Geopolitica

Capitali del mondo non più sicure: Hormuz chiuso, il Golfo brucia e il petrolio vola

Sei Paesi pronti a contribuire alla sicurezza dello Stretto, ma l’Italia esclude un intervento militare

Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone si dichiarano pronti a contribuire a un piano per garantire la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran in risposta agli attacchi di Usa e Israele. È il choke point energetico più delicato del pianeta e la sua chiusura sta già scaricando effetti immediati su mercati, diplomazia e sicurezza globale.

Da Roma, tuttavia, arriva una linea di nettezza politica. Giorgia Meloni e Antonio Tajani precisano che non ci sarà alcun intervento militare italiano. Il ministro degli Esteri ha spiegato che, a guerra conclusa, l’Italia potrà valutare la partecipazione a iniziative Onu per garantire la sicurezza del traffico marittimo, ma ha ribadito che la priorità resta la de-escalation.

La minaccia iraniana che scuote il mondo: “I centri turistici non sono più sicuri”

È qui che il conflitto cambia passo e linguaggio. Da Teheran arriva un avvertimento che alza il livello dell’allarme internazionale: chi aiuta gli Usa a riaprire Hormuz sarà considerato complice dell’aggressione. Ma soprattutto, il generale Abolfazl Shekarchi, portavoce delle forze armate iraniane, ha affermato che “i centri turistici e ricreativi di tutto il mondo non saranno più sicuri per i nemici”.

Una frase che pesa come una minaccia globale e che sposta il baricentro della crisi: non più soltanto il Golfo, non più soltanto le rotte del petrolio, ma la percezione stessa della sicurezza nelle capitali e nelle città del mondo. Nel messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, si legge inoltre che il Ministero dell’Intelligence deve continuare a “creare insicurezza per i nemici”, interni ed esterni.

Il Golfo in fiamme: navi colpite, raid, droni e sirene

Sul terreno, intanto, l’escalation prosegue senza tregua. Secondo il governatore del porto iraniano di Bandar Lengeh, almeno 16 navi mercantili hanno preso fuoco dopo essere state colpite negli attacchi attribuiti a Usa e Israele. Nella notte sono state segnalate forti esplosioni in diverse città iraniane, tra cui Bandar Lengeh, Isfahan, Yazd, Bardsir, Baft e Arak.

L’Idf ha riferito che l’aeronautica israeliana sta colpendo strutture del regime iraniano nell’area di Nur, a est di Teheran, sul versante del Mar Caspio. In Israele sono tornate a suonare le sirene a Tel Aviv, Gerusalemme e nel nord del Paese, con nuovi allarmi per attacchi dall’Iran.

Il fronte si allarga anche ad altri Paesi della regione. Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno annunciato di aver risposto a raid missilistici; in Bahrein sono state attivate le sirene antiaeree, mentre l’Arabia Saudita ha segnalato l’intercettazione di un drone nella parte orientale del Paese.

Raffinerie nel mirino e infrastrutture energetiche sotto attacco

La guerra sta colpendo al cuore il sistema energetico del Golfo. In Kuwait, un incendio è scoppiato nella raffineria di Mina Al-Ahmadi dopo attacchi di droni che hanno costretto alla chiusura di diverse unità dell’impianto. Negli Emirati Arabi Uniti, il ministero della Difesa ha riferito di aver intercettato 4 missili balistici e 26 droni nelle ultime ore.

Dall’inizio della guerra, secondo Abu Dhabi, le difese aeree emiratine hanno intercettato 338 missili balistici, 15 missili da crociera e 1.740 droni. Il bilancio indicato è di 8 morti e 158 feriti. Numeri che restituiscono la misura di una crisi ormai pienamente regionale.

Washington alza il tiro: tre navi da guerra e migliaia di marines

Secondo il Wall Street Journal, il Pentagono sta inviando in Medio Oriente tre navi da guerra e migliaia di marines. Le fonti citate parlano di 2.200-2.500 militari diretti verso lo Us Central Command, il comando responsabile delle forze armate americane nell’area.

Il segnale è chiaro: mentre l’Occidente discute di sicurezza marittima e contenimento, gli Stati Uniti preparano un ulteriore rafforzamento operativo nel teatro mediorientale.

Trump attacca la Nato: “Codardi, ce ne ricorderemo”

Nel pieno della crisi, Donald Trump alza i toni contro gli alleati dell’Alleanza atlantica. Sul suo social Truth, l’ex presidente americano ha definito la Nato, “senza gli Usa”, una “tigre di carta” e ha attaccato i partner che non vogliono unirsi alla battaglia per fermare un Iran con il nucleare.

Trump ha scritto che, a suo dire, la battaglia sarebbe stata “vinta dal punto di vista militare”, accusando gli alleati di lamentarsi del prezzo del petrolio ma di non voler aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz. L’affondo finale è politico e brutale: “Vigliacchi, ce ne ricorderemo”.

