«Frasi razziste», condannato un militare per insulti al superiore di origini marocchine

«Sto marocchino di m…gliela farò pagare in un modo o nell’altro». «Sto marocchino non è degno di stare nell’esercito italiano, ha rubato il posto in Accademia a un italiano». «Sto meschino è un pezzo di m…». Sono solo alcune delle frasi che un sergente maggiore del 7° reggimento Alpini, rivolgeva al maggiore degli alpini Karim Akalay Bensellam, italiano di origini marocchine.

Frasi per cui l’uomo è finito sotto processo. Ora, la Corte Militare di Appello di Roma ha confermato la sentenza di condanna per le “frasi razziste” proferite contro l’Ufficiale dell’esercito italiano, confermando la pena inflitta dal Tribunale Militare di Verona. L’imputato è stato condannato ad un anno e tre mesi di reclusione (con riduzione della pena di soli tre mesi). L’accusa è «diffamazione pluriaggravata e continuata», si legge nella sentenza firmata dal giudice Enrico Della Ratta Rinaldi, con presidente Massimo Bocchini.

LA STORIA

I fatti risalgono a un periodo preciso: tra la fine del 2014 e metà del 2017.

Sul banco degli imputati, accusato di razzismo, un sergente in servizio a Belluno, che ha ripetutamente insultato Bensellam “alla presenza di numerosi militari”. Le frasi diffamatorie sono state tutte esplicitamente razziste: “Sto marocchino di merda”, “Non è degno di stare nell’esercito italiano”, “ha rubato un posto in Accademia ad  un italiano”, “pezzo di m … sto meschino”.

Fra i due rapporti erano tesi da tempo, tanto che anche Bensellam era finito sotto processo con l’accusa di aver aggredito il sergente, vicenda chiusa con un proscioglimento per “particolare tenuità del fatto”. Durante questa inchiesta tuttavia è scaturito un procedimento per razzismo, “perché è lì che Bensellam ha scoperto tutto, il sergente gli parlava alle spalle e pubblicamente”, ha dichiarato al Corriere l’avvocato Massimiliano Strampelli, difensore del maggiore, che nella denuncia ha dichiarato : “Io ho sempre cercato di non coinvolgere il reparto in una vicenda che avrebbe infangato l’onore del Reggimento e del comando. Ma tutte queste cose sono venute meno quando ho appreso del comportamento razzista e oltraggioso”. Bensellam può contare sulla testimonianza di un’alpina: “Durante l’alzabandiera era consuetudine sentire il sergente dire ‘sto marocchino di m…'”. Un’altra donna ha spiegato che accadeva “quasi ogni giorno, il sergente non si curava del fatto che molti ascoltavano”.

LA PASSIONE

Bensellam è l’unico ufficiale delle truppe alpine di origini maghrebine. Una vera passione, come racconta il suo legale. Il padre, Mohammed, lo avrebbe voluto medico, nonno Mario invece no: lo vedeva più come un alpino. Contadino e penna nera, il nonno fu decisivo anche per le scelte del fratello di Karim, Nizar, maresciallo dei carabinieri al comando di una stazione in zona Arezzo. La carriera di Bensellam, sposato, padre di una bimba, parte dalla scuola d’addestramento di Torino. Dopo l’accademia militare, finisce a Belluno. Tenente a due stelle, poi capitano (al comando di circa 120 uomini), ora è maggiore ad Aosta. In prima linea anche in varie missioni all’estero, soprattutto in Afghanistan. «Karim dice che l’esercito è fatto di individui e c’è sempre l’ignorante che fa la battutina — aggiunge l’avvocato Strampelli riferendosi ad eventuali probelmi del suo assistito —. ma pensa non si possa parlare di razzismo nell’esercito, semmai di razzismo inconsapevole».

LA CONDANNA

I giudici, nella prima sentenza di Verona, hanno condannato il Sergente a un anno e 6 mesi di reclusione, oltre che al risarcimento di danni quantificato in 4.000 euro, più le spese sostenute dalla parte civile (liquidate con 4.450,50). Oggi la conferma. «Soddisfazione per la giusta conclusione di una dolorosa pagina personale e familiare – commenta il suo difensore, Strampelli –  l’importanza di una pronuncia che costituisce una pietra miliare del principio di non discriminazione all’interno delle Forze Armate».

 

 

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