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«Un missile ha colpito la nostra base di Erbil»: Crosetto e Tajani, i militari italiani al sicuro nel bunker

L’attacco che ha fatto tremare l’Italia: missile sulla base di Erbil

Nella notte, mentre il mondo tratteneva il fiato sullo Stretto di Hormuz, l’Italia ha vissuto il momento più drammatico della sua partecipazione alla crisi mediorientale. Un missile ha colpito la base italiana di Erbil, in Iraq. La notizia ha attraversato i corridoi del governo come una scossa elettrica, svegliando nel cuore della notte i vertici della Difesa e della Farnesina.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato il primo a rompere il silenzio con un comunicato secco, diretto, senza fronzoli: “Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime, né feriti tra il personale italiano. Stanno tutti bene. Sono costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi”. Poche parole, ma sufficienti a far tirare un respiro di sollievo a tutto il Paese. Crosetto ha poi confermato di aver parlato personalmente con il colonnello Stefano Pizzotti, comandante della base, ribadendo che i circa 120 militari italiani del contingente stanno tutti bene. Anche il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, si è immediatamente messo in contatto con la base.

Tajani non molla: “Ferma condanna, i nostri soldati sono eroi”

Sul fronte diplomatico, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha reagito con la tempestività che la gravità della situazione imponeva. Tajani ha chiamato direttamente l’ambasciatore italiano in Iraq e ha scritto su X con parole che non lasciano spazio a interpretazioni: “Ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil. Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria”.

Intervenuto poi a Realpolitik, Tajani ha aggiunto una nota di prudenza che rivela tutta la complessità dello scenario: “Non sappiamo se l’attacco è concluso, i militari italiani sono ancora al sicuro nel bunker”. Il titolare della Farnesina ha precisato che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata subito informata dell’accaduto e ha annunciato che si valuteranno le conseguenze del gesto, definito senza esitazioni “inaccettabile”. Tajani ha però voluto distinguere con attenzione: “Non si capisce se sia stato un missile iraniano o di milizie filo-iraniane”, sottolineando che la base di Erbil è inserita all’interno di un comprensorio multinazionale e che non è chiaro se l’attacco fosse specificamente diretto contro il contingente italiano o contro l’insediamento in generale. Un punto determinante, che potrebbe cambiare radicalmente la risposta politica e militare dell’Italia. Nel frattempo, il ministro ha ribadito l’impegno dell’Italia per la de-escalation, in un momento in cui il fuoco sembra pronto a divorare l’intera regione.

Hormuz, la polveriera del mondo: navi in fiamme e mine nell’abisso

Mentre i militari italiani si rifugiavano nel bunker di Erbil, lo Stretto di Hormuz si trasformava in uno scenario da incubo. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato di aver colpito due navi nel punto più sensibile del commercio globale di petrolio: la Express Room, battente bandiera della Liberia e di proprietà israeliana, e la portarinfuse thailandese Mayuree Naree. Quest’ultima ha preso fuoco, costringendo all’evacuazione dell’equipaggio: 20 marinai sono stati tratti in salvo dalla Marina dell’Oman, mentre tre risultano ancora dispersi. L’agenzia marittima britannica Ukmto ha registrato almeno tre imbarcazioni colpite in rapida successione e ha contabilizzato 14 incidenti analoghi dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio.

La situazione è resa ancora più esplosiva dalla questione delle mine navali. Secondo Reuters, Teheran avrebbe già piazzato circa una dozzina di ordigni il cui posizionamento sarebbe noto alle forze americane. Ma la vera minaccia è nel potenziale inespresso: l’Iran conserverebbe ancora oltre l’80-90% delle sue piccole imbarcazioni e dei suoi posamine, con la capacità di disseminare lo stretto di centinaia di mine in pochissimo tempo. Donald Trump, da parte sua, continua a smentire questa lettura: “Lo stretto di Hormuz è in ottima forma, abbiamo distrutto tutte le navi”, ha dichiarato ai giornalisti. Il Comando Centrale USA ha tuttavia reso noto di aver “eliminato” 16 navi portamine iraniane — numero poi corretto da Trump stesso a 28 — ma la distanza tra le rassicurazioni presidenziali e la realtà sul campo appare crescente.

Il CentCom lancia l’allarme: i porti civili iraniani nel mirino

La risposta americana alla chiusura de facto dello stretto è arrivata con un avvertimento dal peso enorme. Il Comando Centrale USA ha dichiarato che i porti civili iraniani lungo Hormuz hanno perso il loro status di protezione ai sensi del diritto internazionale, in quanto utilizzati dalla Marina di Teheran per operazioni militari. In altre parole: sono diventati obiettivi legittimi. Il Centcom ha invitato tutti i civili ad abbandonare immediatamente quelle strutture portuali, segnalando che un’azione potrebbe essere imminente.

La risposta iraniana non si è fatta attendere: “Colpiremo i porti regionali”, ha tuonato il regime, trasformando il Golfo Persico in un gigantesco campo di battaglia potenziale. Il portavoce militare Ibrahim Zolfaqari ha alzato ulteriormente il tiro: “Tutte le navi appartenenti agli americani e ai loro alleati sono un obiettivo legittimo. Non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio raggiunga gli Stati Uniti, Israele e i loro partner”.

