Trieste, il capitano dell’Esercito che si è tuffato per salvare un uomo dall’auto in mare: “Non era cosciente, ecco come lo abbiamo tirato fuori”
Il salvataggio davanti a piazza Unità d’Italia
Erano arrivati a Trieste per una visita con gli allievi dell’Accademia militare di Modena. Una normale attività formativa, davanti a uno degli scenari più riconoscibili della città, piazza Unità d’Italia. Poi, in pochi istanti, tutto è cambiato.
Un’auto è finita in mare proprio davanti agli autobus da cui stavano scendendo i militari. Dentro l’abitacolo c’era un uomo, apparentemente incosciente, mentre la vettura iniziava ad affondare.
A raccontare quei momenti è il capitano Piergiorgio Andreucci, istruttore dell’Accademia militare di Modena e ufficiale paracadutista del 183º Reggimento “Nembo”, in un’intervista rilasciata al Corriere.
«Stavamo scendendo dagli autobus per iniziare la visita della città. All’improvviso abbiamo visto la vettura finire in mare. Ci siamo accorti che nell’abitacolo c’era un uomo apparentemente incosciente. Era in grave pericolo», ha spiegato Andreucci.
“Non ci ho pensato neppure per un istante”
La reazione è stata immediata. Nessuna esitazione, nessun calcolo prolungato, solo la consapevolezza che ogni secondo poteva essere decisivo.
«Non ci ho pensato neppure per un istante. Ci siamo scambiati poche parole con gli altri cinque istruttori, poi ci siamo tuffati. Esisteva una sola priorità: tirare fuori quell’uomo dall’auto e portarlo in salvo».
In acqua, alla fine, sono entrati in sei. Non tutti contemporaneamente: prima uno, poi gli altri, quando è apparso chiaro che liberare il conducente da soli sarebbe stato impossibile.
L’auto stava colando a picco e l’uomo non era cosciente. La finestra aperta si è rivelata decisiva. Proprio da lì i militari sono riusciti a raggiungerlo, slacciargli la cintura di sicurezza ed estrarlo dall’abitacolo.
Il coordinamento in acqua e la corsa contro il tempo
Il capitano Andreucci descrive un intervento complesso, in cui rapidità e lucidità hanno fatto la differenza.
«La situazione era delicata. L’auto stava colando a picco e l’uomo era incosciente. Per fortuna aveva il finestrino aperto. Da lì siamo riusciti a slacciargli la cintura e a estrarlo. Bisognava intervenire in fretta, ma anche in modo coordinato. Ognuno ha fatto la propria parte».
Una volta riportato a riva, il conducente era ancora incosciente. In banchina sono iniziate le prime manovre di rianimazione, prima dell’arrivo e dell’affidamento al personale del 118.
L’uomo non ha potuto parlare con i militari né ringraziarli. Ma, per Andreucci, non era quello il punto.
«No, non era ancora nelle condizioni di farlo. Ma non aveva importanza. Contava averlo sottratto al pericolo e consegnato vivo ai sanitari».
“Quando una persona rischia di morire, agisci”
Alla domanda sulla paura, il capitano risponde senza enfasi e senza retorica. In quel momento, dice, davanti c’era una persona che rischiava di morire.
«Quando hai davanti una persona che rischia di morire non puoi fermarti a valutare ciò che potrebbe accadere a te. Agisci. Sono un ufficiale paracadutista del 183º Reggimento “Nembo” e il rischio non può diventare un motivo per voltarti dall’altra parte».
Parole che restituiscono il senso di un gesto compiuto in pochi istanti, ma radicato in una formazione, in un’abitudine al servizio e in una responsabilità che non si esaurisce con l’orario o con il contesto operativo.
La lezione per gli allievi dell’Accademia militare
Il salvataggio è avvenuto davanti agli allievi dell’Accademia militare di Modena, presenti a Trieste per la visita. Per loro, inevitabilmente, è stata una scena destinata a restare impressa.
«Sono rimasti sorpresi ed emozionati. Si sono complimentati con noi», ha raccontato Andreucci.
Ma il significato più profondo, secondo il capitano, va oltre l’episodio in sé. È una lezione concreta sul significato dell’uniforme.
«Che il senso del dovere non si accende solo quando si è formalmente in servizio e non si spegne quando finisce un’attività. Essere militari significa essere sempre pronti a servire e a intervenire quando qualcuno ha bisogno».
“Il coraggio non è incoscienza”
Non solo prontezza. Anche coraggio, ma inteso nel modo più essenziale: non come impulso cieco, bensì come capacità di riconoscere il pericolo e intervenire comunque quando la situazione lo impone.
«Credo sia stata soprattutto una lezione concreta. Il coraggio non è incoscienza. Significa capire che esiste un rischio e decidere comunque di fare ciò che è necessario, perché una vita dipende anche da te».
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ringraziato i militari, definendo il loro intervento espressione autentica dell’essere militare. Ma Andreucci respinge l’etichetta di eroe.
«No. Abbiamo visto un uomo in pericolo e abbiamo fatto ciò che sentivamo di dover fare. L’uniforme ci insegna anche questo: non restare a guardare».
“C’era una vita da salvare. E ci siamo tuffati”
Alla fine resta l’immagine più semplice e potente: sei militari che si gettano in mare per salvare un uomo intrappolato in un’auto che affonda.
Rifarebbe tutto nello stesso modo? La risposta del capitano Andreucci è netta.
«Senza alcun dubbio. Non abbiamo avuto bisogno di parlarci o di decidere chi dovesse intervenire. C’era una vita da salvare. E ci siamo tuffati».
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