«La divisa può diventare una corazza dalla quale non esci, che ti sta stretta e ti distrugge insieme a tutto il resto».

«La divisa può diventare una corazza dalla quale non esci, che ti sta stretta e ti distrugge insieme a tutto il resto». Palma D’Alessio, del sindacato di polizia Les, si occupa da anni delle difficoltà che vivono gli agenti e del fenomeno suicidario tra le forze dell’ordine. La vicenda di Terracina è la terza dall’inizio dell’anno in Italia, alla quale aggiungere anche un tentativo di sucidio. «Non è colpa della Polizia, attenzione, ma è ora di approfondire quello che succede perché mente e psiche appartengono anche a un poliziotto, il quale può avere delle sue fragilità».

Tragedia in polizia, ancora un suicidio

Non ha dubbi Laura Seragusa, psicologa, docente di psicologia investigativa alla Lumsa di Roma e rappresentante del Sim, il Sindacato italiano militari carabinieri del quale segue il dipartimento salute e benessere.
«Al di là dei suicidi si deve agire sul clima organizzativo che non è soldi in più sullo statino o il circolo di biliardo. Si deve fare attenzione alle incomprensioni tra colleghi, intervenire sugli attuali percorsi formativi che in molti casi sono anacronistici. La prima cosa sarebbe chiedersi se quell’uomo o quella donna indossando la divisa è felice di andare al lavoro o prova pesantezza». Qualcosa si muove, l’Arma ha una cattedra in leadership e comunicazione alla scuola ufficiali. «La formazione – aggiunge la Seragusa – è la forma più importante di prevenzione. Non vanno date solo competenze tecniche ma anche umane, per affrontare i fattori di stress come opportunità di crescita e non come una via di fuga impossibile».

Ma c’è una correlazione tra lavoro e suicidio, legata al fenomeno del burnout, vale a dire alle difficili condizioni nelle quali si svolge la propria attività? «Il burnout per il fenomeno suicidiario in generale, a prescindere dall’appartenenza alle forze di polizia – aggiunge la psicologa – non può essere messo in relazione di causa ed effetto con chi si toglie la vita, questa linearità è difficile se non impossibile da definire. Esiste una complessità, eventi che si accumulano e portano l’individuo a non vedere ulteriore possibilità».
È anche per questo, forse, che si tende normalmente ad affermare che i suicidi di poliziotti hanno motivazioni personali. «La risposta dell’amministrazione – dice la D’Alessio – Si limita agli ultimi 2-3 anni di vita e invece dovrebbe concentrarsi sull’intera carriera. L’età media è di 45-55 anni, gente che è in Polizia da lustri, in maggioranza sono uomini e andrebbe fatta un’analisi più ampia legata allo stress di servizio».
Ma soprattutto c’è la difficoltà a chiedere aiuto perché si rischia di perdere tutto: «Ti tolgono pistola e manette, esci dal servizio attivo, stai a casa fino a quando la commissione medica non valuta la situazione, oltre sei mesi dopo. Chiaro che sono pochi quelli che cercano di farsi aiutare – dice la D’Alessio – se aggiungiamo che allo sportello di sostegno ci sono psicologi che comunque sono poliziotti, cosa fanno, assistono il paziente o si preoccupano di segnalare il suo caso ai superiori? È una vicenda che va affrontata». Infine: «Nessuno parla mai di disturbo post traumatico da stress, ad esempio – conclude la dirigente sindacale – eppure rispetto a quando sono stati fatti i test per entrare in Polizia a un collega può essere successo di tutto, deve essere valutato ciò che è accaduto e come possa avere influenzato la sua personalità». (di Giovanni Del Giaccio per il Messaggero)

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