L’Iran colpisce ovunque: dall’Arabia Saudita a Dubai, fino all’Iraq

La macchina bellica iraniana ha proseguito la sua offensiva su più fronti simultanei, in quello che i Pasdaran hanno definito “l’operazione più devastante e pesante dall’inizio della guerra”. L’Arabia Saudita ha abbattuto sei missili e droni diretti ai suoi giacimenti petroliferi. Il porto di Salalah, in Oman, è stato preso di mira. A Dubai, un drone si è schiantato su un edificio nella zona residenziale di Dubai Creek Harbour: secondo la televisione di Stato iraniana, l’edificio ospitava truppe americane. Le autorità dell’emirato hanno confermato l’evacuazione del palazzo, escludendo feriti.

Nuovi raid hanno colpito le basi americane in Iraq — incluso un centro logistico per diplomatici —, in Qatar (base Al Udeid) e in Kuwait (Camp Arifjan). Teheran ha già minacciato di prendere di mira anche banche e centri economici di Stati Uniti e Israele nella regione, intimando alla popolazione di non stazionare entro un raggio di un chilometro dagli istituti bancari. Un segnale inquietante, che suggerisce la volontà di portare il conflitto nelle arterie economiche della regione.

La guerra dei numeri: chi sta davvero vincendo?

Il quadro militare resta profondamente contraddittorio, con versioni che si sovrappongono e si contraddicono. L’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale USA, ha dichiarato con fredda sicurezza che gli attacchi iraniani con missili balistici e droni sono diminuiti “drasticamente” rispetto alle prime 24 ore dell’Operazione Epic Fury: “La forza di combattimento degli Stati Uniti sta crescendo, quella dell’Iran sta diminuendo”. Un’affermazione supportata dalle rilevazioni sul campo, ma che non racconta tutta la storia.

Trump, dal canto suo, insiste sulla narrativa della vittoria imminente: “La guerra finirà presto. Non c’è praticamente niente più da bombardare. Abbiamo causato più danni di quanto pensassimo possibile”. Eppure Emmanuel Macron, al termine di una videoconferenza con i leader del G7, ha gelato gli entusiasmi presidenziali americani con una frase netta: “Le capacità militari dell’Iran non sono ridotte a zero”. Il presidente francese ha anche sottolineato l’urgenza di ripristinare la libertà di navigazione a Hormuz e la necessità di un coordinamento stretto tra gli alleati, annunciando la possibile riattivazione di operazioni navali nel Mar Rosso e a Bab-el-Mandeb. Funzionari della sicurezza a Gerusalemme, intanto, ritengono che la Casa Bianca non chiuderà la partita in tempi brevi, smentendo di fatto l’ottimismo di Trump.

Mojtaba Khamenei sparito dalla scena: il potere ferito

Nel caos della guerra, una notizia aleggia come un’ombra sul futuro dell’intero conflitto: Mojtaba Khamenei, eletto Guida Suprema dell’Iran appena domenica scorsa, non è ancora apparso in pubblico. Il 56enne ayatollah, figlio del defunto Ali Khamenei — ucciso durante i primi bombardamenti di USA e Israele del 28 febbraio — risulta ferito alle gambe e alle braccia. Secondo l’ambasciatore iraniano a Cipro, sarebbe ricoverato in ospedale e “non in grado di pronunciare un discorso”. Il figlio del presidente Pezeshkian ha tentato di rassicurare i connazionali via Telegram, affermando che “sta bene e non ci sono problemi”, ma il silenzio della nuova Guida Suprema in un momento così critico è un segnale che non può essere ignorato. Un paese in guerra senza un leader visibile è un paese sull’orlo del precipizio.

Il conto delle vittime che il mondo non può ignorare

In mezzo alle dichiarazioni dei generali e alle mosse diplomatiche, c’è una realtà che rischia di passare in secondo piano: il bilancio umano della guerra è devastante. Teheran ha comunicato che in 12 giorni di conflitto sono stati uccisi oltre 1.300 civili iraniani e quasi 10.000 siti civili sono stati colpiti. In Libano, il ministero della Salute conta 588 morti — tra cui donne e bambini — e 753.000 sfollati in soli dieci giorni. A Beirut, un attacco israeliano sul lungomare di Ramlet al-Baida — una spiaggia pubblica dove dormivano all’aperto gli sfollati — ha causato 7 morti e 21 feriti nelle primissime ore di giovedì. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz non lascia dubbi sulla strategia: “La campagna andrà avanti senza limiti di tempo, finché sarà necessario, giorno per giorno, obiettivo per obiettivo”.

Un conflitto che si autoalimenta, che allarga i suoi confini ogni ora che passa, e che adesso ha bussato direttamente alla porta dell’Italia, con quel missile abbattutosi sulla base di Erbil. I nostri soldati stanno bene, per ora. Ma la domanda che brucia sulle labbra di tutti, da Roma a Washington, da Teheran a Tel Aviv, è la stessa: fino a quando?

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Giovanni Rinaldi – Politologo e analista istituzionale
Politologo e analista politico-istituzionale

Giovanni Rinaldi

Giovanni Rinaldi è un politologo con una lunga esperienza nello studio dei sistemi politici, delle istituzioni e delle dinamiche di potere nazionali e internazionali. Ha seguito per decenni l’evoluzione della politica italiana ed europea, con particolare attenzione ai rapporti tra politica, sicurezza e relazioni internazionali. Su InfoDifesa.it firma analisi di contesto, commenti istituzionali e approfondimenti di carattere politico-strategico.