Sindacati Militari

Forze dell’ordine in piazza: il MOSAC contro il contratto “delle promesse” e la firma prima della protesta

Il 18 luglio la protesta nazionale del comparto Difesa e Sicurezza

Le Forze dell’Ordine e il personale militare si preparano a scendere in piazza il 18 luglio per una manifestazione nazionale che punta a riportare al centro del dibattito pubblico il tema del rinnovo contrattuale, del potere d’acquisto e della reale tutela della specificità del comparto Difesa e Sicurezza.

Al centro della mobilitazione c’è il rinnovo contrattuale 2025-2027, discusso nei tavoli tecnici del 9 e 10 luglio, e una lettera di impegni del Governo che, secondo il MOSAC – Movimento Sindacale Autonomo Carabinieri, non offrirebbe garanzie economiche immediate né risposte strutturali alle difficoltà vissute dal personale in divisa.

Il sindacato contesta con forza l’impianto dell’accordo e denuncia il rischio che alcune sigle scelgano di firmare prima della protesta, svuotando così la mobilitazione e lasciando irrisolti i nodi principali: stipendi, previdenza, indennità, straordinari e perdita del potere d’acquisto.

Il nodo del rinnovo contrattuale 2025-2027

Secondo il MOSAC, il confronto aperto ai tavoli tecnici non avrebbe prodotto un vero cambio di passo. Nel mirino finiscono soprattutto gli impegni messi nero su bianco dall’Esecutivo per accompagnare la firma del rinnovo contrattuale.

Il punto più contestato riguarda la natura stessa delle promesse: non risorse immediatamente disponibili, ma impegni futuri, verifiche successive e tavoli da aprire nei prossimi mesi.

Per il sindacato, il rischio è quello di un accordo costruito su formule generiche come “ove possibile”, “verificare soluzioni” e “reperire risorse”, senza certezze economiche per il personale.

Il MOSAC parla apertamente di un contratto che non risolverebbe i problemi della base, ma rinvierebbe ogni questione centrale a momenti successivi, a partire dalla previdenza complementare e dalle eventuali risorse aggiuntive da individuare nella legge di bilancio per il 2027.

Previdenza complementare: il tavolo entro 90 giorni non basta

Uno dei punti indicati dal Governo riguarda l’apertura di un tavolo sulla previdenza complementare entro 90 giorni dalla firma dell’accordo.

Per il MOSAC, tuttavia, la previsione non rappresenta una risposta concreta. Non si parla infatti di stanziamenti immediati, né di misure già definite, ma soltanto di un percorso di confronto tra amministrazioni e ministeri competenti.

La critica è netta: il personale sarebbe chiamato a sottoscrivere oggi un accordo al ribasso, mentre le risposte su pensioni e tutele previdenziali verrebbero rinviate a una fase successiva, senza garanzie sul risultato finale.

Risorse aggiuntive nel 2027: la clausola dell’“ove possibile”

Ancora più duro è il giudizio sulla previsione di possibili ulteriori risorse nella legge di bilancio per il 2027.

Il Governo, secondo quanto riportato dal MOSAC, si impegnerebbe a reperire fondi aggiuntivi “ove possibile” e nel rispetto dei saldi di finanza pubblica. Una formulazione che, per il sindacato, lascia aperta ogni incertezza e non consente al personale di conoscere oggi quali benefici economici concreti arriveranno davvero.

Il timore è che il personale in divisa si trovi davanti all’ennesimo rinvio, con aumenti legati a compatibilità finanziarie future e non a stanziamenti già disponibili.

La verifica del 2027 e il problema del potere d’acquisto

Tra gli impegni indicati vi sarebbe anche una verifica congiunta, prevista per luglio 2027, con il coinvolgimento di Istat e Ragioneria Generale dello Stato, per monitorare l’andamento delle retribuzioni.

Anche su questo punto il MOSAC esprime forti perplessità. La verifica, secondo il sindacato, arriverebbe troppo tardi rispetto a una perdita di potere d’acquisto già evidente e pesante.

Nel comunicato si richiama il dato dell’inflazione cumulata tra il 2016 e il 2024, indicata al 19,8%, con il picco del biennio 2022-2023. Una dinamica che avrebbe eroso in modo consistente la capacità di spesa di agenti, carabinieri, militari e operatori del comparto sicurezza.

