NATALE IN DIVISA, OVVERO MILITARI SEMPRE

Mega
cenoni, pranzi infiniti e regali da scartare non dovrebbero mai mancare, per le
festività natalizie: il must intramontabile è quello di stare in
famiglia
. Il militare, invece, è militare anche a Natale. Non tutti
possono godere del tripudio dei festeggiamenti, di quel caldo rassicurante che
le feste possono trasmettere. Esistono famiglie che vivono una vita fuori
dagli schemi, di cui si parla troppo poco e che spesso riteniamo anche una
realtà scomoda: sono le famiglie dei militari italiani impiegati
all’estero o in Patria
.

Sonia è poco più che ventenne e non vede il suo
fidanzato
, Marco, da quattro mesi. I loro auguri saranno
limitati a qualche sterile SMS o una breve telefonata via Skype, poiché
Marco è in missione in Medio Oriente e forse tornerà per l’inizio della
primavera. Sonia è triste ma non lo dimostra, questa è la vita che ha
scelto di condividere con Marco: una vita fatta di un posto di lavoro
fisso
, ma che rende ogni festività e ogni ricorrenza un terno al
lotto
.
In un
paesino da cartolina delle vette cuneesi vive Paola, che con il suo
pancione sta per rendere Giovanni di nuovo papàGiovanni è
impiegato nell’operazione
 ‘Strade sicure‘, lui è uno di quelli
che si vedono nelle stazioni della metro a Roma, oppure in stazione a Milano, a
Natale starà con i suoi colleghi. Paola è una donna dalla tempra
d’acciaio, ma la lontananza di suo marito pesa come un macigno. Le
missioni, gli addestramenti e l’assenza prolungata hanno eroso il loro
rapporto
più di una volta sono stati prossimi a lasciarsi.
Le
Forze Armate richiedono un sacrificio sconfinato non solo ai militari
, ma anche alle loro famiglie, sacrifici molto
spesso trascurati, come se fossero normali o peggior ancora dovuti.

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Quella
della famiglia militare è una questione assai spinosa. In Italia questi
nuclei familiari così particolari sono dimenticati
, si devono arrangiare da
soli, vivono le paure e le ansie senza poter domandare aiuto. Le istituzioni
miliari non hanno creato
, nel corso degli anni, gruppi di supporto capaci
di dare assistenza materiale alle famiglie. I parenti vengono ricordati
quando in missione ci sono incidenti gravi o mortali e tutti i riflettori sono
puntati sulle lacrime dei genitori e sul dolore inconsolabile delle mogli.

La paura,
quella vera, l’abbiamo vista negli occhi di mamma Concetta, quando suo
figlio per il primo Natale non era seduto a tavola con loro perché in Kosovo
. Concetta
non sapeva nemmeno dove fosse il Kosovo prima che ci fosse mandato. Suo
marito aveva l’orgoglio negli occhi e non perdeva occasione
per parlare con gli amici di quanto fosse fiero di quel figlio militare. Per
una mamma è diverso: una mamma, quando il figlio è in missione, ha
il cuore in continua fibrillazione
, e non servono a nulla le telefonate
rassicuranti o i titoli dei giornali: per una mamma il figlio è sempre in
guerra, anche se è missione di pace. Concetta è una di quelle tante madri
che vedono partire il loro figlio per un lavoro che di certo non è il più
sicuro e tranquillo del mondo, e rimangono in silenzio da sole. Nel
momento in cui Antonio ha urlato ‘lo giuro!’, prestando così il suo giuramento,
Concetta era in prima fila, fiera come non mai. Concetta ha giurato con
Antonio
, ha giurato di essere una mamma forte che sopporta e supporta il
figlio sempre e ovunque.
Fare
il militare è quasi sempre sinonimo di posto fisso, una generalizzazione
comune, ma che necessità di alcune precisazioni. Il posto fisso lo
hanno solo gli Ufficiali
i sottoufficiali e i volontari in
servizio permanente
. Gli altri, i cosiddetti volontari in ferma per
uno o quattro anni, sono precari nel senso più comune del termine. Passare
in servizio permanente è oggi una condizione molto ostica, i posti sono sempre
meno a causa della spending review che ha colpito il dicastero della Difesa, e molti
ragazzi sono tornati a essere disoccupati a 35 anni
.
Lo
stipendio è fisso ma il luogo di lavoro è talmente volubile da rasentare
l’impossibile. I trasferimenti a cui questi uomini e donne sono chiamati
hanno delle dure ripercussioni anche per le loro famiglie.
Lucrezia ha 30 anni e da due è sposata con Luca, un
matrimonio felice fino a quando il lavoro di Lucrezia la porta dalla parte
opposta della penisola. Luca è ingegnere meccanico in un’azienda, ha il
posto fisso e un buono stipendio; Lucrezia è militare (una scelta ancora più
dura per una donna) e ora deve cambiare città per ragioni di servizio. Luca
non può seguirla
, non subito almeno, ha delle responsabilità a cui deve far
fronte.Si separanolei al Sud e lui al Nord. La
relazione tiene, ma è difficile ritrovarsi sempre in albergo, senza potersi
regalare momenti di quotidianità che dovrebbero vivere tutte le coppie. A
oggi sono tre anni che vivono separati
; forse il prossimo anno
Lucrezia potrebbe avere il trasferimento vicino a casa.
Nicole è una ragazza che invece di rimanere distante
per anni dal suo fidanzato storico
lascia tutto nella sua Roma e
si trasferisce a Grottaglie
, un paesino vicino Taranto. La differenza
è abissale, per Nicole è un cambiamento al limite del sopportabile. Non
sa a chi rivolgersi, non ha amiche né parenti, il fidanzato è quasi sempre in
caserma o impegnato in addestramento. Ha bisogno di un lavoro, ma da
queste parti scarseggia, dunque rimane a casa quasi tutto il giorno, pregando
che arrivi presto il ritorno del suo compagno. Nicole è una fidanzata
senza diritti
, per lo Stato lei e il suo fidanzato sono poco più
che amici
: non esiste nessun documento che, in caso di necessità, la
identifichi come compagna, vive in una condizione che le fa vivere uno stato di
ansia tutte le volte che lui è in missione.
Gli
psicologi militari esistono e potrebbero aiutare Nicole e le donne come lei a
superare la solitudine e le insicurezze, ma sono figure prettamente dedicate ai
prestati servizio e non alle famiglie. Mamme, moglie, fidanzate e figli di
militari trovano un valido compagno di sventure nei social network, che
contribuiscono a mettere in contatto famiglie in diverse città con cui
scambiarsi consigli e con cui coltivare amicizie utili a superare i momenti più
bui. Una rete informale di conoscenze, anche non legate alla caserma o
all’istituzione militare, sarebbe già un aiuto enorme per coloro che hanno una
persona cara in missione.
Il personale
militare impiegato all’estero ha severe restrizioni comunicative
 derivanti dalla
sicurezza: alle famiglie spesso è richiesto lo stesso grado di riservatezza dei
militari in missione. 

