GENERALE BERTOLINI “SENZA RADICI CRISTIANE COSA CI RESTA DA DIFENDERE?”

Di Andrea Cionci per la Stampa

Nel suo acclamatissimo discorso del 2 luglio, il generale di Corpo d’Armata Marco Bertolini, ora in congedo, aveva prefigurato cupi scenari: “Ad altri toccheranno sfide che alla mia generazione sono state risparmiate”. Bertolini è una leggenda fra i suoi, anche se non è sempre stato amato dai politici per il suo parlare schietto.
Paracadutista incursore, come comandante del Centro Operativo Interforze negli ultimi quattro anni ha gestito tutte le missioni italiane all’estero. Oggi, con l’esperienza di 44 anni di servizio sul campo, fa il punto sul piano militare, politico e culturale.

Generale, quali scenari dopo il fallito golpe in Turchia?

«I militari turchi, che hanno sempre avuto, costituzionalmente, un ruolo di garanzia, ne escono indeboliti. Erdogan sarà più forte nei confronti dell’opinione pubblica interna soprattutto ad Ankara e ad Istanbul, ma nelle campagne e nella Turchia orientale dove l’Esercito è fortemente impegnato contro il PKK? E a sud, dove l’Esercito presidia la frontiera con la Siria? Solo tra qualche settimana sarà tutto più chiaro».

I recenti attentati sono, come dicono alcuni, il colpo di coda di un Isis in ritirata ovunque? 

«Sarei prudente, anche perché i rapporti tra attentatori e Daesh sono spesso indiretti o inesistenti. Daesh si limita spesso a offrire una bandiera a tanti che, in Occidente, vivono ai margini della società e decidono di sfogare le proprie frustrazioni con un gesto eclatante e sanguinario, anche senza alcuna motivazione religiosa, come nel caso di Nizza».

Praticamente, che cosa fa l’Occidente? Come giudica l’intervento russo in Siria? 

«E’ un problema che non può essere semplicemente rimosso militarmente, né solo con misure di ordine pubblico interno. Prevede, come minimo, il sostegno politico ed economico ai paesi che lo fronteggiano più direttamente. Quanto alla Russia, il suo intervento ha bloccato un’espansione di Isis e di Al Nusra in Siria che sembrava ormai inarrestabile, consentendo la liberazione di molte città, come Palmira. Dovremmo ricordarlo».

Secondo Lei, il modello della società multiculturale per come lo abbiamo concepito fino ad oggi, dovrà subire dei cambiamenti?

«Ritengo che una società che voglia sopravvivere, debba preservare con tutte le forze la propria identità e le proprie tradizioni. Poi, sarà ovvia, per ogni nuovo venuto, la necessità di adeguarsi alla nostra cultura. Ma se pensiamo che la nostra identità possa esclusivamente basarsi sul “made in Italy”, sulle eccellenze della nostra cucina e sui centimetri di pelle nuda che esponiamo in pubblico, stiamo freschi».

Cosa potremmo recuperare della nostra cultura, oltre alle libertà acquisite, per meglio fronteggiare le sfide future?

«Senza radici cristiane cosa ci resta da difendere, il nostro benessere? Quanto ai diritti, faccio parte di una generazione che era stata educata al rispetto dei propri doveri, vale a dire di quanto, come individui, si doveva alla comunità. I diritti, intesi come atti che la comunità deve all’individuo, non ci salveranno. Anzi».