Carabinieri

Piacenza, i carabinieri arrestati collaborano. Si stringe il cerchio su alte sfere gerarchiche

I carabinieri arrestati rispondono alle domande dei magistrati. Si stringe ulteriormente il cerchio investigativo attorno alla figura dell’appuntato Giuseppe Montella, ritenuto ai vertici di questo “sistema” criminale incancrenito nella caserma Levante. Non solo. Stando a quanto risulta, sarebbero emersi riferimenti anche al ruolo di presunte alte sfere gerarchiche. Resta da capire se per queste ci sia una forma di responsabilità penalmente rilevante.

 

Interrogatori
Si sono tenuti, di fronte al gip di Piacenza, Luca Milani, gli interrogatori di garanzia per i carabinieri che hanno ricevuto misure cautelari nell’inchiesta sui presunti reati di spaccio di droga, violenze e sequestri di persona commessi all’interno della caserma Levante di Piacenza. I reati di cui si sono resi partecipi Angelo Esposito, Salvatore Cappellano, Daniele Spagnolo e Giacomo Falanga fin dal 2017 e soprattutto nei primi mesi di quest’anno sono molto gravi e rischiano pesantissime condanne. L’unica figura che sembra mostrare solidità è quella dell’appuntato Giuseppe Montella, al vertice della piramide criminale, il cui interrogatorio è previsto sabato.

Controlli patrimoniali
Dai controlli patrimoniali condotti dalla Guardia di finanza è emerso che il militare aveva acquistato una villa alle porte di Piacenza per 260mila euro. Il luogo dove, in piena pandemia, si ritrovavano gli arrestati con altri parenti e amici per fare feste. Sempre Montella dovrà spiegare come ha fatto a detenere decine di conti correnti bancari e acquistare, dal 2008, ben 16 moto di grossa cilindrata e 11 auto di lusso. Dalle intercettazioni emerge che una figura decisiva è quella di Maria Luisa Cattaneo, 38 anni, compagna del carabiniere infedele, che, consapevole di tutto, lo accompagnava a ritirare lo stupefacente con la sua auto per poi nasconderlo.

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La personalità di Montella
«La personalità dell’indagato rivela come egli abbia la profonda convinzione di poter tenere qualunque tipo di comportamento, vivendo al di sopra della legge e di ogni regola di convivenza civile». Per il gip di Piacenza è questo Montella, detto “Peppe”, 37 anni, napoletano, il leader del gruppetto di carabinieri sotto accusa per pestaggi, estorsioni, spaccio e anche di tortura. Un uomo che «non mostra paura di nulla ed è dotato di un carattere particolarmente incline a prendere parte ad azioni pericolose e violente». Basti pensare che uno dei pusher tenuti in scacco dai militari della stazione Levante, di fronte agli investigatori che lo sentono per l’indagine, si dice disposto subito a formalizzare una denuncia, anche a costo di essere rimpatriato perché non in regola con i documenti, poiché la situazione per lui non era più sostenibile».

I pestaggi
Alla famiglia raccontava le sue gesta – lui che definiva il suo gruppo «una associazione a delinquere» e diceva di essere a capo della «piramide» – senza tralasciare i particolari più cruenti. Accennando alla moglie di una operazione di servizio appena conclusa, dopo aver sottolineato di essersi stirato un muscolo correndo dietro a uno spacciatore le dice senza problemi: «Amore, però lo abbiamo massacrato». L’essersi fatto male, «perché ho corso dietro a un negro», diventa anche un racconto per il figlio undicenne, che incuriosito lo incalza: «L’hai preso poi? Gliele avete date? Chi eravate? Chi l’ha picchiato?». «Eh, un po’ tutti», è la risposta dell’appuntato che, come per vantarsi, precisa che anche i suoi colleghi avevano picchiato lo straniero. E ancora, sempre parlando con la moglie, raccontando le fasi dell’arresto di un maghrebino, si vanta così: «Questo c’ha fatto penare… Mamma quante mazzate ha pigliato… Abbiamo aspettato là dieci minuti, siamo riusciti a bloccarlo, non parlava, e ha preso subito due-tre schiaffi. Ne ha prese amore… in Caserma, amore! Colava il sangue, sfasciato da tutte le parti. Un ragazzino del ’96. Non ha detto “A”». Il suo scopo era eseguire arresti ad ogni costo, così gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità che commetteva insieme agli altri militari.

