I figli dei militari non valgono tutti allo stesso modo: il vecchio scatto per la nascita dei figli sopravvive solo per gli ufficiali
Una norma del 1937 sopravvive nel Codice militare
C’è una norma che arriva da lontano, da molto lontano. Nasce nel 1937, in pieno impianto statale costruito attorno alla politica demografica del tempo, e ancora oggi continua a far discutere nel comparto Difesa.
Si tratta dei cosiddetti scatti demografici, benefici economici collegati alla nascita dei figli, previsti originariamente dall’articolo 22 del regio decreto-legge 21 agosto 1937, n. 1542, convertito dalla legge 3 gennaio 1939, n. 1.
Il meccanismo, nella sua impostazione storica, era semplice: in presenza di retribuzioni soggette ad aumenti periodici, la nascita di un figlio poteva comportare l’anticipazione dello scatto stipendiale. Per il personale interessato, il beneficio è stato tradizionalmente ricondotto a uno scatto del 2,5%.
Un istituto nato per sostenere la natalità. Ma oggi il punto è un altro: chi ne beneficia davvero?
L’articolo 1814 del Codice dell’Ordinamento Militare
Nel Codice dell’Ordinamento Militare, il riferimento centrale è l’articolo 1814 del D.Lgs. 15 marzo 2010, n. 66, rubricato proprio “Scatti demografici”.
Il testo stabilisce che:
“Agli ufficiali generali e agli ufficiali superiori si applicano le disposizioni in materia di scatti demografici previste dall’articolo 22 del regio decreto-legge 21 agosto 1937, n. 1542, convertito dalla legge 3 gennaio 1939, n. 1.”
La platea indicata non è generica. La norma riguarda gli ufficiali generali e gli ufficiali superiori: quindi i vertici della gerarchia militare e le qualifiche dirigenziali o comunque apicali del sistema.
In concreto, il rinvio mantiene in vita per questa fascia di personale un istituto economico antico, legato a un impianto stipendiale che per altre categorie è stato superato da decenni.
Ed è qui che il tema diventa velenoso.
Il beneficio per i figli, ma non per tutti i figli
Il cuore della questione è brutale nella sua semplicità: i figli li possono avere tutti, non solo i generali, non solo gli ufficiali superiori, non solo chi sta ai piani alti della piramide.
Eppure il sistema ha progressivamente costruito una frattura tra chi può ancora agganciare il beneficio alla propria carriera economica e chi, invece, si è visto chiudere la porta in faccia.
Il personale militare non dirigente, negli anni, ha cercato di ottenere il riconoscimento dello stesso beneficio. In particolare, il tema è stato affrontato anche in relazione a militari e appartenenti alle Forze dell’Ordine che chiedevano lo scatto stipendiale del 2,5% per la nascita dei figli.
Ma la risposta non è stata uniforme. Anzi.
Infodifesa lo scriveva già oltre dieci anni fa
La questione non nasce oggi. Infodifesa se ne era occupata già nel 2015, mettendo in evidenza il nodo irrisolto dei benefici demografici per militari e Forze dell’Ordine.
All’epoca il problema era già chiaro: da un lato pronunce favorevoli al riconoscimento del beneficio anche per personale militare non dirigente; dall’altro decisioni contrarie, fondate sull’evoluzione del sistema retributivo.
Il caso citato riguardava anche il Tar Sardegna, che nel 2015 si era orientato in senso negativo rispetto alla domanda di alcuni finanzieri. I ricorrenti chiedevano il riconoscimento dei benefici demografici, cioè lo scatto stipendiale del 2,5% per il sostentamento dei figli.
Il ricorso fu respinto sulla base di argomenti tecnici: secondo quell’impostazione, il vecchio sistema fondato su classi e scatti era stato superato dalla Retribuzione individuale di anzianità, la cosiddetta RIA. Di conseguenza, un beneficio costruito su un meccanismo stipendiale ormai superato non sarebbe stato più compatibile con il nuovo assetto retributivo.
Tradotto: per alcuni il vecchio istituto continua a produrre effetti; per altri diventa un fossile normativo inutilizzabile.
La disparità tra dirigenti e non dirigenti
Per i vertici militari, l’articolo 1814 mantiene il rinvio agli scatti demografici del 1937. Per il personale non dirigente, invece, la trasformazione del sistema retributivo è stata utilizzata per negare l’applicabilità del beneficio.
La domanda resta la stessa di dieci anni fa, ma oggi pesa ancora di più: perché un istituto nato per sostenere la famiglia dovrebbe sopravvivere solo per le carriere più alte?
Se la finalità originaria era quella di incentivare e tutelare la natalità, appare difficile sostenere che tale esigenza sia più forte per chi occupa posizioni apicali e meno rilevante per chi percepisce stipendi più bassi.
È qui che la norma smette di essere solo una questione tecnica e diventa un tema politico, sociale e simbolico.
Il servizio di Danilo Lupo a Piazzapulita
Il tema è tornato sotto i riflettori anche grazie al servizio di Danilo Lupo trasmesso da Piazzapulita su La7, che ha riacceso il dibattito pubblico sul trattamento economico dei vertici militari.
L’inchiesta ha inserito gli scatti demografici dentro un quadro più ampio, quello del cosiddetto “paradiso dei generali italiani”, tra villaggi vacanze, prezzi agevolati, pensioni e istituti economici particolari.
Il punto più esplosivo riguarda proprio il fatto che un beneficio nato nel 1937, in un contesto storico e politico completamente diverso, sia ancora richiamato nel Codice dell’Ordinamento Militare per una platea selezionata di ufficiali.
