Il carabiniere «Trucido» e la fiction su Dalla Chiesa: «Così nacque il mio soprannome»

Nella fiction «Il nostro generale», con Sergio Castellitto che interpreta Carlo Alberto Dalla Chiesa (in onda su Rai1 in quattro puntate) il suo personaggio, «Trucido», è tra quelli che più hanno colpito il pubblico. Determinato, coraggioso, legatissimo a Carlo Alberto Dalla Chiesa, il sottufficiale dei carabinieri interpretato da Andrea Di Maria in realtà si chiama Pasquale Vitagliano, oggi ha 70 anni e vive a Buonalbergo, in provincia di Benevento. A contrastare il terrorismo, in Italia e non solo, ha speso più di 40 anni della sua vita.

Maresciallo Vitagliano, la serie televisiva ricostruisce quegli anni tremendi trascorsi a Torino. Eravate un gruppetto di carabinieri stretti attorno a Dalla Chiesa…

«Eravamo otto sottufficiali, un appuntato e un capitano e dovevamo occuparci di Piemonte e Valle d’Aosta… Quanto a Dalla Chiesa, viveva nella caserma Cernaia, sede della Scuola allievi carabinieri: io pure alloggiavo là, ero scapolo e dunque capitava spesso che lui mi cercasse per motivi di lavoro. Il nostro rapporto è nato così.

Perché la chiamavano «Trucido»?

«In quel periodo, era molto prima che Dalla Chiesa si trasferisse a Palermo, arrivò come rinforzo un appuntato romano, si chiamava Ambrosini. Un giorno mi disse: marescia’, me sembrate er trucido. Alludeva a una serie di film con Tomas Milian all’epoca molto famosa: da allora il soprannome mi è rimasto. Del resto, io stesso non ho fatto niente per togliermelo da dosso, anzi: meglio non essere conosciuti con il proprio nome e cognome. Ciascuno di noi aveva un proprio nome di battaglia».

Lei ha vissuto un pezzo di storia d’Italia che ora, grazie alla fiction, anche i giovanissimi possono conoscere.

«Certo. Era un’epoca complicata e affascinante al tempo stesso. Ho passato anni a studiare e a fare pedinamenti: a studiare perché i terroristi erano impenetrabili, misteriosi, facevano di tutto per nascondersi e i loro volantini andavano esaminati rigo per rigo per cercare di farsi un’idea degli autori. A fare pedinamenti perché tutti ostentavano vite da insospettabili: Patrizio Peci, che io contribuii a catturare, usciva tutte le mattine alle sette, come un lavoratore qualunque, e tornava a casa la sera. Era assolutamente insospettabile. Impiegammo mesi per stanarlo, ma quella poi fu la svolta».

Erano tecniche di lavoro molto diverse da quelle di oggi…

«Infatti. Se all’epoca avessimo avuto a disposizione i mezzi di oggi, il terrorismo sarebbe stato sconfitto in sei mesi. Ricordo che in sala ascolto veniva l’operatore della Sip, armeggiava con i cavi, poi ci diceva: ho fatto, procedete pure… Oggi invece la tecnologia fa miracoli: pensiamo al trojan (un virus che, inoculato in un cellulare, consente di intercettare in maniera massiccia anche le conversazioni in ambientale, ndr).

Quando Dalla Chiesa fu mandato a Palermo lei si preoccupò…

«In tanti ci preoccupammo. Non era più generale ma prefetto, perdeva gli uomini che fino ad allora gli erano stati intorno e in qualche modo lo avevano protetto».

C’è qualcosa che rimpiange a causa della sua vita al servizio dell’Arma?

«No, nulla. Mi sono sposato a 37 anni perché prima non avrei potuto dedicarmi alla famiglia e garantirle serenità e sicurezza, ma va bene così».

Posso chiederle se lo Stato ha ricompensato in qualche modo la sua dedizione al lavoro?

«Il generale mi diede una medaglietta con una lettera di ringraziamento. Lo Stato, dopo 45 anni di servizio, mi dà una pensione di circa 2.000 euro. Ma, ripeto, va bene».

Il corriere

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