IL MUTUO PER NAVI DA GUERRA CON GLI INTERESSI AL 30 PER CENTO

(di Sergio Rizzo) – A chi strepita quando si paventano tagli agli armamenti suggeriamo di
andare a vedere che cosa è successo alle 8,30 di martedì 20 gennaio alla
commissione Difesa della Camera. Dove si è accertato che quasi un terzo del
costo previsto per il rinnovo della flotta della Marina militare sarebbe
servito a coprire gli interessi sui mutui per finanziare il tutto: 1,6 miliardi
su 5,4.

Ossia il 29,7 per cento. Lo 0,1 per cento del pil, e solo per ripagare
il costo del denaro necessario a comprare sei pattugliatori e una nave d’altura
dalla Fincantieri. Spesa inutile, dato che i soldi in bilancio ci sono. E
ancora più inutile se è vero che l’ipotesi del finanziamento bancario era già
improvvisamente svanita in commissione Bilancio quando qualcuno aveva avanzato
la fatidica domanda: «Quale banca?». Ragion per cui si stabilisce in Parlamento
che tutti quei soldi non si spenderanno per gli interessi ma semmai per altri
investimenti. E pazienza se qualcuno mastica amaro.

Dice tutto, questa vicenda, su quanto grasso ci sia in certe
commesse militari. Ne sa qualcosa pure l’ex commissario alla spending review
Carlo Cottarelli, secondo cui le nostre spese per la Difesa sono di 3,2
miliardi superiori al «benchmark», ovvero il punto di riferimento ideale
europeo. Il che consentirebbe, diceva la sua proposta, di risparmiare almeno
due miliardi e mezzo entro il 2016. Ipotesi che non aveva certo aumentato la
popolarità di Cottarelli presso generali e ammiragli. E forse non solo.
Ma la storia del programma navale che abbiamo appena raccontato spiega pure
l’origine dei contrasti crescenti fra le alte sfere militari, la burocrazia del
ministero e un pezzo del Parlamento. Con riflessi non trascurabili dentro lo
stesso Pd, che esprime il ministro della Difesa. Due anni fa, durante il
governo Monti, passa una legge che prescrive per la prima volta il parere
vincolante del Parlamento sui programmi militari. Relatore è l’attuale
capogruppo del Pd in commissione Difesa, Gian Piero Scanu, che non si
dev’essere fatto molti amici negli Stati maggiori. Ed è qui che si rompe il
giocattolo. Come dimostra il caso del programma navale.

Non per questo le lobby militari si danno per vinte. Ma almeno adesso
c’è l’obbligo di far vedere tutte le carte. Prima di quella norma deputati e
senatori si dovevano accontentare di dare una sbirciatina al dépliant di un
carro armato senza conoscerne la reale utilità, né il reale valore rispetto ai
costi. E dicevano sempre sì. Il loro parere era semplicemente consultivo e il
ministero, cioè i vertici militari, potevano benissimo non tenerne conto. Nel
corso degli anni si sono così accumulati ben 86 programmi di armamenti:
talvolta dettati soltanto da una sconsiderata logica di concorrenza fra le
varie Forze armate, senza serie valutazioni economiche.

L’indagine conoscitiva di 1.024 pagine sfornata a maggio scorso
della commissione Difesa della Camera dice che si tratta di una partita giocata
tutta dentro gli apparati, in perfetta sintonia con gli interessi delle industrie.
Con il ruolo della politica ridotto a quello di semplice spettatore. Per dirne
una, mentre manteniamo l’impegno a comprare 90 caccia F35 dall’americana
Lockheed Martin continuiamo a partecipare al programma del caccia europeo
Eurofighter, anche se con fondi non della Difesa, ma del ministero dello
Sviluppo. Ecco che cosa c’è scritto nell’indagine: «L’assenza di un organismo
di controllo sulla qualità degli investimenti ne circoscrive le valutazioni
all’interno di un circuito chiuso rappresentato dai vertici industriali e dai
vertici militari. L’autoreferenzialità è accentuata dal fenomeno ricorrente
costituito dalla presenza di figure apicali del mondo militare che vanno ad
assumere posizioni di rilievo al vertice delle industrie della difesa». Più chiaro
di così?

Da questo si capisce perché quella legge che impone il parere
vincolante del Parlamento sia tanto indigesta. E lo è ancora di più per un
altro principio che viene affermato lì dentro: quello secondo cui le spese
militari dovranno essere ripartite al 50% per il personale e al 25%
rispettivamente per l’esercizio e gli armamenti. Quote che oggi sono ancora ben
lontane dall’essere rispettate. Se si considera l’ammontare totale degli
stanziamenti, nel 2014 sono stati destinati ai sistemi d’arma 5 miliardi e 650
milioni, cioè 2,1 miliardi più dei 3,5 che rappresenterebbero il 25% del
bilancio della Difesa. E senza garanzie, stando all’indagine parlamentare, su
qualità, costo e soprattutto logica degli investimenti. Le sovrapposizioni fra
le varie Forze armate, per esempio. Che a dispetto dei propositi non ci sia
nessuna voglia di razionalizzazione, si capisce da piccoli ma significativi
dettagli.

Basta dare un’occhiata al sito internet del ministero della Difesa, che
espone un monumentale organigramma degli uffici di diretta collaborazione del
ministro Roberta Pinotti, la quale nel precedente governo di Enrico Letta aveva
l’incarico di sottosegretario. Una struttura che allude alla presenza forse di
centinaia di collaboratori, dove il capo di gabinetto ha ben quattro vice: uno
per la Marina, uno per l’Esercito, uno per l’Aeronautica e uno per i
Carabinieri. C’è poi un aiutante di campo per l’Esercito, uno per i
Carabinieri, un aiutante di volo e un aiutante «di bandiera». Tutti generali,
ammiragli e alti ufficiali a presidiare con il bilancino il campo di gioco.

La legge di stabilità ha ora previsto una riduzione del 20% degli
sterminati organici del gabinetto della Difesa. Anche se, forse per bilanciare
quel modesto sacrificio, la medesima legge ha stabilito l’ampliamento dei
margini di manovra di una società per azioni controllata dal ministero proprio
nel momento in cui dovrebbe partire la grande operazione di cessione di
immobili e alloggi militari. Si chiama «Difesa servizi» e gestisce alcune attività
collaterali, dai panelli fotovoltaici sui tetti delle caserme alla
valorizzazione dei marchi delle Forze armate. La sua nascita, fortemente voluta
dall’ex ministro del centrodestra Ignazio La Russa, era stata impallinata dal
Pd.


Roberta Pinotti, all’epoca ministro ombra del partito, c’era andata giù
pesantissima, definendola una iniziativa «grave e inaccettabile», tesa a
«stravolgere completamente il funzionamento del ministero» con un «blitz per
costituire una società privata per la gestione dei beni del demanio militare e
per controllare gli appalti del settore». Ma una volta ministro deve aver
cambiato radicalmente opinione. Al punto da nominare amministratore delegato
della società un ex deputato del Pd rimasto senza seggio, già capo della sua
segreteria: Pier Fausto Recchia.