Carabiniere uccise ladro in fuga: condannato per omicidio colposo

Uccise un ladro in fuga, respinto il ricorso in Cassazione per il carabiniere Mirco Basconi. Ieri pomeriggio la suprema corte si è pronunciata per il caso dell’appuntato, oggi 44enne, che ora rende definitiva la condanna avuta in secondo grado, il 22 marzo di due anni fa, quando la Corte di Appello di Ancona aveva inflitto una pena di sette mesi e 10 giorni di reclusione.

I fatti avvennero nel febbraio 2015, durante un’operazione dei carabinieri nelle campagne di Ostra Vetere: i militari erano alla ricerca di una banda di ladri che stava razziando la zona. Quando venne rinvenuta un’auto ferma sul ciglio della strada, apparentemente senza occupanti, i militari si avvicinarono ma questa ripartì improvvisamente tentando di investire il capopattuglia che per poco non rimase ferito. Mentre un secondo militare sparò un colpo in aria nel tentativo di dissuadere i malviventi dalla fuga e da altri atti più pericolosi, il terzo militare mirò alle gomme dell’auto.

L’albanese 23enne Korab Xhetaaveva morì ospedale di Torrette dopo quattro giorni di agonia nel reparto di Rianimazione. La pallottola sparata dalla pistola dell’appuntato lo aveva colpito alla nuca, mentre si trovava sul sedile posteriore del suv Mercedes intercettato dai militari e sospettato di essere il mezzo su cui si stava spostando una banda di ladri.

Nessun dubbio sul fatto che l’appuntato avesse mirato alle ruote del veicolo e sparato quattro colpi proprio in direzione degli pneumatici. Gli accertamenti balistici avevano accertato che il proiettile aveva caratteristiche compatibili con il rimbalzo su una superficie come l’asfalto. La pallottola era stata esplosa da una distanza tra gli 11 e i 17 metri.

I giudici d’appello avevano stabilito che «il militare non versava nelle condizione di necessità di far uso di armi indirizzandole verso le ruote del veicolo, con rischio poi concretizzatosi di collaterali conseguenze per la incolumità degli occupanti», ribadendo che c’erano modalità alternative all’uso della pistola. La difesa nel ricorso per Cassazione aveva sottolineato che «Basconi non aveva altra scelta se non quella di cercare di bloccare la fuga facendo uso delle armi avendo già sperimentato il fallimento di metodi più soft» quali un inseguimento non andato a buon fine, un colpo di pistola sparato in aria da un altro appuntato, il controllo da vicino del suv con tanto di torcia. I soggetti fermati, riporta il ricorso, «avevano mostrato di non temere nulla e di volere a tutti i costi sottrarsi al controllo». La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei legali dell’appuntato.

A commentare la vicenda è intervenuto anche l’avvocato Corrado Canafoglia, legale del capopattuglia che non venne indagato in quanto vittima del tentato investimento da parte dei malviventi e soprattutto in quanto non sparò un colpo (l’altro militare venne assolto): «È il caso di dire che è una vicenda kafkiana, perché nel caso di specie non si tratta di un carabiniere violento o né che abbia usato le armi improvvidamente, bensì di un appartenente all’Arma il quale, dopo aver visto il collega in pericolo, ha sparato non alla persona ma all’auto in fuga. Ci si chiede quindi come gli appartenenti alle forze dell’ordine possano lavorare con serenità in futuro».

Al riguardo l’ avv. Roberto Paradisi, Coordinatore Nazionale Difesa Legittima Sicura:  “Esprimo amarezza e delusione per una sentenza che fa fare alla cultura del diritto naturale alla legittima difesa cento passi indietro. Non si può pretendere che chi si trova a tu per tu con la morte (e in questo caso la macchina in fuga tentò di investire i carabinieri) sia così lucido e razionale da poter operare, come fa il giudice dietro la scrivania e con tutto il tempo necessario, un bilanciamento ponderato degli interessi in gioco. Quel carabiniere ha dovuto agire in pochi istanti ed è stato più che corretto nel tentare di sparare ad una ruota. La morte del malvivente è stata una mera fatalità. Questa sentenza dimostra non solo che la riforma della legittima difesa non basta e che va rivisto l’impianto dell’istituto ma anche che la cultura giuridica di questo Paese ha abbandonato la saggezza e la tradizione della millenaria cultura del diritto dell’Occidente. Ingiustizia, nel senso più alto del termine, è stata fatta”.

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