L’ACCUSA AL GENERALE PREZIOSA: MINACCE AI SOTTOPOSTI PER OSTACOLARE UN UFFICIALE CHE IL CAPO DI STATO MAGGIORE RITENEVA SUO «RIVALE»

Minacce ai sottoposti, pressioni per certificare il falso, rimozione di chi disobbediva. Obiettivo: «tagliare fuori» il generale Carlo Magrassi. Con l’accusa di «concorso nel reato continuato di minaccia a un inferiore per costringerlo a fare un atto contrario ai propri doveri» la Procura militare ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica (è rimasto in carica fino allo scorso 29 marzo), Pasquale Preziosa e due alti generali del suo staff, Giampaolo Miniscalco e Antonio Di Lella. L’udienza è fissata per il 19 maggio di fronte al gup del Tribunale militare di Roma. Preziosa non ha risposto con le parole, ma con una querela per calunnia. E’ quanto riporta Virginia Piccolillo per il Corriere.it.
 

La mossa boomerang
A pochi giorni dal terremoto che ha scosso la Marina militare, per le indagini sull’ex capo di Stato Maggiore, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ora tocca all’Arma azzurra finire sotto i riflettori per una vicenda che ha molti elementi simili. A cominciare dalla guerra di dossier. L’indagine infatti nasce da un documento anonimo contro Magrassi che i tre consegnano alla Procura militare. Una mossa che però si ritorce contro di loro. Nella richiesta di processo il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis, ipotizza infatti che i tre alti ufficiali abbiano compiuto «minacce talvolta implicite ma sempre univoche, avvalendosi della forza intimidatrice derivante dal ruolo apicale del capo della Forza armata» proprio per far andare via Magrassi. Minacce inutili: l’avversario è diventato prima consigliere militare del premier e ora direttore nazionale degli armamenti.

Il generale non cede
Secondo l’accusa, per tarpargli le ali, c’era stata una fervida attività «presso lo Stato Maggiore». Da febbraio 2014, fino all’autunno, scrive il pm, «il generale Preziosa convocava ripetutamente nel proprio ufficio il generale Domenico Abbenante, direttore dell’Istituto di medicina Aerospaziale (in attesa di essere valutato per un avanzamento in grado) e gli dava chiare disposizioni»: dichiarare non pienamente idoneo al volo Magrassi. In caso contrario «avrebbe subìto un grave pregiudizio di carriera». «Analoghe, indebite intimidazioni venivano rivolte in quei giorni da Miniscalco», con la frase sulla necessità di tagliare Magrassi «fuori dall’arma». Abbenante però non si piega: il 27 febbraio emette il certificato di «piena idoneità». E una settimana dopo «viene rimosso d’autorità dall’incarico».

Scatta la fase due
Scatta così la fase due. Un dossier anonimo che denuncia «l’inidoneità di Magrassi», «dichiaratamente pervenuto l’8 aprile» viene trasformato in un esposto. E, con uno zelo che insospettirà il pm, Preziosa ordina una «urgente relazione sulle circostanze presuntamente evocate nell’esposto», cioè il fatto che non potesse rimanere in Aeronautica. Il colonnello Di Lello «si sostituiva materialmente» a chi doveva redigerla «e assicurava una chiave di lettura potenzialmente pregiudizievole a Magrassi». E così nella relazione all’autorità giudiziaria e militare si dava atto di «risultanze coerenti» con l’esposto. Ma non finiva lì. Si informava la Corte dei Conti «ventilando la sussistenza, in realtà mai emersa, di danno erariale per l’indebito riconoscimento dell’idoneità». Si formava una commissione d’inchiesta. E «si tentava di coartare il convincimento del presidente, il generale Vitantonio Cormio della commissione» sulla sussistenza di quel danno.

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