Il risultato, secondo la denuncia sindacale, è che gli aumenti nominali degli ultimi anni non sarebbero stati sufficienti a compensare l’aumento del costo della vita.

Stipendi, straordinari e indennità: la denuncia del MOSAC

Il MOSAC punta il dito anche contro una struttura retributiva giudicata sempre più penalizzante.

Tra i problemi segnalati ci sono l’appiattimento parametrale, la scarsa valorizzazione dell’esperienza e delle responsabilità, il livello degli straordinari e l’insufficienza del trattamento accessorio.

Il sindacato richiama, in particolare, il caso delle tariffe orarie per il lavoro straordinario, definite inadeguate rispetto alla professionalità richiesta al personale. Viene citato l’esempio di un Capitano con una tariffa di 16,11 euro lordi l’ora per il servizio feriale.

Altro punto critico riguarda il trattamento accessorio: secondo il comunicato, nel 2025 l’89% delle risorse sarebbe stato destinato al trattamento fisso, senza incrementi per l’Indennità Mensile Pensionabile e per l’Importo Aggiuntivo Pensionabile.

Per il MOSAC, questa impostazione non premia il merito e non riconosce adeguatamente il lavoro operativo di chi garantisce sicurezza nelle strade, nei reparti e nelle caserme.

Il tema dei distacchi sindacali

Nel mirino del MOSAC finisce anche il capitolo relativo ai distacchi sindacali.

Secondo il sindacato, le modifiche normative prospettate rischierebbero di favorire soprattutto i vertici delle organizzazioni, più che la base rappresentata.

La contestazione riguarda l’estensione dei distacchi da 3 a 4 anni, l’allineamento alla durata del mandato e l’eliminazione dell’obbligo di interruzione tra un distacco e l’altro in caso di mandati consecutivi.

Per il MOSAC, mentre al personale vengono offerte promesse future e risorse incerte, ai dirigenti sindacali verrebbero garantite condizioni più favorevoli nella gestione della propria attività sindacale.

La firma prima della manifestazione e l’accusa alle sigle favorevoli

Il punto politico più delicato riguarda la possibile firma dell’accordo da parte di alcune sigle sindacali prima della manifestazione nazionale del 18 luglio.

Il MOSAC ritiene che un’adesione affrettata alla proposta del Governo rischierebbe di indebolire la protesta e di chiudere la partita prima che la base possa manifestare pubblicamente il proprio dissenso.

L’accusa è pesante: firmare in questa fase significherebbe, secondo il sindacato, accettare un accordo privo di risorse certe e contribuire a disinnescare la mobilitazione.

Per questo il MOSAC chiede trasparenza a tutte le organizzazioni che intendono sottoscrivere l’intesa: ogni sindacato, sostiene, dovrebbe spiegare ai propri iscritti quali risultati concreti porta a casa oggi e quali impegni restano invece affidati al futuro.

MOSAC aderisce alla piazza del 18 luglio

Dopo una fase di valutazione, il MOSAC ha deciso di aderire alla manifestazione nazionale del 18 luglio.

La scelta arriva nonostante alcune criticità emerse, secondo il sindacato, nella fase organizzativa della mobilitazione. Il MOSAC sostiene che tutte le sigle, rappresentative o meno secondo i criteri ministeriali, avrebbero dovuto essere coinvolte, perché ogni organizzazione sindacale esprime una parte del disagio e delle istanze del personale.

La decisione di partecipare viene motivata con la necessità di non dividere la protesta e di rafforzare ogni iniziativa pubblica a difesa dei lavoratori in divisa.

Spagnolo: “Il MOSAC sarà in piazza dalla parte degli ultimi”

«Il MOSAC ha dimostrato di essere un sindacato vero – afferma il rappresentante legale Luca Spagnolo – e come tale è e sarà sempre presente là dove i lavoratori che rappresenta versano il loro sudore e il loro sangue: nelle piazze, sulle strade, tra la gente».

Spagnolo conferma quindi l’adesione alla manifestazione nazionale del 18 luglio, spiegando che anche una sola presenza in più può fare la differenza.

«Abbiamo deciso di aderire comunque alla manifestazione nazionale del 18 luglio – prosegue – perché crediamo fermamente che anche una sola persona in più possa fare la differenza. E il MOSAC sarà quell’uomo o quella donna in più che farà saltare i vecchi schemi in una giornata che inizierà finalmente a segnare un punto di svolta nelle relazioni sindacali tra il Governo e i militari».