 

Certificati falsi
In piena pandemia, mentre a Piacenza si contavano i morti da coronavirus, l’appuntanto dei carabinieri Giuseppe Montella si preoccupava di «distribuire falsi permessi di circolazione», si legge negli atti, «ai suoi conoscenti e complici in affari», sottoscrivendo le autocertificazioni del ministero dell’Interno con i timbri della caserma Levante. L’obiettivo, infatti, era di «evitare che le attività di rifornimento e di spaccio di stupefacenti (nella quale per i pm è coinvolto, ndr) potessero subire una interruzione a causa del virus Covid-19».

L’encomio alla stazione
La stazione Levante di Piacenza, sequestrata dopo l’arresto dei sei carabinieri che la componevano, nel 2018 ricevette un encomio solenne. Alla festa dei Carabinieri il comandante della Legione Emilia-Romagna li premiò «per essersi distinti per il ragguardevole impegno operativo ed istituzionale e per i risultati conseguiti soprattutto nell’attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti».

Il maggiore
Il maggiore Stefano Bezzeccheri (sottoposto ad obbligo di dimora), scrive il Gip, per impartire direttive di carattere operativo, invece di rivolgersi al maresciallo maggiore Marco Orlando (agli arresti domiciliari), comandante della Levante, parlava direttamente con l’appuntato Montella. È sempre lui a coltivare i rapporti con gli spacciatori, a spostare “fumo” e marijuana organizzando servizi di scorta lungo la strada. Voleva sempre di più e infatti il suo vero obiettivo, scrive ancora il Gip, era quello di riuscire a trafficare cocaina. «A me quello che mi interessa – dice parlando con un altro degli arrestati – è la coca. Se riusciamo… dopo che abbiamo preso due volte, tre volte, quattro volte… se riusciamo ad abbassare un po’ il prezzo… sarebbe top».

Il fronte militare
Parallelamente all’inchiesta cardine (partita dalla segnalazione dell’ex comandante del nucleo investigativo dei carabinieri Rocco Papaleo) si sono aggiunte quella della Procura Militare di Verona, competente su Piacenza, che come riferito dal procuratore Stanislao Saeli ha già «ravvisato gli estremi per reati militari», e quella interna alla stessa Arma della quale ha parlato ieri il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, «per accertare se vi sono stati elementi di criticità nei controlli e più complessivamente nell’organizzazione della realtà territoriale di Piacenza. Un lavoro che verrà fatto in maniera molto esigente e molto scrupolosa. Voglio che non vi sia alcuno spazio di ambiguità e di sospetto che possa alimentare, anche minimamente, da parte dei cittadini sfiducia verso l’Arma dei Carabinieri».

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La reazione dell’Arma
L’Arma dei carabinieri ha però dato un segnale forte e importante, nominando all’istante un nuovo comandante di Compagnia al posto dell’ufficiale sospeso dal servizio per il suo coinvolgimento, ancora comunque da valutare, nella vicenda dei carabinieri corrotti. Il nuovo comandante è un giovane capitano che arriva dalla Sicilia, e che ha incontrato il prefetto Maurizio Falco, che ha elogiato «la tempestività con cui vengono garantite sia la continuità operativa della stazione Levante». Nel frattempo il comando Generale di Roma ha attivato di fronte all’ingresso della Caserma Levante, alla quale sono ancora apposti i sigilli, una stazione mobile con carabinieri di rinforzo a disposizione dei cittadini per non interrompere la presenza dell’Arma in quel punto così delicato della città. I fatti di Piacenza, però, fanno discutere.

Redazione articolo a cura de Il Sole 24 Ore

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