URANIO IMPOVERITO, DIFESA CONDANNATA: “SAPEVA DEI RISCHI, SOLDATI NON TUTELATI”

(di Antonio Pitoni) – E’ una storia di silenzi, omissioni e verità
nascoste
. Ma anche di morte e sofferenza. La racconta la
prima pronuncia della corte d’appello di Roma, definitiva dal
20 maggio, sui casi dei decessi legati all’uso dell’uranio
impoverito in Kosovo.

Ed è una sentenza dirompente. Non solo per
l’entità del risarcimento record (quasi 1 milione
300mila euro
 oltre al danno da ritardato pagamento) accordato ai
familiari di un militare italiano ammalatosi e deceduto per un tumore contratto
dopo aver partecipato proprio a quella missione. Ma anche per le motivazioni con
le quali il ministero della Difesa è stato condannato a
pagare
. Innanzitutto, perché la decisione della prima sezione civile della
corte d’appello di Roma conferma, come già accertato dal tribunale, “in termini
di inequivoca certezza, il nesso di causalità tra l’esposizione
alle polveri di uranio impoverito e la patologia tumorale”.
Ma, sanziona, come già fatto dal giudice di primo grado, anche la condotta dei
vertici delleForze Armate per aver omesso di informare i
soldati 
“circa lo specifico fattore di rischio connesso dell’esposizione
all’uranio impoverito”.
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DIFESA
A RISCHIO
 In pratica, come spiega al ilfattoquotidiano.it
l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia, che rappresentava in
giudizio i familiari del sottufficiale morto dopo aver prestato servizio in
Kosovo tra il 2002 e il 2003, la sentenza “ha accertato non solo che i
vertici militari 
erano a conoscenza dei rischi derivanti
dall’esposizione all’uranio impoverito, ma anche che non hanno fatto nulla
per prevenirli
“. E a niente sono valse, sul punto, le doglianze del
ministero della Difesa. Perché perdere la vita in guerra per una pallottola -è
il senso della sentenza- fa parte dei rischi del mestiere di un militare. Ma
altro conto è morire contraendo un tumore per l’esposizione a sostanze tossiche
ignorandone i possibili effetti che, invece, come sostiene la
sentenza, erano noti ai vertici della Difesa.
TUTTI
IN PROCURA
 “Fino alla decisione della
corte d’Appello, anche sulla base delle conclusioni delle varie commissioni
parlamentari
 che si sono occupate dei casi di tumore da esposizione
all’uranio impoverito che hanno coinvolto diversi militari italiani, il nesso
di causalità era confinato nel campo della probabilità  –
aggiunge l’avvocato Tartaglia –
Questa sentenza, invece, stabilisce il
principio dell’inequivoca certezza, cioè che la causa della malattia
contratta dal militare poi deceduto è proprio l’esposizione a
questa sostanza”. Aprendo, adesso che è passata in giudicato, scenari
giudiziari  imprevedibili
. “Perché si tratta di una decisione –
prosegue il legale – che potrebbe dar luogo a responsabilità penale per reati
gravi
 perseguibili anche d’ufficio”. Insomma, non è da escludere che
la decisione del giudice civile e la condotta dei vertici militari diventino
materia d’interesse anche per la Procura della Repubblica.
SILENZI
COLPOSI
 Sia il giudice di primo
grado che quello di secondo grado avevano ripercorso alcune tappe della vicenda
legate alla missione in Kosovo poste poi a fondamento delle
rispettive decisioni. L’utilizzo dei proiettili all’uranio
impoverito (cosiddetti DU) “era stato confermato dal memorandum del Department
of the Army
 – Office of Surgeon General” del 16 agosto 1993, “dalla Conferenza
di Bagnoli
 del luglio 1995″, dalla “relazione della commissione
d’inchiesta del Senato
 approvata in data 13 febbraio 2006″ e “dalla
deposizione del dottor Armando Benedetti”, esperto qualificato in
radio protezione del Cisam (il Centro interforze studi per le
applicazioni militari) ascoltato proprio dalla commissione parlamentare in
merito all’utilizzo del DU in Kosovo ed alla riscontrata presenza della
