Contratto Carabinieri, l’USIC non firma: “Il peggiore mai discusso”
Lo scontro sulla firma del contratto
È una presa di posizione durissima quella dell’Unione Sindacale Italiana Carabinieri sulla trattativa contrattuale del Comparto Sicurezza e Difesa. Nel documento firmato a Roma il 15 luglio 2026, il Segretario Generale Antonio Tarallo annuncia la scelta di non sottoscrivere il contratto e attacca il metodo seguito dal Governo, definendo l’accordo il “contratto peggiore” mai discusso dal 2009 a oggi.
Al centro della critica ci sono gli aumenti economici ritenuti insufficienti, il mancato confronto sulla parte normativa e la pressione esercitata per arrivare rapidamente alla firma. Una trattativa che, secondo l’USIC, non avrebbe garantito quella “contrattazione di qualità” evocata dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo intervento al XIX Congresso UIL di Padova.
Le parole di Meloni e la domanda dell’USIC
Antonio Tarallo richiama proprio il discorso della premier, ascoltato durante il congresso UIL, e ne cita due passaggi ritenuti centrali. Il primo riguarda il ruolo della contrattazione collettiva:
“Noi abbiamo fissato nero su bianco un principio: la contrattazione collettiva, cioè la contrattazione di qualità, è lo strumento più efficace che abbiamo a disposizione per far crescere le tutele, difendere i diritti, rafforzare le condizioni economiche dei lavoratori.”
Il secondo passaggio riguarda invece l’apertura al confronto:
“La porta del Governo, la mia porta, rimarrà sempre aperta al confronto ed alla proposta.”
Da qui nasce la domanda politica posta dall’USIC al Ministro Zangrillo: quelle parole valgono anche per i Carabinieri? Oppure la dignità economica dei militari può essere sacrificata con aumenti giudicati irrisori?
“Un euro al giorno per il 2025”
Il punto più contestato è quello economico. Secondo l’USIC, gli aumenti previsti partirebbero da poco più di un euro netto al giorno per il 2025, per arrivare a poco più di due euro netti al giorno nel 2026 e a poco più di tre euro netti nel 2027.
Cifre che, per il sindacato, non rappresentano un vero riconoscimento per il personale dell’Arma e che in molti casi rischiano di essere assorbite da un maggiore gettito fiscale. Nel documento viene inoltre contestata la comunicazione del Ministro Zangrillo, accusato di aver annunciato un aumento di “2600 euro netti all’anno”, cifra ritenuta dall’USIC non corrispondente alla realtà del contratto.
Il nodo della parte normativa
Non è solo una questione di soldi. L’USIC denuncia anche l’impossibilità di discutere seriamente della parte normativa del contratto, elemento che rende ancora più pesante il giudizio sull’intera trattativa.
Per Tarallo, parlare di “contrattazione di qualità” diventa difficile quando a una parte del tavolo viene preclusa la possibilità di incidere davvero sui contenuti. Da qui l’attacco diretto al Ministro Zangrillo, al quale viene chiesto, con tono polemico, se faccia parte del Governo Meloni, perché il suo operato non sembrerebbe seguire la stessa linea indicata dalla Presidente del Consiglio.
“Il peggior contratto dal 2009”
Il giudizio dell’USIC è netto. Antonio Tarallo ricorda di partecipare alle trattative contrattuali dal 2009 e afferma che quello attuale è “in assoluto il contratto peggiore” mai discusso, sia per le cifre economiche sia per il metodo adottato.
Secondo il sindacato, il Governo avrebbe preteso una chiusura immediata dell’accordo, accompagnandola con lettere e impegni giudicati inutili, perché riferiti a promesse già formulate in passato e mai concretamente realizzate.
La richiesta ignorata: attendere la Legge di Bilancio
L’USIC sostiene di aver chiesto di rinviare la firma del contratto almeno fino alla Legge di Bilancio, così da verificare le reali intenzioni del Governo e capire se vi fosse la volontà di destinare ulteriori risorse al comparto.
Quella richiesta, però, non sarebbe stata accolta. Al contrario, il sindacato parla di una forte pressione esercitata sul tavolo, fino a convincere molte sigle a firmare un contratto che Tarallo definisce, con parole pesanti, “non contrattato” e quasi “estorto”.
Il fronte sindacale diviso
Il documento fotografa un tavolo spaccato. Da una parte le sigle che hanno scelto di firmare, accusate dall’USIC di essersi affidate alla speranza di futuri tavoli governativi. Dall’altra le organizzazioni che non firmano, considerate comunque sconfitte perché non sono riuscite a convincere la controparte della gravità della situazione economica.
Nel mirino finiscono anche i sindacati di polizia, che secondo l’USIC “avrebbero firmato ancor prima di aprire le trattative”. Una critica che si inserisce in una riflessione più ampia sul peso reale dell’azione sindacale e sulla capacità di incidere sulle scelte del Governo.
Perché l’USIC non firma
La scelta di non sottoscrivere il contratto viene presentata come un atto di coerenza e rispetto verso gli oltre 17.000 carabinieri che hanno dato fiducia all’organizzazione.
“Io non firmo per rispetto degli oltre 17.000 carabinieri che mi hanno dato la loro fiducia con la speranza di portare a casa qualcosa di buono”, afferma Antonio Tarallo nel documento.
Per l’USIC, firmare significherebbe rendersi complice di un accordo che non riconosce adeguatamente il lavoro quotidiano dei Carabinieri e non risponde alle difficoltà economiche del personale.
Nessun vero beneficio per la pensione
Altro punto critico riguarda gli effetti pensionistici. Secondo il sindacato, il contratto non porterà alcun reale vantaggio sul piano previdenziale, proprio perché gli aumenti previsti sono considerati troppo bassi.
La questione previdenziale viene indicata come uno dei nodi irrisolti. L’USIC sottolinea che non servono nuovi tavoli solo per “parlare” dei problemi del personale, se poi non seguono scelte concrete e risorse adeguate.
L’appello diretto alla premier
Nella parte finale della dichiarazione Antonio Tarallo si rivolge direttamente alla Presidente del Consiglio. Se davvero, come dichiarato al congresso UIL, la porta del Governo resta aperta al confronto, l’USIC chiede perché quella porta non sia stata aperta anche alle APCSM militari.
Il sindacato sostiene che un incontro avrebbe permesso di rappresentare direttamente alla premier una situazione contrattuale giudicata profondamente discutibile e di chiedere il riconoscimento della dignità professionale ed economica del personale.
La richiesta per la prossima manovra
Guardando alla prossima Legge di Bilancio, l’USIC auspica che la scelta delle sigle che non firmeranno il contratto possa spingere il Governo a reperire nuove risorse sulla specificità del comparto.
L’obiettivo indicato è garantire un riconoscimento adeguato al Comparto Difesa e Sicurezza, che secondo il sindacato paga da anni un prezzo più alto rispetto ad altri settori pubblici.
Una frattura senza precedenti
La chiusura del documento consegna un dato politico rilevante: secondo l’USIC, per la prima volta nella storia democratica contrattuale, la maggioranza del tavolo composto dalle APCSM dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza potrebbe non sottoscrivere il contratto.
Da qui l’ultima domanda rivolta al Governo: non sarebbe stato più utile attendere l’autunno, cercare una firma condivisa da tutte le sigle e aprire un confronto vero anche sulla parte normativa?
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