Morto durante l’arresto a Sanremo, assolti due carabinieri

Assolti “perché il fatto non costituisce reato”. Si chiude così, dopo quasi sette anni, il caso della morte di Kaies Bohli, il pusher tunisino di 32 anni deceduto all’ospedale di Sanremo dopo l’arresto: i due carabinieri che lo avevano effettuato Fabio Ventura, 37 anni, e Gianluca Palumbo, non sono colpevoli di omicidio colposo. L’episodio risale al 5 giugno 2013. Bohli era stato fermato nel parcheggio del supermercato Lidl di Riva Ligure mentre stava spacciando eroina.

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I carabinieri della stazione di Santo Stefano al Mare lo stavano sorvegliando da tempo, e quel giorno, in borghese , si erano appostati per coglierlo in flagrante. Il tunisino, però, aveva reagito all’arresto, cercando di scappare. C’era riuscito una prima volta poi, inseguito, era caduto nel tentativo di saltare un guard rail. I carabinieri avevano cercato di immobilizzarlo, lui si era difeso con calci, pugni, morsi. Alla fine era stato ammanettato e caricato sull’auto di pattuglia. A bordo, però, si era sentito male, aveva perso conoscenza. Portato al Pronto soccorso dell’ospedale di Sanremo, era morto dopo circa un’ora.

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L’autopsia, eseguita dal medico legale Francesco Traditi, aveva stabilito che Kaies Bohli era deceduto per “asfissia violenta da inibizione dell’espansione della gabbia toracica”, diretta conseguenza dell’immobilizzazione da parte dei carabinieri. Ventura e Palumbo, che avevano bloccato il pusher a terra, erano stati subito indagati per omicidio colposo, assieme a un terzo carabiniere, Fabiano Di Sipio, che aveva partecipato all’operazione. Nel marzo 2015, Di Sipio era stato prosciolto dall’accusa di omicidio colposo, mentre per Palumbo e Ventura il giudice aveva disposto il “non luogo a procedere”.

Una decisione contro la quale il pm Cavallone era ricorso in Cassazione; la Suprema Corte, a novembre 2015, aveva accolto l’istanza solo per quanto riguarda le posizioni di Palumbo e Ventura (respingendola invece per il terzo militare), rimandando quindi gli atti al Tribunale perché venisse fissata una nuova udienza preliminare. Palumbo e Ventura erano stati rinviati a giudizio, il processo a loro carico si era aperto il 21 febbraio di due anni fa. La svolta nel novembre 2019, quando il medico legale Lorenzo Varetto, aveva escluso la responsabilità dei due carabinieri. Stabilendo che il tunisino non era morto per asfissia, ma per un attacco cardiaco. Un’aritmia improvvisa causata da una serie di fattori, emotivi e fisici. «Il decesso non è direttamente collegabile all’azione dei militari». Fino all’assoluzione.

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Il pm Fornace, nel chiedere l’assoluzione, ha anche confrontato il caso di Bohli con quello di Federico Aldrovandi, morto a Ferrara nel 2005, per cui furono condannati i poliziotti che lo avevano immobilizzato. «Quella volta ci fu un’azione gratuitamente violenta, al confine con la preterintenzionalità», aveva spiegato. La formula “perché il fatto non costituisce reato”, con mancanza dell’elemento soggettivo, lascia alle parti civili, la moglie, con i due figli minori, e la madre, spazio per un appello in sede civile al fine di ottenere un risarcimento.

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