Spionaggio per Mosca, i pizzini nei muri di Roma e le micro-SD nascoste: così agivano i due ex 007 italiani
L’inchiesta che riaccende l’allarme sicurezza nazionale
Pizzini consegnati in strada, schede micro-SD nascoste negli incavi dei muri, incontri su panchine e telefoni allontanati per evitare intercettazioni. È il quadro che emerge dall’inchiesta sul presunto spionaggio in favore della Russia che ha portato all’arresto di Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi 59enni, ex appartenenti all’Aisi e già carabinieri.
L’indagine, coordinata dalla Procura di Roma e dalla Procura militare, è stata condotta dai carabinieri del Ros e riguarda una presunta attività di raccolta e trasmissione di informazioni riservate a beneficio di un soggetto indicato come agente dei servizi russi, formalmente coperto da incarico diplomatico presso l’ambasciata di Mosca in Italia.
I due ex 007 sono finiti ai domiciliari. Nel fascicolo risultano complessivamente sette indagati, tra cui, secondo quanto emerso, anche militari in servizio.
Pizzini, pacchetti e schede di memoria: il metodo degli scambi
Secondo gli investigatori, le comunicazioni tra gli indagati e il presunto referente russo avvenivano anche con tecniche tradizionali, lontane dall’immaginario esclusivamente digitale dello spionaggio contemporaneo.
Gli scambi sarebbero stati organizzati attraverso pizzini consegnati in strada e tramite schede micro-SD inserite in piccoli pacchetti, poi nascoste negli incavi dei muri in alcune zone di Roma. Una modalità che richiama i sistemi di “dead drop”, i punti di deposito usati per lasciare materiale senza un contatto diretto continuo tra fonte e destinatario.
In altri casi, secondo quanto ricostruito, gli incontri sarebbero avvenuti su una panchina, dove i due avrebbero consegnato buste contenenti il materiale richiesto al funzionario russo.
La paura delle intercettazioni e gli smartphone allontanati
Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta riguarda le cautele adottate durante gli incontri. Per evitare intercettazioni o captazioni ambientali attraverso i telefoni cellulari, il presunto agente russo avrebbe chiesto agli interlocutori italiani di allontanare gli smartphone.
In un episodio, secondo quanto riportato dagli investigatori, uno dei telefoni sarebbe stato fatto collocare addirittura all’interno di un forno a microonde, soluzione usata per isolare temporaneamente il dispositivo da possibili trasmissioni o ascolti indesiderati.
Le tecniche di occultamento dei contatti, definite dagli inquirenti particolarmente evolute, sarebbero state ricostruite e decifrate dagli specialisti del Ros nel corso dell’attività investigativa.
Chi sono Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale
Gavino Raoul Piras, 59 anni, originario di Sassari, è indicato come ex appartenente all’Aisi e già sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri. Anche Vincenzo Di Pasquale, 59 anni, originario di Matera, ha un passato nell’intelligence interna ed è un ex carabiniere.
Secondo l’accusa, i due avrebbero raccolto e trasmesso informazioni in cambio di denaro. Al centro della vicenda ci sarebbe il rapporto con un funzionario dell’ambasciata russa in Italia, ritenuto dagli investigatori collegato ai servizi di intelligence di Mosca e protetto dall’immunità diplomatica.
Le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, comprendono spionaggio, accesso abusivo a sistemi informatici, procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, rivelazione di segreti di Stato e rivelazione di notizie di cui sia stata vietata la divulgazione.
Gli altri indagati e il ruolo delle fonti
Oltre ai due arrestati, l’inchiesta coinvolge altri cinque indagati. Tra questi figurerebbero anche quattro militari in servizio, indicati come possibili fonti attraverso cui sarebbero state acquisite informazioni sensibili.
È uno degli elementi più delicati dell’indagine: la presunta capacità della rete di accedere a dati e documenti riconducibili ad ambienti istituzionali e militari. Un aspetto che, se confermato nelle successive fasi processuali, collocherebbe il caso in un contesto di minaccia diretta alla sicurezza nazionale.
La posizione degli indagati resta naturalmente sottoposta al vaglio dell’autorità giudiziaria, nel rispetto della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.
Il precedente Walter Biot
Il nuovo caso riporta alla memoria la vicenda di Walter Biot, l’ufficiale della Marina Militare arrestato nel 2021 mentre consegnava documenti riservati a funzionari dell’ambasciata russa in Italia.
In quella circostanza, Biot fu fermato in flagranza nell’ambito di un’operazione di controspionaggio. Secondo le ricostruzioni investigative, il passaggio di informazioni sarebbe avvenuto in cambio di 5mila euro.
Il parallelo tra i due casi evidenzia un punto centrale: nonostante l’era della cyber intelligence, delle intercettazioni digitali e degli spyware, le modalità più classiche della Human Intelligence continuano a essere utilizzate. Il reclutamento di persone con accesso a informazioni riservate resta uno strumento considerato strategico dagli apparati di intelligence ostili.
La copertura diplomatica e il nodo dell’ambasciata russa
Anche in questa indagine, come nel caso Biot, emerge il ruolo della rappresentanza diplomatica russa in Italia. Secondo l’impostazione accusatoria, il presunto referente della rete avrebbe operato sotto copertura diplomatica, condizione che garantisce protezione giuridica e rende più complesso l’intervento diretto delle autorità italiane.
La copertura diplomatica, nella storia dello spionaggio internazionale, rappresenta uno degli strumenti più utilizzati per consentire a funzionari di intelligence di muoversi in territorio straniero mantenendo relazioni con fonti, intermediari e soggetti istituzionali.
In questo scenario, l’Italia resta un Paese particolarmente sensibile per la sua collocazione strategica nel Mediterraneo, per la presenza di infrastrutture militari e Nato, e per il peso di aziende nazionali attive nei settori della difesa, dell’aerospazio e della cantieristica.
Dalla guerra in Ucraina alla minaccia ibrida
L’attivismo russo in Italia è seguito con attenzione dagli apparati di sicurezza, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina. La pressione di Mosca verso i Paesi occidentali non passa soltanto attraverso lo spionaggio tradizionale, ma anche tramite disinformazione, attacchi informatici, tentativi di influenza politica e operazioni finalizzate a indebolire la fiducia nelle istituzioni europee e nella Nato.
Le analisi dell’intelligence italiana hanno più volte richiamato l’attenzione sulla natura ibrida della minaccia: raccolta clandestina di informazioni, campagne di propaganda, cyber attacchi contro infrastrutture critiche e operazioni di influenza.
In questo quadro, il lavoro del controspionaggio diventa decisivo per individuare reti, fonti e canali attraverso cui potenze straniere cercano di accedere a informazioni sensibili.
Il Copasir: massima attenzione contro le attività ostili
Il presidente del Copasir, Lorenzo Guerini, ha sottolineato la necessità di mantenere alta l’attenzione sulle attività di spionaggio condotte da Stati esteri, in particolare dalla Russia. Guerini ha evidenziato come le attività malevole finalizzate a ottenere informazioni in grado di pregiudicare la sicurezza nazionale siano note al Comitato e costantemente seguite dagli organismi competenti.
Il caso Piras-Di Pasquale conferma quindi la centralità del contrasto alle infiltrazioni straniere e la necessità di proteggere informazioni, reti e personale con accesso a dati sensibili.
Per l’Italia, l’inchiesta rappresenta un nuovo segnale d’allarme: lo spionaggio non appartiene al passato, ma continua a muoversi tra tecnologie avanzate e metodi antichi, tra micro-SD nascoste nei muri, pizzini in strada e contatti riservati sotto copertura diplomatica.
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