Carabinieri, “Se i sottoposti non lavorano la colpa è del comandante”. Maresciallo trasferito dopo aver accusato di insubordinazione 3 militari

(di Marco Grasso) – Un matrimonio non è tutto rosa e fiori, soprattutto quando le famiglie sono molto diverse: carabinieri e guardie forestali erano due mondi distanti – per storia, abitudini e caratteristiche – e forse lo sono rimasti anche dopo l’unione di fronte alla legge.

Lo ha scoperto a sue spese un maresciallo siciliano, mandato a comandare una piccola stazione della Forestale alle porte di Genova. Qui sì è trovato a dirigere una squadretta di tre uomini a suo dire «adusi a grave insubordinazione», “alla contestazione sistematica degli ordini», abituati ad agire «in modo per nulla corretto» e non sufficientemente «addestrati».

LA DENUNCIA AI VERTICI
 
Insomma, stando al suo racconto, un disastro, segnalato ai suoi superiori. L’esito di quella lamentela però non va nella direzione da lui sperata.Invece di spostare tre uomini, l’Arma, di fronte a una «grave situazione di incompatibilità ambientale», opta per sostituire il comandante. Lui fa ricor- so al Tar e, oltre al danno, arriva anche la beffa: i giudici gli danno torto. La motivazione: se i suoi uomini sono poco preparati, la colpa è anche un po’ del loro capo. «Le argomentazioni contenute nella censura – scrivono i magistrati – sembrano sottendere un’implicita autoaccusa di insufficiente azione di comando, posto che il militare avrebbe dovuto proporsi anche come istruttore dei dipendenti che si vuole siano male addestrati, senza limitarsi alla lamentela circa la loro inefficienza».
 
«NON CI SONO ABBASTANZA PROVE»
 
Per capire come inizia la vicenda, bisogna ritornare all’estate scorsa, quando il comando generale dei carabinieri decide di prendere il toro per le corna e risolvere una situazione diventata insostenibile: nell’ufficio in questione, nel Ponente di Genova, capo e sottoposti non si parlano praticamente più; ne consegue che l’attività del gruppo è praticamente bloccata. Da tempo il maresciallo ha chiesto di allontanare tutti e tre i sottoposti e di poter avere «personale più motivato e meglio preparato». L’8 agosto, però, arriva la lettera di trasferimento: non per gli agenti, ma per lui. Il sottufficiale, a quel punto, presenta ricorso al tribunale amministrativo (è assistito dall’avvocato Enrico Donati), per opporsi al provvedimento del ministero della Difesa. Nello spostamento, tra l’altro, perde l’alloggio di servizio e si vede rifiutare un posto nella sua città di origine. Le sue contestazioni, tuttavia, per i magistrati non sono sorrette da prove. E non è detto che, in definitiva, la decisione del comando sia poi così sbagliata: “L’efficienza e la scarsa attitudine militare che connoterebbe l’attività di servizio dei dipendenti del ricorrente non risultano accompagnati da procedimenti disciplinari nei confronti di costoro: in tale situazione è possibile ritenere che l’Arma, abbia preso atto del grave disaccordo nel reparto, vista la difficoltà di reperire altre tre persone da trasferire, abbia preferito rimuovere il comandante.”
 
(Il Secolo XIX)

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