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Soprattutto ora, in questo clima di terrorismo
informatico, sui social e su internet non si possono scambiare informazioni che
contengono dati sensibili. Per questo si rende sempre più
necessario l’intervento dello Stato e dei vertici militari
, affinché
stabiliscano un modo sicuro ed efficace per mettere in contatto le famiglie dei
prestanti servizio.

Alle
diverse conferenze che si tengono su questo tema a livello NATO, l’Italia ha
sempre fatto presenza, ma nulla di più. Un’opinione pubblica assolutamente
indifferente, e, nella maggior parte dei casi, accusatrice, certo non aiuta ad
affrontare questo tema delicatissimo. Pare che esitano priorità di serie A
e di serie B, come se una famiglia in difficoltà possa essere aiutata in
base al lavoro che esercita uno dei componenti. Eppure è quello che succede.
A
Natale, l’assenza di una mamma o di un papà, impiegati in missione o fuori
casa, è una grossa pena per i più piccoli e motivo di risentimento per i più
grandi. Le iniziative dedicate ai più piccoli sono rarissime, per non dire
nulle. I bambini e gli adolescenti soffrono maggiormente per questa
condizione di allontanamento perché non comprendono quello che è il ruolo del
genitore: l’unica cosa che comprendono è l’assenza.
Simone
ha 15 anni e suo padre si trova all’estero
 da
tre mesi. È abituato a sentire la mancanza del papà per le feste,
non è il primo Natale che passa con la mamma in attesa di una chiamata su
Skype. Simone è triste, ma ormai è grande e capisce che il lavoro del suo
papà è troppo importante, lo vuole sostenere, e così aiuta nelle faccende di
casa e si comporta bene a scuola. Quando era piccolo, però, non è stato
affatto facile capire perché il suo papà, che era anche il suo eroe, volesse
stare con gli altri bambini invece che con lui. Non importava quanto la
mamma lo riempisse d’amore e di regali, lui ricorda soprattutto le sedie vuote
alle recite a scuola e i regali non scartati a marzo.
Non
servono grandi investimenti per rimediare a queste mancanze
basterebbero maggior collaborazione e apertura da
parte delle istituzioni
 competenti, che nonostante la buona volontà di
alcuni stanno facendo ancora troppo poco. Criticare i vertici delle Forze
Armate o del Governo certamente non è utile a nessuno, ci dicono tutti, ma
soprattutto non è funzionale allo scopo di migliorare la vita di queste
famiglie.
Non
servono soldi
ma figure
professionali capaci e volenterose
, che sappiano come supportare e mettere
in relazione queste famiglie come in una grande rete.

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