio fino al 2036.

Il problema, dunque, non è sapere cosa fare. È decidere se farlo davvero.

Il conto politico per il Governo

Il Governo ha costruito molta della propria narrazione sulla sicurezza, sulla difesa, sull’attenzione alle donne e agli uomini in uniforme. Ora però la propaganda incontra il bilancio. E il bilancio, a differenza degli slogan, non applaude.

“La specificità non può essere buona per i discorsi pubblici e troppo costosa per la Legge di Bilancio”, afferma La Fortuna.

Il contratto diventa così un banco di prova. Non per i sindacati, ma per l’esecutivo. Perché se la previdenza dedicata resta fuori dal testo e viene consegnata all’ennesimo tavolo tecnico, il messaggio al personale in divisa è brutale: siete indispensabili quando servite, rinviabili quando chiedete diritti.

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