Marescialli, lo sfogo a INFODIFESA: “Funzioni direttive, responsabilità da dirigenza ma senza assegno”
“Per i Marescialli un vuoto di riconoscimento”
Dopo la lettera del Tenente Colonnello sulla “zona grigia” vissuta da Maggiori e Tenenti Colonnelli, a INFODIFESA arriva un nuovo sfogo, stavolta dal cuore del ruolo Marescialli. A scrivere è un 1° Maresciallo del Nuovo Iter, 23 anni di servizio, due Lauree e un Master, che sceglie parole nette, dirette, tutt’altro che burocratiche.
Il punto di partenza è chiaro: se per gli Ufficiali superiori si può parlare di una “terra di mezzo”, per i Marescialli il problema sarebbe persino più profondo. Nella lettera si legge infatti che, per il Sottufficiale del ruolo Marescialli, il quadro “assume i contorni di un vuoto di riconoscimento”. Una formula pesante, che fotografa una frattura tra ciò che viene chiesto ogni giorno a questi militari e ciò che viene riconosciuto, soprattutto sul piano economico e ordinamentale.
“Svolgo mansioni che altrove sono da Dirigenza”
Il 1° Maresciallo non rivendica genericamente un malessere. Entra nel merito e mette nero su bianco la propria condizione professionale. Scrive infatti di svolgere quotidianamente, “per formazione e per prassi consolidata all’interno dell’ente” in cui presta servizio, “mansioni di elevato profilo tecnico-gestionale”, aggiungendo che si tratta di funzioni che “in altri contesti ordinamentali sono tipicamente attribuite alla Dirigenza”.
È qui che la lettera colpisce più duro. Perché il senso dello sfogo è tutto nella distanza tra responsabilità effettive e riconoscimento formale. Non una lamentela astratta, ma la denuncia di un sistema che, secondo l’autore, pretende competenze alte, autonomia, capacità di coordinamento e gestione, senza però tradurre questo carico in un adeguato riconoscimento economico.
“Massime responsabilità di comando tecnico e gestione amministrativa”
La frase più pungente della lettera è forse quella in cui il Maresciallo parla di una situazione “peculiare” in cui “le massime responsabilità di comando tecnico e di gestione amministrativa convivono con l’assenza di un corrispettivo economico che ne certifichi la funzione direttiva esercitata”.
Il nodo, quindi, non è solo salariale. È prima ancora un nodo di coerenza del sistema. Perché, se da un lato si affidano ai Marescialli compiti di peso crescente, dall’altro non si riconosce loro, secondo quanto denunciato, quel trattamento che dovrebbe certificare la natura direttiva di quelle stesse funzioni.
Il percorso a ostacoli del Nuovo Iter: 27 anni per arrivare a Luogotenente
Nella sua lettera il 1° Maresciallo richiama poi un dato molto preciso: per un Maresciallo del Nuovo Iter, il raggiungimento del grado apicale della categoria, quello di Luogotenente, richiede mediamente 27 anni di servizio effettivo, e comunque “subordinatamente all’esito favorevole dell’avanzamento a scelta”.
Un tempo lunghissimo, che nella ricostruzione del militare diventa ancora più significativo nel passaggio verso il grado di Primo Maresciallo. Si tratta, scrive, di un avanzamento valutativo che inizia “a partire dai 15 anni nel ruolo”. Ma anche quando arriva una valutazione di “piena idoneità”, la promozione non scatta automaticamente.
Lo scorrimento per terzi: idonei sì, promossi no
Il passaggio più amaro della denuncia riguarda proprio il meccanismo dello “scorrimento per terzi”. Nella lettera si spiega che, anche dopo il riconoscimento della piena idoneità, la promozione viene di fatto spezzata in “tre aliquote distribuite su altrettanti anni solari”.
Tradotto: si può essere giudicati pronti, meritevoli, professionalmente idonei, e restare comunque fermi. Il 1° Maresciallo lo dice con chiarezza: questo sistema comporta che, “pur essendo riconosciuti professionalmente pronti, si permanga in attesa del posto in organico”, con un rinvio concreto della “piena valorizzazione del ruolo”.
Ed è proprio qui che lo sfogo diventa più politico che personale. Perché il messaggio è semplice e tagliente: non basta dire a un Maresciallo che è idoneo, se poi lo si lascia sospeso per anni.
Il confronto che pesa: 27 anni contro 13
Il militare mette poi sul tavolo un raffronto che non passerà inosservato. Se i 27 anni necessari per arrivare a Luogotenente vengono rapportati ai 13 anni necessari a un Ufficiale del Ruolo Normale per raggiungere il grado di Maggiore, il divario appare immediatamente evidente.
