Carabinieri infedeli: Case, Soldi e Capretti per le soffiate al Boss e a libro paga, con un fisso di mille euro mensile

A libro paga, con un fisso di mille euro mensile. Ma anche soci occulti della camorra, che compravano a basso costo villette abusive costruite in zone vincolate su cui avrebbero dovuto esercitare il loro controllo. Villette poi rivendute con ampio margine, sempre grazie alla loro amicizia con il boss Pasquale Puca. E non è tutto: capretti e cesti di pesce, dolci artigianali la domenica, champagne e altri regali, tanto per non indispettire nessuno. Eccole le accuse mosse ad alcuni degli otto carabinieri indagati dalla Dda di Napoli per collusione con il clan Puca di Sant’Antimo. Indagini sul gruppo di lavoro che avrebbe dovuto fronteggiare abusi edilizi, traffici illeciti di rifiuti e che avrebbe dovuto contrastare il clan del boss Pasquale ‘o minorenne (da qualche anno all’ergastolo). 

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I NOMI
Pagina buia per lo Stato, a leggere le indagini dei pm Loreto e Serio, culminate nella misura cautelare firmata dal gip Valentina Gallo: ai domiciliari per corruzione sono andati i carabinieri Michele Mancuso, Angelo Pelliccia, Raffaele Martucci, Vincenzo Palmisano e Corrado Puzzo (il gip esclude l’aggravante mafiosa); l’ex presidente del consiglio comunale di Francesco Di Lorenzo; oltre al boss Pasquale Puca. Un anno di interdizione dai pubblici uffici nei confronti di Vincenzo Di Marino, indagato per rivelazione del segreto d’ufficio e omissione; il capitano Daniele Perrotta, che deve difendersi dall’accusa di omissione di atti d’ufficio; e Carmine Dovere, indagato per abuso d’ufficio. Anche per loro è stata esclusa l’aggravante mafiosa. Per i cinque ai domiciliari, la Procura farà ricorso al Riesame, per ottenere gli arresti in carcere, mentre conviene ricordare che le indagini sono state condotte dagli stessi carabinieri, in sinergia con la Procura.

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Uno scenario nel quale spicca con forza la figura del maresciallo Giuseppe Membrino, mai prono verso il clan, firmando denunce contro il boss e i suoi affiliati, mettendo a segno blitz nei cantieri. Dice di lui il pentito Lamino: «Era una persona perbene, non si è mai piegato». Tanto che nel 2009, subisce un attentato dinamitardo, con una bomba carta sotto l’auto, facendo scattare – per motivi di sicurezza – il suo allontanamento dalla stazione di Sant’Antimo. Anni prima aveva sequestrato un capannone dove il boss stoccava rifiuti in modo illecito, bloccando incassi per 10mila euro al mese. In un’altra occasione, annotò sul taccuino i numeri di targa delle auto sotto la casa del boss, tanto che in quell’occasione Pasquale Puca se ne uscì con una frase carica di scherno: «Maresciallo, ho visto che vi piacciono i numeri, vi servono per giocarli al lotto?». Un crescendo di intimidazioni e segnali sinistri da parte della camorra dei Puca, sempre agevolati dalla presunta connivenza dei suoi colleghi, gli stessi che avrebbero dovuto proteggerlo. Secondo il pentito Lamino, i due militari Martucci e Palmesano «furono costretti a giustificarsi con il boss Puca per una perquisizione fatta sotto la sua abitazione», dal momento che «non era possibile fare nulla, vista la presenza di Membrino, maresciallo integerrimo». 

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IL DOSSIERAGGIO
Ma non era finita. Prima di arrivare alla bomba carta sotto l’auto (era il 2009), Membrino viene dossierato dalla camorra. Retroscena inquietante, spiega il pentito: «Il boss Puca incarica un videoperatore per filmare alcuni incontri tra Membrino e una sua conoscente, durante un pranzo in pizzeria o in altri momenti finalizzati – tra l’altro – ad acquisire informazioni sul territorio. Viene ricavato un cd rom con delle immagini, che vengono recapitate nella cassetta della posta della fidanzata (poi diventata moglie) del maresciallo. Un modo per destabilizzare la sua vita privata e per fargli arrivare un messaggio ad alto contenuto intimidatorio. Ma in cosa consistevano i servizi resi dai presunti carabinieri infedeli? Soffiate prima di un’operazione di alto impatto, mancate denunce in favore dell’autista del boss (senza patente e in regime di sorveglianza speciale), continue richieste di regali. Per non mettere i sigilli a un cantiere abusivo – scrive il gip – Martucci avrebbe preteso due televisioni al plasma, mentre sono decine gli episodi di regali (anche alimentari) riservati al gruppo di divise sporche. Uno scenario di opacità che potrebbe investire anche altri militari, secondo quanto emerge da un’intercettazione di altri due carabinieri (che non risultano indagati), che commentano ad alta voce: «Ma Sant’Antimo è più corrotta di Melito, qui hanno fatto una strage», riferendosi al presunto lavoro sporco di ufficiali, marescialli e brigadieri. 

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LE INTERCETTAZIONI
Emblematica, secondo il gip, l’intercettazione della conversazione tra due carabinieri indagati che – rilevano gli inquirenti -, somiglia più a quella tra due camorristi, infastiditi dal contributo che un «pentito» sta dando alla lotta alla camorra. Uno dice: «Lamino (il collaboratore di giustizia, ndr) ha fatto proprio da infame, la faccia verde…». E il collega incalza: «Ma quello si vedeva che era infame, non lo vedevi. Ogni cosa: “vado a Castello di Cisterna, ma dove vai…” (riferendosi alla volontà di denunciare tutto alla compagnia dei carabinieri)». L’altro carabiniere, a quel punto, osserva che era meglio se fosse morto in un agguato scattato nel 2016: «L’ultima volta che ci avemmo a che fare è quando gli spararono nella scarpa là, ebbe pure il culo che.. ebbe pure il culo che lo presero sotto il tacco.. almeno gliela davano una botta in fronte». Non mancano accuse nei confronti di un ex soggetto politico del Comune. È in questo scenario che finisce agli arresti domiciliari Francesco Di Lorenzo, ex presidente del consiglio comunale, ritenuto anello di contatto tra carabinieri infedeli e il clan Puca, che dovrà difendersi dall’accusa di aver fatto arrivare regali con il via libera della camorra. È in questo scenario che sono sorti edifici abusivi, che sono stati trafficati rifiuti in modo illegale. Tutto all’insegna della continuità tra camorra e istituzioni, come emerge da un altro particolare rivelato da un pentito: «Più di dieci anni fa, viene arrestato il boss Pasquale Puca, gli viene consentito nella caserma di Castello di Cisterna di stare qualche minuto con la figlia». Un modo per far passare lo scettro e le indicazioni utili a chi restava fuori a rappresentare la camorra egemone sul territorio.

 

Redazione articolo a cura di Leandro Del Gaudio per il Mattino.it

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