Omicidio di Abderrahim Mansouri, in aula le accuse contro il poliziotto Cinturrino: “Mi hanno chiuso in una stanza del commissariato di Mecenate e mi hanno preso a schiaffi”
La testimonianza chiave davanti al giudice Domenico Santoro
“Mi hanno chiuso in una stanza del commissariato di Mecenate e mi hanno preso a schiaffi”. È una delle dichiarazioni più pesanti emerse nel secondo giorno di udienza dell’incidente probatorio sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo dall’assistente capo Carmelo Cinturrino.
A confermarlo davanti al giudice Domenico Santoro è stato uno dei sei testimoni ascoltati, un 29enne, inserito nel gruppo di giovani, senza fissa dimora, conoscenti della vittima e frequentatori dell’area del boschetto della droga e del Corvetto.
Le parole di Carmelo Cinturrino in aula: “Ho sparato per paura”
Nel corso dell’udienza è stato lo stesso Carmelo Cinturrino, presente in aula, a decidere di parlare a metà mattinata. Il poliziotto ha rivendicato il proprio percorso professionale e il legame con la divisa: “Sono stato il primo in famiglia a indossare la divisa”, ha dichiarato, parlando della propria “passione” per il lavoro svolto.
Cinturrino ha inoltre sottolineato: “In 18 anni di servizio ho preso solo 25 giorni di malattia”. Sul piano processuale, ha respinto tutte le accuse dei testimoni, sostenendo di “non aver mai usato violenza” e di aver “sempre agito nella massima legalità”.
Quanto allo sparo costato la vita a Mansouri, il poliziotto ha ribadito di aver fatto fuoco “per paura”. Si è quindi detto “enormemente dispiaciuto” per la morte del giovane di 28 anni e anche “per quella che ho fatto io”.
I testimoni confermano le presunte violenze attribuite all’agente
Davanti al giudice hanno sfilato, uno dopo l’altro, i testimoni che in precedenza avevano raccontato ai pubblici ministeri di essere stati anch’essi presi di mira da Cinturrino, indicato da alcuni come “Luca” o “Thor”.
Il soprannome “Thor”, secondo quanto riferito in aula, sarebbe collegato al martello che il poliziotto era solito portare con sé. Un elemento su cui la difesa ha fornito una spiegazione precisa: quello strumento, secondo i legali, sarebbe servito per “setacciare” le zone di spaccio e non per colpire gli spacciatori, come invece sostenuto da chi lo accusa.
Secondo il resoconto emerso in udienza, i testi hanno confermato le presunte condotte violente attribuite al poliziotto. Le dichiarazioni hanno riguardato episodi di minacce, intimidazioni e aggressioni che, stando alle accuse, si sarebbero verificati nei confronti di persone legate al contesto del boschetto di Rogoredo.
Il racconto del 29enne: “Colpito sul capo e sul volto”
Tra i passaggi più gravi c’è quello relativo al 29enne che avrebbe riferito di essere stato sequestrato in commissariato e colpito più volte “sul capo e sul volto”.
Secondo questa testimonianza, il giovane sarebbe uscito dagli uffici con un verbale falso per la detenzione di 28 grammi di hashish. Un’accusa molto pesante, che si inserisce nel quadro delle contestazioni portate all’attenzione del giudice nell’ambito dell’incidente probatorio.
Le testimonianze dei due giovani di 19 e 22 anni
Nel corso dell’udienza sono stati ascoltati anche altri due ragazzi, rispettivamente di 19 e 22 anni, che hanno ricostruito le minacce e le intimidazioni che avrebbero subito.
Le loro dichiarazioni si aggiungono a quelle degli altri testimoni già sentiti e contribuiscono a delineare il quadro accusatorio emerso attorno alla figura dell’assistente capo.
La telefonata con Mansouri nel momento dello sparo
Tra gli elementi emersi a Palazzo di Giustizia c’è anche la testimonianza dell’uomo che si trovava al telefono con Mansouri alle 17.32, nel momento in cui, secondo quanto ricostruito, Cinturrino ha sparato colpendo il pusher alla testa mentre si voltava per scappare.
Si tratta di un passaggio ritenuto rilevante perché si affianca alla testimonianza dell’uomo afghano, indicato come testimone oculare dell’omicidio, ascoltato anch’egli dal giudice.
Il testimone oculare: Mansouri cadde con la “faccia a terra”
L’uomo afghano ha riferito di aver visto Mansouri cadere con la “faccia a terra”. Una dichiarazione che assume rilievo anche in relazione alle condizioni in cui il corpo del 28enne sarebbe stato ritrovato successivamente.
Infatti, il corpo del ragazzo è stato rinvenuto sdraiato sulla schiena, con accanto una pistola finta che, secondo quanto riportato, sarebbe stata collocata dal poliziotto nel tentativo di inscenare la legittima difesa.
La pistola finta e il nodo della legittima difesa
Il tema della pistola finta resta uno dei punti più delicati dell’intera vicenda. Secondo quanto emerso, l’arma sarebbe stata posizionata accanto al corpo di Mansouri dopo i fatti, nel tentativo di sostenere la tesi della legittima difesa.
Si tratta di una circostanza che, secondo quanto riferito, non è mai stata accennata né chiarita da Cinturrino nel corso delle sue dichiarazioni spontanee rese in aula.
La posizione della difesa del poliziotto
Al termine dell’udienza, i difensori del poliziotto, Marco Bianucci e Davide Giugno, hanno ribadito con nettezza la loro linea.
“Ha respinto fermamente ogni accusa”, hanno dichiarato i legali, aggiungendo che Cinturrino ha fornito “diverse ricostruzioni attendibili e riscontrabili”. Gli avvocati hanno inoltre sottolineato che i testimoni sono stati denunciati per calunnia.
La reazione dei legali della famiglia Mansouri
Di segno opposto il commento dell’avvocato Marco Romagnoli, uno dei legali della famiglia di Abderrahim Mansouri.
“Da chi dice di aver ucciso senza voler uccidere ci si aspettava una disperazione che non è emersa nelle sue parole”, ha affermato il legale, evidenziando la distanza tra la versione offerta dal poliziotto e la percezione della parte civile.
Un incidente probatorio che pesa sul futuro del procedimento
Le testimonianze raccolte nel secondo giorno di incidente probatorio consolidano un passaggio cruciale dell’inchiesta sull’omicidio di Abderrahim Mansouri. Da una parte ci sono le dichiarazioni del poliziotto, che parla di paura, nega violenze pregresse e rivendica di aver sempre agito nella legalità. Dall’altra ci sono i racconti dei testimoni, che confermano in aula presunte aggressioni, minacce e intimidazioni e aggiungono dettagli sul momento in cui il 28enne venne colpito a morte nel boschetto di Rogoredo.
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