MILITARI E POLIZIA: SENZA PREVIDENZA COMPLEMENTARE, PENSIONI DA FAME

“Un’attivazione rapida della previdenza complementare nel comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico volta ad accrescere gli assegni pensionistici nei confronti dei lavoratori le cui prestazioni verranno calcolate con il sistema contributivo e che quindi percepiranno meno rispetto agli altri lavoratori del pubblico impiego. E’ questa un’importante richiesta, inascoltata, dei lavoratori in uniforme.”

Attualmente, infatti, la previdenza complementare nel comparto sicurezza e difesa costituisce uno dei tanti capitoli ancora aperti e non risolti. Il personale delle forze armate fa parte di quei dipendenti pubblici che non sono stati coinvolti dal processo di privatizzazione del pubblico impiego e i cui rapporti di lavoro, sulla scorta del decreto legislativo n. 165 del 2001, restano disciplinati dai rispettivi ordinamenti (ex art. 3, comma 1).

Si ricorda che, tramite le sentenze 21 marzo 2013, n. 2907/2013 e n. 2908/2013 pronunciate dalla sezione I bis del TAR per il Lazio, i ricorrenti (militari delle forze armate, inclusa l’Arma dei Carabinieri) hanno ottenuto il riconoscimento dell’obbligo per le amministrazioni resistenti di concludere, mediante l’emanazione di un provvedimento espresso, il procedimento amministrativo concernente l’immissione della previdenza complementare.

Dallo stesso TAR del Lazio è stato poi nominato un commissario ad acta, al quale veniva riconosciuto  l’onere, ritenuto indispensabile, «di attivare i procedimenti negoziali interessando allo scopo le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative ed i Consigli Centrali di Rappresentanza, senza tralasciare di diffidare il Ministro della Pubblica Amministrazione e la Semplificazione ad avviare le procedure di concertazione/contrattazione per l’intero Comparto Difesa e Sicurezza».

Ebbene nel mese di giugno 2017 avevamo pubblicato in anteprima una bozza della direttiva con la quale sarebbe dovuta scattare l’ultima fase della Riforma sul Pubblico Impiego, dedicando un’intera parte alla previdenza complementare – in particolare, quella basata su fondi negoziali – ritenendola componente fondamentale del welfare contrattuale.

I buoni propositi prevedevano di perseguire l’incremento della percentuale degli iscritti ai fondi negoziali attraverso l’ampliamento della quota di iscritti con minore anzianità, tenuto conto, peraltro, che i fabbisogni di una copertura previdenziale integrativa crescono in relazione inversa con l’anzianità anagrafica e contributiva.

Ma come si sa le migliori intenzioni sono cariche di delusioni ed il governo non ha stanziato risorse, non ha manifestato la volontà di risolvere tale problematica. Lo faranno i sindacalisti delle forze di polizia ed i delegati della Rappresentanza Militare? Vi terremo informati.

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