Nato in ritirata dall’Iraq, mentre la regione si destabilizza

A testimoniare la fragilità del quadro c’è anche la decisione della missione Nato in Iraq di ritirarsi temporaneamente dal Paese. Due funzionari della sicurezza irachena hanno riferito che non si tratta di uno scontro con Baghdad, ma di una misura legata al peggioramento della situazione regionale. La Nato ha confermato di stare rimodellando il proprio dispiegamento, sottolineando che la sicurezza del personale è la priorità.

Cina in allerta sulle forniture: stretta su carburanti e fertilizzanti

Sul fronte economico, la crisi si sta già traducendo in mosse preventive delle grandi potenze. Secondo fonti citate dal Financial Times, la Cina sta limitando le esportazioni di carburante per aerei, gasolio e fertilizzanti. La Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma avrebbe chiesto di sospendere alcune spedizioni all’estero, con l’obiettivo di proteggere il mercato interno e preservare riserve energetiche e alimentari.

In un contesto in cui le rotte marittime sono minacciate e i siti energetici vengono colpiti, la scelta di Pechino segnala che la crisi non viene più letta come un incidente regionale, ma come un fattore di stress sistemico per l’economia globale.

Petrolio in volo e allarme Bce: l’inflazione rischia un nuovo shock

La chiusura di Hormuz e gli attacchi a raffinerie e infrastrutture stanno spingendo verso l’alto il prezzo del petrolio. È la reazione più immediata dei mercati a una guerra che investe il principale snodo energetico mondiale. E il timore, ora, è che il nuovo shock energetico si trasformi in una nuova ondata inflazionistica.

La Bce avverte che il conflitto “avrà un impatto rilevante sull’inflazione”. Un messaggio che pesa soprattutto sull’Europa, già esposta al costo dell’energia e alle ricadute di una crisi che combina instabilità geopolitica, strozzature commerciali e tensioni sui prezzi.

Erdogan incendia il clima politico, Sri Lanka respinge gli Usa

Il linguaggio della politica internazionale si radicalizza. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha invocato parole durissime contro Israele, arrivando a dire: “Dio possa distruggere Israele” e sostenendo che lo Stato ebraico “ne pagherà il prezzo” per aver ucciso migliaia di persone. Frasi che contribuiscono a rendere ancora più incandescente il quadro mediorientale.

Dallo Sri Lanka, intanto, arriva un altro segnale del nervosismo globale: il presidente Anura Kumara Dissanayake ha dichiarato che Colombo ha respinto una richiesta statunitense per lo schieramento temporaneo di due aerei da guerra armati con missili antinave nell’aeroporto internazionale di Mattala.

Esecuzioni in Iran e repressione interna mentre la guerra si allarga

Nel mezzo dell’escalation militare, emergono anche notizie sulla repressione interna in Iran. Secondo fonti citate dalla Bbc, tra le tre persone giustiziate nella provincia di Qom ci sarebbe anche Saleh Mohammadi, 19 anni, membro della nazionale iraniana di lotta libera. I tre erano accusati di aver ucciso agenti di polizia durante le proteste antigovernative di gennaio e sarebbero stati condannati anche per “moharebeh”, cioè aver mosso guerra a Dio.

È un dettaglio che racconta un’altra faccia della crisi: mentre il regime minaccia i nemici all’estero, continua a stringere la presa anche all’interno.

Il dato politico che resta: il mondo si prepara, ma nessuno sa dove finisca l’escalation

Il punto decisivo, al momento, è che sei Paesi si dicono pronti a contribuire a un piano per garantire la navigazione commerciale a Hormuz, ma la linea italiana resta quella della non partecipazione militare. Intanto l’Iran minaccia ritorsioni contro chiunque aiuti gli Stati Uniti, il Pentagono invia nuove forze, la Nato arretra in Iraq e il prezzo del petrolio corre.

Sul tavolo non c’è più soltanto la sicurezza dello Stretto. C’è un messaggio ben più inquietante, lanciato da Teheran e rimbalzato in tutto il mondo: le capitali, i centri turistici, i luoghi simbolici della vita globale non vengono più percepiti come automaticamente al riparo dalla guerra. Ed è questo il salto che rende la crisi di Hormuz qualcosa di più di un’emergenza energetica: una minaccia diretta alla sicurezza internazionale diffusa.

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Marco De Santis – Analista di sicurezza e difesa
Analista senior di sicurezza e difesa

Marco De Santis

Marco De Santis è un analista senior specializzato in sicurezza e difesa, con particolare attenzione alle minacce ibride, alla sicurezza interna e alle strategie di protezione nazionale. Ha maturato una lunga esperienza nello studio dei contesti operativi e delle dinamiche di sicurezza, integrando fonti istituzionali, analisi strategiche e valutazioni di rischio. Su InfoDifesa.it cura approfondimenti dedicati ai temi della difesa, della sicurezza e degli scenari operativi.