Milano, assolti gli imputati, sul banco degli accusati finisce la Polizia: intervento “palesemente violento”
La sentenza che ribalta il processo
Ci sono sentenze che non si limitano a chiudere un procedimento penale. Finiscono per spostare il baricentro dell’intera vicenda, trasformando chi era intervenuto per ristabilire l’ordine in oggetto di contestazione. È quanto accade a Milano, dove il Tribunale ha assolto sei imputati accusati di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale per gli scontri avvenuti nell’ottobre 2025 davanti al Gibus Cafè di viale Tunisia.
La decisione riguarda il tumultuoso intervento seguito all’arresto del gestore del locale. Ma nelle motivazioni i giudici non si limitano a ritenere insufficienti le prove raccolte dalla Procura: dedicano passaggi duri all’operato degli agenti intervenuti quella notte, arrivando a descrivere la loro azione come «certamente rapida ed efficiente, ma anche palesemente violenta».
Imputati assolti, agenti sotto esame
Il punto più delicato della sentenza è proprio questo: il processo nasce per accertare presunte condotte di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, ma nelle motivazioni l’attenzione si sposta progressivamente sui poliziotti.
Secondo il collegio la ricostruzione degli agenti sarebbe stata condizionata da una «sensazione di allarme e accerchiamento», tale da impedire di distinguere con precisione i comportamenti dei singoli presenti.
Non solo. I giudici arrivano anche a ipotizzare che le lesioni riportate dagli operatori possano essere riconducibili al loro stesso «modo di operare». Un passaggio destinato a pesare nel dibattito, soprattutto perché tre referti medici documentavano lesioni a carico dei poliziotti.
Protesta o resistenza? Il nodo della sentenza
Nelle motivazioni, i giudici sottolineano che nessuno dei ragazzi che contestavano l’intervento aveva armi o strumenti atti all’offesa. Da qui la conclusione secondo cui i loro gesti sarebbero stati più vicini a una forma di protesta e intralcio che a un attacco coordinato contro le forze dell’ordine.
È una lettura che cambia radicalmente il senso della vicenda. Le condotte contestate dalla Procura vengono ridimensionate sul piano probatorio, mentre le modalità operative degli agenti diventano il vero terreno critico della decisione.
Il Tribunale parla infatti di arresti eseguiti con modalità «rapide, decise ed anche violente», richiamando il brusco atterramento, il trattenimento a terra e l’applicazione delle manette.
Una ricostruzione che racconta una notte di caos
Eppure, nelle stesse motivazioni, emerge una scena tutt’altro che lineare. Dopo l’arresto del gestore, mentre l’uomo viene trascinato verso l’auto di servizio, uno degli imputati si sarebbe lanciato tra i poliziotti.
Un altro avrebbe trattenuto un agente cingendolo al petto e spinto un secondo operatore fino a farlo cadere. Una ragazza, dopo essere stata allontanata ed essere caduta a terra, si sarebbe rialzata tornando a frapporsi tra gli agenti e l’arrestato. Un altro imputato sarebbe intervenuto trattenendo e spingendo un poliziotto.
Una sequenza convulsa, in cui gli agenti avrebbero cercato con fatica di far salire il gestore sull’auto di servizio, mentre i colleghi facevano cordone attorno alla vettura per tenere lontani i presenti.
Il passaggio che fa discutere
Il Tribunale riconosce che l’intervento si svolse in un contesto estremamente teso, con più persone che protestavano, urlavano e riprendevano la scena. Secondo i giudici, dai filmati emerge un’operazione durata circa venti minuti, con momenti di maggiore concitazione e altri di calma.
Proprio la diversa condotta dei presenti, però, avrebbe impedito di attribuire con certezza ai singoli imputati responsabilità penali specifiche. Per il collegio, non è stato dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio chi abbia realmente ostacolato l’azione di polizia.
Il risultato è una sentenza che assolve gli imputati e, al tempo stesso, usa parole molto dure verso gli agenti. Un equilibrio che inevitabilmente alimenta il dibattito.
Atti alla Procura per un agente
A rendere ancora più delicato il quadro c’è la decisione di trasmettere gli atti alla Procura nei confronti dell’agente che coordinava l’intervento. L’obiettivo è valutare l’ipotesi di falsa testimonianza in relazione ad alcune dichiarazioni rese durante il processo.
Secondo i magistrati, quelle dichiarazioni dovranno essere esaminate con «particolare rigore». Un passaggio che conferma come il procedimento, nato dalle accuse contro i manifestanti presenti fuori dal locale, finisca ora per aprire un ulteriore fronte sull’operato della Polizia.
Il caso Gibus e il messaggio che resta
La sentenza sul caso Gibus lascia una domanda pesante: dove finisce la legittima gestione dell’ordine pubblico e dove comincia, per i giudici, un uso eccessivo della forza?
Da una parte ci sono agenti intervenuti in una situazione descritta come tesa, caotica e difficile da controllare. Dall’altra ci sono imputati assolti perché le prove non hanno consentito di attribuire responsabilità individuali oltre ogni ragionevole dubbio.
Ma il dato politico e giudiziario più forte è un altro: a Milano, in un processo per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, a uscire con le parole più pesanti addosso è la Polizia.
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