PARÀ MASSACRATO SUGLI SCOGLI: SVOLTA DOPO 20 ANNI DI SILENZI ORA SPUNTANO DUE TESTIMONI

(di
Silvia Santini) Vent’anni dalla morte di Marco
Mandolini il cold case si riapre. A dir la verità l’inchiesta non era mai stata
archiviata ufficialmente, ma pare che adesso gli inquirenti stiano battendo la
pista giusta per dare un volto all’assassino.
 

Il sottufficiale dei
reparti speciali dei paracadutisti della Folgore Marco Mandolini, 34enne di
Castelfidardo, capo della scorta del generale Bruno Loi in Somalia, era stato
massacrato la sera del 13 giugno 1995 a Livorno con quaranta coltellate e
finito con una pietra che gli aveva fracassato il cranio. Due i testimoni che
gli inquirenti stanno ascoltando in interrogatorio in queste ore. Potrebbe
essere il momento più delicato dopo vent’anni dalla morte di Mandolini. 

La famiglia non ha mai
smesso di chiedere giustizia, di battersi soprattutto contro i tentativi di
depistaggio. 
Fino a oggi però si è trovata di fronte un muro
di omertà. In passato si era percorsa la pista del delitto passionale a sfondo
omosessuale e quella del complotto internazionale che avrebbe visto Mandolini
vittima di manovre torbide, sospetto anello di congiunzione tra tanti morti
come quelle dell’inviata del Tg3 Ilaria Alpi e del suo cameraman Milan
Hrovatin. Poco più di un anno fa a Livorno è arrivata la notizia del
ritrovamento del dna del presunto assassino del parà. I magistrati hanno
sottoposto al test un gruppo di persone e tra queste anche i commilitoni del
sergente maggiore del «Col Moschin», il reparto degli incursori. Nessun esito
però. 

Altra pista: Mandolini avrebbe
investito i suoi soldi in una finanziaria poi fallita. L’inchiesta ha virato
verso il movente economico. Dopo l’omicidio infatti, l’assassino ha avuto
l’ardire di togliere dai pantaloni della vittima il portafoglio prendendo i
soldi e lasciando però i documenti personali.
 Un altro tentativo
per sviare le indagini? Non è ancora dato saperlo. Quando tornò dalla Somalia
però raccontò al fratello che voleva investirli in due appartamenti qui e in un
villaggio a Zanzibar, quindi ce n’erano ancora molti. Prima di morire Mandolini
era stato reclutato in una squadra speciale della Nato in Germania, era
diventato uno degli istruttori dei migliori reparti del mondo. Un lavoro di
certo molto delicato per cui serviva estrema riservatezza. Allo stesso tempo
quindi era una persona addestrata al massimo delle capacità, un fattore che la
famiglia non si rassegna a sottovalutare, decisa a pensare che il proprio caro
non si sarebbe mai recato da solo in quella scogliera se avesse saputo che lì
si celava un pericolo. Adesso c’è un pool di esperti a mettere mano
all’inchiesta, composto dall’avvocato Stefano Maccioni del foro di Roma (nome
storico del caso Pasolini), dalla criminologa Imma Giuliani e da ultimo il
dottor Enrico Lisso, massimo esperto di medicina forense e nello studio delle
macchie ematiche. 

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