Il rappresentante del MOSAC lancia poi un messaggio anche alle sigle che hanno annunciato iniziative alternative o future: il sindacato, assicura, sarà presente in ogni piazza in cui si difenderanno i diritti dei lavoratori.

«Non faremo passi indietro. Il MOSAC esiste proprio per dare voce a quei lavoratori che vengono costantemente ignorati; a tutti quei professionisti in divisa che qualche Generale, dall’alto della sua poltrona, ha persino osato definire “risorse di minore valore aggiunto”. Con orgoglio, abbiamo deciso di stare dalla parte degli ultimi».

Donno: “La fiducia non è una delega in bianco”

Sulla possibile firma dell’accordo interviene anche Emanuele Donno, segretario nazionale del MOSAC.

«Non mi interessa giudicare chi firmerà questo accordo. Mi interessa capire quale idea di rappresentanza sindacale ci sia dietro quella firma. Un sindacato non riceve la fiducia dei lavoratori per confidare nelle promesse di un Governo, ma per ottenere risultati concreti e garanzie certe prima di assumere impegni in nome di migliaia di donne e uomini in uniforme».

Donno chiede alle organizzazioni favorevoli all’intesa di spiegare chiaramente ai propri iscritti il contenuto reale dell’accordo.

«Ogni organizzazione che sceglierà di sottoscrivere l’accordo – aggiunge – ha il dovere di spiegare ai propri iscritti quali benefici concreti porta oggi a casa e quali, invece, restano affidati a promesse future».

Poi la conferma della presenza in piazza: «È per questa ragione che il 18 luglio sarò in piazza: per dare voce a chi mi ha accordato la propria fiducia e per ribadire un principio semplice. La fiducia non è una delega in bianco, si conquista e si rinnova con la presenza, la coerenza e i risultati».

Di Stefano: “Scendere in piazza è l’unico strumento sindacale rimasto”

Anche Roberto Di Stefano, portavoce del MOSAC, rivendica il valore della mobilitazione.

«È finalmente l’occasione per far sentire la voce dei lavoratori con le stellette, lavoratori che hanno gli stessi diritti di chiunque presta la propria opera professionale per gli altri».

Di Stefano sottolinea la difficoltà di superare una cultura corporativa ancora presente in parte del mondo sindacale militare, ma ribadisce che la piazza resta lo strumento più diretto per difendere la categoria.

«È vero che la maggior parte dei dirigenti sindacali militari proviene da un sistema corporativista difficile da abbandonare, ma scendere in piazza, manifestare per proteggere e tutelare la nostra categoria è l’unico strumento veramente sindacale rimasto».

Il portavoce del MOSAC richiama anche la mobilitazione del 2020 per una legge sindacale militare, ricordando le tensioni con la gerarchia e il mancato approdo a una riforma ritenuta adeguata.

La richiesta agli iscritti: valutare la revoca della delega

Il MOSAC alza ulteriormente il livello dello scontro e invita il personale iscritto alle sigle favorevoli alla firma a valutare una risposta concreta sul piano sindacale.

«Chi metterà la firma su questo pezzo di carta – conclude Luca Spagnolo – dimostrerà, oltre ogni ragionevole dubbio, di non meritare né la fiducia dei lavoratori, né i soldi della delega sindacale».

Da qui l’appello ai colleghi in divisa: chi non condivide la scelta della propria organizzazione può manifestare il dissenso attraverso la revoca della delega sindacale.

Per il MOSAC, la questione non è soltanto economica, ma riguarda il modello stesso di rappresentanza: un sindacato deve rispondere alla base, non accontentarsi di impegni generici o di promesse future.

Una piazza per riaprire il confronto con il Governo

La manifestazione nazionale del 18 luglio diventa così, per il MOSAC, un banco di prova per misurare la distanza tra le promesse istituzionali e le condizioni reali del personale.

Al centro restano le richieste di risorse certe, tutela del potere d’acquisto, valorizzazione delle professionalità, revisione degli straordinari, rafforzamento del trattamento accessorio e riconoscimento concreto della specificità del comparto.

Il sindacato chiede che la firma di un contratto non diventi un atto di fiducia al buio, ma il risultato di garanzie verificabili e benefici immediati per chi ogni giorno serve lo Stato in uniforme.

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