La lettera sottolinea che al grado di Maggiore consegue anche la percezione dell’Assegno di Funzione Dirigenziale. Da qui la stoccata: “la disparità di trattamento appare come un dato di fatto che meriterebbe una riflessione approfondita”.
Una frase misurata nei toni, ma durissima nella sostanza. Perché chi scrive non contesta soltanto la lentezza della carriera, ma mette in discussione l’equilibrio complessivo tra ruoli, funzioni, tempi di progressione e trattamento economico.
“Paradosso ordinamentale”: sviluppo direttivo senza assegno direttivo
Il cuore della lettera è condensato in un’espressione destinata a far discutere: “paradosso ordinamentale”. Secondo il 1° Maresciallo, infatti, i Marescialli, in tutte le loro articolazioni di iter — Nuovo, Precedente, Ridotto, 958 — sono chiamati oggi a svolgere “funzioni di elevatissima responsabilità direttiva”.
A sostegno della sua tesi, richiama il D.Lgs. 66/2010 art. 839, comma 2, che viene indicato come la norma che attribuisce ai Primi Marescialli e ai Luogotenenti, “in virtù della loro formazione accademica e professionale”, compiti e responsabilità ben definiti.
Cosa fanno davvero Primi Marescialli e Luogotenenti
Nella lettera, il militare elenca in modo puntuale le funzioni che la norma attribuisce a queste figure. Si parla di:
- diretta collaborazione e sostituzione dei superiori gerarchici;
- funzioni di indirizzo e coordinamento con piena responsabilità;
- incarichi di comando in autonomia;
- attività di studio, ricerca e sviluppo tecnico;
- partecipazione a commissioni di Forza Armata e gestione amministrativa.
Non si tratta, dunque, di compiti marginali o esecutivi. Al contrario, il quadro descritto è quello di personale chiamato a operare in una dimensione ad alto tasso di responsabilità, sia sul piano tecnico sia su quello organizzativo e amministrativo.
La denuncia: “Carriera a sviluppo direttivo, ma niente assegno”
Ed è qui che arriva l’affondo più netto. Il 1° Maresciallo scrive che lo sviluppo di carriera dei Marescialli è normativamente definito “a sviluppo direttivo”. Tuttavia, aggiunge, “a differenza dei Dirigenti (Maggiore e gradi superiori), i Marescialli non percepiscono l’Assegno di Funzione Direttiva”.
In questa contraddizione, secondo l’autore della lettera, sta tutto il problema. Da una parte l’ordinamento riconosce uno sviluppo direttivo. Dall’altra, quando si passa al piano economico, quel riconoscimento si ferma. O, peggio, scompare.
Il risultato è una sensazione di squilibrio strutturale: responsabilità direttive sì, trattamento direttivo no.
“Non è una rivendicazione di categoria”
C’è un passaggio che merita attenzione, perché prova a spostare la discussione dal terreno corporativo a quello dell’interesse generale. Il 1° Maresciallo precisa infatti che “non si tratta di rivendicazioni di categoria”, ma della necessità di segnalare come l’attuale assetto rischi “di depotenziare l’efficienza di una categoria che costituisce, nei fatti, la spina dorsale gestionale e tecnica dello strumento militare”.
Parole che pesano. Perché qui lo sfogo non riguarda più soltanto il destino professionale dei Marescialli, ma chiama in causa il funzionamento complessivo dell’organizzazione militare. Se la categoria che regge una parte decisiva della macchina tecnica e gestionale non viene valorizzata in modo coerente, il problema non resta confinato dentro una singola carriera: diventa un problema di sistema.
Meritocrazia e realtà quotidiana: il nodo irrisolto
Il finale della lettera è forse il più lucido e il più duro insieme. Il 1° Maresciallo osserva che “la mancanza di un riconoscimento economico specifico per le funzioni direttive esercitate rende difficile conciliare il principio meritocratico con la realtà quotidiana” di chi, “con alta professionalità, supporta e spesso sostanzia l’azione di comando”.
È una chiusura che lascia poco spazio alle interpretazioni. Il messaggio è netto: se il merito viene riconosciuto solo sulla carta, ma non nelle progressioni e nei trattamenti, allora la meritocrazia rischia di restare uno slogan.
E nella denuncia arrivata a INFODIFESA c’è proprio questo: la richiesta, neppure troppo implicita, di smettere di considerare normale che i Marescialli reggano funzioni direttive, assumano responsabilità elevate, garantiscano continuità tecnica e gestionale, e continuino però a restare, sul piano del riconoscimento economico, in una zona d’ombra.
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