Troppi arresti nelle forze di polizia. Il documento dei magistrati di Area spiega i casi limite

(di Ottavia Giustetti) – Il magistrato non è d’accordo con l’arresto, ma gli agenti in servizio insistono. Ne nasce un problema se l’episodio riguarda un piccolo caso di spaccio, il furto in un supermercato, o di fronte alla resistenza non violenta a un pubblico ufficiale: il rituale che da sempre è il simbolo della condivisione di una scelta, quella di arrestare oppure no, in caso di reati minori, la telefonata tra agente e magistrato, segna adesso il punto di una divergenza di sensibilità su cui 60 magistrati piemontesi della corrente di Area hanno voluto accendere un faro con una ricerca pubblicata sul loro sito.

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“Con maggiore frequenza rispetto a quanto avveniva in passato, la polizia giudiziaria insiste nella volontà di eseguire l’arresto anche davanti a forti perplessità manifestate al telefono dal pm”: è scritto nello studio. Troppi arresti per fatti di scarsa offensività, o per persone che non sono realmente pericolose. In sintesi, troppi arresti non condivisi. E anche se l’ultima parola su un arresto, ufficialmente, spetta sempre al magistrato di turno, è il rapporto fiduciario tra chi si trova sul luogo del delitto e chi agisce poi dagli uffici del Palagiustizia, a far funzionare la complessa macchina giudiziaria.

Le toghe di sinistra scendono nei particolari. E offrono suggerimenti concreti mettendo in luce alcuni casi tipo e le modalità corrette per affrontarli. “Per ciascuno ci si è confrontati su una serie di casi limite”, scrivono. Se, per esempio, una persona che viene vista “deglutire”, come si definisce chi nasconde la droga inghiottendola, senza che vi sia stata però una pregressa attività investigativa che consenta di ricostruire la dinamica, il pm deve disporre la liberazione se il presunto spacciatore fermato non acconsente a sottoporsi a una Tac, unico strumento che consente di individuare con certezza se ha nello stomaco sostanza stupefacente. Stesso discorso nei casi di furti nei supermercati di beni di modico valore. E per i casi di resistenza, scrivono i magistrati, “E’ stata ravvisata la necessità di sollecitare una maggiore specificazione, nel verbale di arresto, delle condotte poste in essere dall’indagato. Molto spesso, infatti, nel verbale è scritto che l’indagato ‘reagiva’, ‘si divincolava’, ‘si dimenava’, o altre espressioni simili, rendendo così poco intellegibile la condotta effettivamente tenuta dall’arrestato che, in alcuni casi, non costituirebbe nemmeno reato, come ad esempio nel caso del mero divincolarsi”.  

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“Preso atto di un crescente numero di arresti per fatti che non comportano la necessità, per il pm, di richiedere misure cautelari coercitive – scrivono ancora i magistrati della corrente di sinistra -, è stata caldeggiata l’opportunità di un maggior ricorso ai provvedimenti di liberazione anticipata e, segnatamente,  di liberazione a seguito della scelta del pm di non chiedere misure”. Ma quand’è che le strade di due organi dello Stato che lavorano gomito a gomito per rispondere al bisogno di sicurezza e di giustizia dei cittadini, hanno iniziato ad allontanarsi? Il 2016, secondo lo studio è l’anno della svolta: +14,1% arresti e fermi. E la colonnina del diagramma sarà dstinata sempre a salire da quel momento, tranne nel 2020, l’anno dei Covid quando a farla da padrona saranno i maltrattamenti in famiglia ma i reati di piccolo conto caleranno inesorabilmente sotto l’influenza del lockdown.

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Nel 2015, ricordano i magistrati, gli arresti erano stati 2.385, mentre nel 2019 sono diventati addritittura 3.538. Un trend inaugurato con Marco Minniti al ministero dell’Interno che si è impennato poi con Matteo Salvini, se si mette in parallelo la vita quotidiana per la strade di Torino, con i referenti lontani di una politica della sicurezza sempre più attenta a numeri e statistiche. In realtà, la città non sembra più pericolosa di un tempo, la percezione del rischio non è particolarmente allarmante. In compenso, spiegano ancora i magistrati di Area, la macchina giudiziaria rischia di ingolfarsi sotto la scure di un’attività repressiva che non sembra giustificata da necessità reali. “Purtroppo, piaccia o non piaccia, le forze dell’ordine devono adempiere in modo esemplare al loro dovere, che riguarda il perseguire i reati a prescindere dalla loro gravità”, è la replica che ieri ha scritto il Segretario generale del Siulp di Torino Eugenio Bravo. Mentre né il questore né il comandante proviciale dei carabinieri hanno voluto commentare la riflessione partita dagli uffici di corso Vittorio Emanuele II. (Repubblica.it)

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