Libia: ostaggi turchi liberi in 3 giorni, ostaggi italiani dimenticati da 3 mesi. Non torneranno a Natale e saranno processati

Lo scorso 5 dicembre nei pressi delle coste libiche venne sequestrata la nave Mabruka, appartenente alle forze navali turche. Sin da subito crebbe la tensione, con il Presidente Erdogan impegnato nelle varie trattative per il rilascio degli ostaggi. La storia si è risolta positivamente per i prigionieri turchi, che sono stati rilasciati in seguito al pagamento di una piccola multa. I 7 marinai della flotta potranno quindi fare ritorno a casa.

Un discorso diverso vale per i marinai italiani, anch’essi sequestrati nei pressi delle coste libiche da Haftar. Sono ben 18 e non vedono le proprie famiglie da oltre 3 mesi. Eppure nessuno nel Governo italiano sembra preoccuparsene. Tutti sono impegnati nelle altre faccende: Covid19, economia, rapporti internazionali… Ciò che viene meno è la Difesa, la salvaguardia d’Italia e dei suoi cittadini, anche quelli impegnati in missioni lontane dai confini del Bel Paese. Laddove ad Ankara bastino soli 3 giorni per arrivare alla liberazione degli ostaggi, a Roma serve un’infinità di tempo. Anche se, bisogna dire, ciò che manca non è sicuramente il tempo, bensì l’interesse.


Nave turca e nave italiana: il paragone

Secondo alcuni sedicenti “esperti”, il rilascio degli ostaggi italiani non è avvenuto poiché le condizioni erano differenti. In parte è vero: la nave turca venne fermata a pochissima distanza dalle coste libiche con l’accusa di trasportare droga. Una versione, questa, tempestivamente smentita dal Governo della Turchia. Quest’ultimo sottolineò che la nave non poteva trasportare droga, ma era destinata al trasporto dei generi alimentari e viaggiava verso Misurata.

I cittadini italiani vennero catturati a bordo dei loro pescherecci che si trovavano più lontani dalla costa, sebbene comunque nelle acque che la Libia considera proprie. Si tratta di 18 abitanti della Sicilia, il cui unico obiettivo era quello di pescare. Gli stessi libici non negano che si trattava di civili inermi. Verso di loro non è stata nemmeno avanzata l’accusa di traffico della droga. L’unico motivo per cui restano ancora incarcerati in Libia è che si trovavano nelle acque che Haftar considera proprie. In realtà c’è anche un altro motivo: la completa debolezza dell’Italia, nonché il mancato interesse delle prime persone del nostro Paese verso la questione dei cittadini italiani presi in ostaggio.

Gli unici che sembrano preoccuparsene in Italia sono le 18 famiglie dei cittadini sequestrati. Famiglie che sono in cerca di risposte, ma che vorrebbero anche vedere una maggiore azione da parte del nostro Governo, affinché sia in grado di fare almeno qualcosa per risolvere l’intera questione.

Italia e Turchia: a cosa si deve la differenza di trattamento?

Le differenze tra il modus operandi turco e quello italiano sono molto evidenti. Per capirlo basta ricordarsi della ferma e totale presa di posizione del Ministro degli Esteri della Turchia, Mevlüt Çavuşoğlu. Quest’ultimo disse subito che gli interessi della Turchia nel Mediterraneo in generale e vicino la Libia nello specifico non possono essere presi di mira, altrimenti le conseguenze potrebbero essere molto gravi. E mentre questo succedeva, Luigi di Maio prendeva una posizione molto diversa, più morbida, affermando di non dover intraprendere delle azioni “clamorose”, ma mantenendo un basso profilo.

I turchi pur di rilasciare i loro ostaggi si sono subito impegnati per sorvolare con i caccia le aree di Sirte e Jufra, mandando così dei segnali d’indiscutibile importanza a Haftar. Gli italiani, invece, si sono nuovamente impegnati a… non fare nulla. Dal lato turco arriva quindi un chiaro segnale, praticamente una minaccia. Da quell’italiano ci sono delle parole relative a un tipo di diplomazia che non funziona.

Tutto questo nonostante gli evidenti vantaggi dell’Italia in termini di PIL o di rapporti precedenti con la Libia. Vantaggi che, però, non sembrano avere alcuna importanza, specialmente considerando che non vengono in alcun modo utilizzati dalle persone che si ritrovano a Governo.

Ormai si può parlare di una vera e propria umiliazione, che arriva in seguito al caso di Giulio Regeni, misteriosamente scomparso in Egitto. Ma non è affatto un segreto che il Governo dell’Italia ami subire le umiliazioni nel giro per il mondo osservando come l’importanza politico del Bel Paese cali a vista d’occhio. Dopo l’Egitto ora arriva la Libia e in futuro non è escluso che possano sorgere anche altri casi diplomatici, ai quali reagiremo alla stessa maniera: facendo finta di non voler disturbare nessuno.


Italia-Libia: fallite le trattative per il rilascio

I 18 pescatori provenienti da Mazara del Vallo non sembrano avere speranze di ritorno a casa. Il loro destino sembra ormai segnato, complice l’inattività del Ministero degli Esteri Di Maio: andranno a processo presso un tribunale militare libico. La prima udienza si svolgerà nei prossimi giorni. Pare che sia stato chiesto il rilascio di 30 prigionieri libici ora in galera in Italia per reati gravissimi-

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