sostanza nella catena alimentare. Tutti elementi dai quali «poteva evincersi
che il ministero della Difesa fosse a conoscenza dell’esistenza
dell’uranio impoverito durante la missione di pace o
quanto meno sul serio rischio del suo utilizzo nell’area, nonché degli effetti
del DU per la salute umana”. Insomma, secondo i giudici, sussistevano “tutti i
requisiti per configurare una responsabilità del ministero della
Difesa…
 per avere colposamente omesso di adottare tutte le opportune
cautele
 atte a tutelare i propri militari dalle conseguenze
dell’utilizzo dell’uranio impoverito”.
SCAMBI
AL VERTICE
 Ma nella vicenda c’è anche
un risvolto extragiudiziario sollevato da Domenico Leggiero, responsabile
del comparto Difesa dell’Osservatorio militare del personale delle forze
armate. Riguarda gli scambi di informazione che ci furono sul tema tra vertici
militari e politici.  E che interessa anche l’attuale presidente
della Repubblica Sergio Mattarella, prima vice
presidente del Consiglio
 (dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999) e
poi ministro della Difesa (dal 22 dicembre 1999 all’11 giugno
2001) nei governi D’Alema e Amato.
Quando il militare deceduto, della cui vicenda si
occupa la sentenza della Corte d’Appello, prestava servizio in Kosovo tra il
2002 e il 2003, l’attuale capo dello Stato non rivestiva più alcuna carica di
governo. “Ma da ministro”, ricorda Leggiero, “sulla questione delle munizioni
arricchite con uranio impoverito impiegate nella guerra dell’ex Jugoslavia era
intervenuto più volte dopo i primi casi di leucemia che avevano iniziato ad
abbattersi sui reduci delle missioni nei Balcani”. Il 27 settembre 2000Mattarella
in effettirispose in Parlamento ad un’interrogazione relativa a due
episodi di decessi verificatisi tra i militari italiani. “Nel primo caso il
giovane, vittima della malattia, non era mai stato impiegato all’estero –
spiegò l’allora ministro della Difesa – Nel secondo caso il giovane militare
era stato impiegato in Bosnia, a Sarajevo precisamente, dove non vi
è mai stato uso di uranio impoverito”. Circostanza poi rivelatasi non vera.
Perché in Bosnia, zona diSarajevo compresa, gli aerei
americani 
scaricarono 10.800 proiettili all’uranio
impoverito. E lo stesso Mattarella, tre mesi dopo, il 21 dicembre 2000, ne
prese atto.
PROTEZIONE
ASSICURATA
  Il 10 gennaio 2001,
Mattarella intervenne di nuovo al Senato: “Per quanto riguarda il
Kosovo, come è noto da allora, la Nato, nel maggio 1999, ha fatto sapere di
aver utilizzato in quella regione munizionamento all’uranio impoverito…
L’ingresso delle nostre truppe in Kosovo è avvenuto successivamente alla
notizia pubblica – ripeto – dell’uso di munizioni all’uranio impoverito… Di
conseguenza, fin dall’ingresso dei nostri militari in Kosovo si
sono potute adottare misure di protezione adeguate”. Messaggio rassicurante, ma
che adesso non trova riscontro nella sentenza della Corte d’Appello di Roma
passata in giudicato. Secondo la quale, anzi, il vertice militare ha “colposamente
omesso
” di adottare misure adeguate per tutelare i nostri
soldati. Per cui, domanda Leggiero: “I vertici militari non hanno informato il
ministro? Cosa molto probabile. Hanno sdrammatizzato la situazione convinti di
controllare le conseguenze della vicenda? Cosa probabile. O, infine, i vertici
militari hanno detto la verità al ministro, che quindi sapeva? Cosa molto poco
probabile”.
INCONTRO
DECLINATO
 Comunque siano andate le
cose, Leggiero ha scritto una lettera al capo dello Stato per
avere un incontro e discutere della vicenda dell’uranio impoverito.
Richiesta però declinata da un suo collaboratore: “Sono spiacente
di doverle comunicare”, recita la risposta dal Quirinale, “che l’agenda
presidenziale, per i prossimi mesi, è fitta di impegni istituzionali”.

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