Il problema non è solo il passato della norma. È il presente della sua applicazione.
Il paradosso della norma antica che colpisce il presente
L’articolo 1814 non crea da zero il beneficio. Fa qualcosa di più sottile: tiene in vita un rinvio.
Rinvia infatti all’articolo 22 del regio decreto-legge del 1937. E questo rinvio consente agli ufficiali generali e superiori di continuare a collocarsi dentro un sistema di tutele economiche che per altri segmenti del personale è stato dichiarato superato.
Il risultato è un paradosso amministrativo: il passato vale quando conviene ai vertici, ma diventa impraticabile quando a invocarlo è la base.
Una costruzione formalmente tecnica, ma sostanzialmente esplosiva.
Il riordino delle carriere e il D.Lgs. 94/2017
La materia è stata toccata anche dal D.Lgs. 29 maggio 2017, n. 94, il provvedimento sul riordino delle carriere, con effetti operativi ed economici a partire dal 1° gennaio 2018.
Il riordino ha inciso su molte parti del sistema ordinamentale e retributivo militare, ma non ha cancellato il nodo di fondo: la sopravvivenza degli scatti demografici per gli ufficiali generali e superiori attraverso l’articolo 1814 del Codice dell’Ordinamento Militare.
Per il personale non dirigente, invece, il superamento dei vecchi meccanismi di classi e scatti ha continuato a rappresentare l’argomento principale per negare il riconoscimento del beneficio.
Così la frattura si è consolidata: da una parte chi resta agganciato al beneficio, dall’altra chi resta fuori.
Il punto politico: privilegio o specificità?
La questione viene spesso letta da due prospettive opposte.
Da una parte c’è chi parla di privilegio, sottolineando l’anomalia di un istituto nato nel 1937 e ancora operativo per le fasce alte della gerarchia militare.
Dall’altra c’è chi richiama la specificità militare, ricordando che il personale delle Forze Armate vive vincoli particolari: disponibilità permanente, trasferimenti, responsabilità operative, limitazioni personali e professionali che non hanno equivalenti nel normale pubblico impiego.
Ma il punto vero non è negare la specificità militare. Il punto è capire perché una misura legata alla nascita dei figli debba sopravvivere solo per alcuni.
La specificità può giustificare trattamenti dedicati. Molto più difficile è spiegare perché la natalità debba essere economicamente più tutelata quando riguarda le carriere superiori.
La replica del mondo militare e il rischio della narrazione “casta”
Dopo il servizio di Piazzapulita, alcune sigle del mondo militare hanno contestato il rischio di una rappresentazione caricaturale delle Forze Armate come una casta uniforme e privilegiata.
È una replica politicamente comprensibile. Perché dentro il comparto militare non ci sono solo generali, ma anche migliaia di donne e uomini con stipendi ordinari, turni pesanti, trasferimenti, famiglie da mantenere e carichi di servizio spesso invisibili.
Il rischio, però, è che la difesa legittima della dignità del personale finisca per oscurare il problema centrale: la differenza di trattamento interna.
Non tutti i militari sono uguali davanti agli scatti demografici. E questo, per chi sta alla base della piramide, pesa più di qualsiasi polemica televisiva.
Il cortocircuito: una norma per la natalità che premia chi guadagna di più
Il lato più indigesto della vicenda è proprio questo: un beneficio nato per accompagnare un evento familiare fondamentale, la nascita di un figlio, continua a trovare spazio soprattutto dove il bisogno economico è meno evidente.
Il personale non dirigente, che avrebbe potenzialmente maggiore necessità di un sostegno legato ai carichi familiari, si è visto opporre l’evoluzione tecnica del sistema retributivo.
Gli ufficiali superiori e generali, invece, restano espressamente indicati dall’articolo 1814.
È un cortocircuito che nessuna formula burocratica riesce davvero a rendere innocuo.
I principi di uguaglianza e il nodo della discriminazione
La questione può essere letta anche alla luce dei principi generali di uguaglianza e non discriminazione.
Se situazioni analoghe vengono trattate in modo diverso, la differenza deve essere ragionevole, proporzionata e coerente con la finalità della norma.
Nel caso degli scatti demografici, la finalità storica era il sostegno alla natalità. Ma se il beneficio riguarda la nascita dei figli, la distinzione basata sulla qualifica appare quantomeno problematica.
Perché il figlio di un ufficiale superiore dovrebbe attivare un meccanismo economico che il figlio di un militare non dirigente non attiva?
La domanda è scomoda. Ed è proprio per questo che resta centrale.
Il conto finale: una vecchia norma, una nuova indignazione
Dieci anni fa il tema era confinato nei ricorsi, nei Tar, nei portali specializzati, nelle discussioni tra addetti ai lavori.
Oggi, dopo il ritorno mediatico della questione, gli scatti demografici sono diventati il simbolo di qualcosa di più grande: il rapporto opaco tra norme storiche, trattamenti economici dei vertici e disparità interne al comparto sicurezza-difesa.
L’articolo 1814 del Codice dell’Ordinamento Militare non è una riga innocua persa in un testo tecnico. È il punto in cui il passato normativo incontra il presente delle buste paga, delle pensioni, delle carriere e delle famiglie.
E la domanda, alla fine, resta sempre la stessa: se lo Stato sostiene la nascita di un figlio per un generale, perché non dovrebbe farlo per tutti gli altri militari?
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