CARABINIERI: CON LA NOMINA DI TULLIO DEL SETTE, RENZI SPERA DI TAGLIARE LE FORZE DI POLIZIA. MA SENZA SCONTENTARLE TROPPO

(di Claudia Fusani) – Ci sono passaggi nella vita di un’istituzione che sono necessari. Imposti
dalla legge che in questo caso ha a che fare soprattutto con l’anagrafe. Il
cambio della guardia ai vertici dell’Arma dei carabinieri è uno di questi. 


Il
generale Leonardo Gallitelli
 lascerà a metà gennaio il comando di 105
mila uomini, dalle stazioni dell’Arma più sperdute nel territorio, le sue
creature più amate, alle eccellenze come il Reparto operativo speciale (Ros)
che proprio in queste settimane di fine anno ha firmato le inchieste più
delicate e discusse, da Mafia Capitale all’operazione contro certe
formazioni di destra eversiva nel tentativo di far ripartire Ordine Nuovo.
Al posto di Gallitelli, che lascia nei suoi uomini “un segno
indelebile” (in assoluto il sentimento più diffuso) il premier Matteo
Renzi ha nominato il generale Tullio Del Sette, capo di gabinetto
del ministro della Difesa Roberta Pinotti, 62 anni, destinato a guidare l’Arma
fino al 2018 quando a sua volta compirà 65 anni, il termine ultimo per restare
in servizio nella pubblica amministrazione fissato a luglio dalla legge Madia.

Gallitelli è
stato in assoluto il comandante più amato
da quando (era il 2000) i Carabinieri si sono
sfilati dal controllo dell’Esercito e sono diventati la quarta forza armata. Il
più amato e anche il più duraturo, dal 2009 a tutto il 2014, sei anni che come
hanno cambiato il Paese hanno lasciato il segno anche nell’Arma. Soprattutto
sotto il profilo dei tagli imposti dalla spending review (su 118 mila posti
in organico, ne risultano coperti poco più di 105 mila
).
Gallitelli è stato un tagliatore chirurgico, che ha sempre giocato in
anticipo rispetto ai diktat di palazzo Chigi cercando di privilegiare il
territorio (guai a chi tocca le stazioni) a tante specialità e con un occhio
decisamente manageriale rispetto ai capitoli di spesa. Il tutto cercando di non
far mai mancare nulla, o il meno possibile, ai suoi uomini.
La nomina di Del Sette, avvertono gli osservatori di Difesa e forze
dell’ordine, “va letta in assoluta continuità rispetto a Gallitelli, a
dimostrazione che ancora una volta l’Arma ha dimostrato di saper tutelare e
gestire se stessa al di là dei governi e degli inquilini di palazzo Chigi”
.
Una nomina, insomma, che avrebbe risentito poco degli umori del premier e
molto, invece, di quelli della base e dei vertici dell’Arma. Un comandante,
anche Del Sette, che dovrebbe essere ugualmente amato. Ma che non c’è dubbio
goda di alcune caratteristiche molto speciali che lo fanno diventare strategico
rispetto ad alcune linee guida del governo Renzi come il rinnovamento e il
taglio dei costi. Uno dei pallini del premier è infatti quello di razionalizzare
il numero e i costi delle sette forze di polizia attive in Italia (polizia,
carabinieri, guardia di finanza, forestale, penitenziaria, polizia provinciale
e e municipale).
Nel ricco curriculum del nuovo comandante generale dell’Arma (Accademia
militare, tre lauree, Giurisprudenza, Scienze politiche e Scienza della
sicurezza interna ed esterna, vicecomandante dell’Arma dal 2013, già capo di
gabinetto di vari ministri) brilla, per peso specifico, la nomina a giugno
scorso a capo di gabinetto del Ministro della Difesa. Un incarico blindato per
i ranghi dell’Esercito che invece per la prima volta è stato affidato ad un
ufficiale dell’Arma. “Un tabù violato” fu detto al momento della
nomina.
Con il ministro Pinotti, il generale Del Sette ha organizzato una
delle più feroci spending review nell’ambito pubblica amministrazione nel
comparto Difesa/sicurezza.
Ecco perché si guarda oggi a Del Sette come a
colui che sarà capace, si spiega in ambienti governativi, “di
razionalizzare costi e gestione di uno dei settori più resistenti a farlo nelle
certezza che riuscirà a farlo senza abbassare in alcun modo efficacia e diritti
della forze della pubblica sicurezza e della Difesa”. Non è un mistero che
nel disegno di legge sulla pubblica amministrazione, il governo abbia inserito
articoli che prevedono la riduzione delle forze di polizia, una migliore
distribuzione sul territorio e una razionalizzazione dei servizi. A cominciare
dal fatto che l’Italia non riesce ad avere una unica centrale di pronto
intervento come invece prevede l’Europa.
Nel consiglio dei ministri della vigilia di Natale c’è stata un’altra
importante nomina, quella del generale dell’Esercito Claudio Graziano a capo di Stato maggiore della Difesa. Graziano è considerato “il miglior
prodotto” delle nuove forze armate grazie soprattutto alla grande
esperienza internazionale (da luglio 2005 ha comandato la Brigata
Multinazionale Kabul in Afghanistan e, con essa, la responsabilità dell’Area
d’Operazioni della provincia di Kabul; da gennaio 2007 è stato Force Commander
della missione Unifil in Libano, incarico Nato).

Con queste due nomine si liberano due caselle importanti nella delicata
mappa di incarichi a cavallo tra Difesa e Sicurezza, il capo di gabinetto della
Difesa e il vertice dello stato maggiore dell’Esercito. Ma chi attendeva un
cambio della guardia anche al vertice dell’intelligence dovrà attendere ancora
un po’. Il generale Esposito resta saldamente alla guida dell’Aisi:
nonostante abbia raggiunto i 65 anni di età, termine massimo per incarichi nella
pubblica amministrazione e in base alla legge Madia non più prorogabili,
palazzo Chigi ha preferito dare continuità al suo mandato. Per il cambio ai
vertici del Dis, la cabina di regia di tutta l’intelligence, si dovrà invece
aspettare giugno 2016 quando l’ambasciatore Massolo dovrà andare in pensione.
L’Aise, gli 007 impegnati sul fronte estero, è tranquillo fino al 2018. Anche
per i vertici della polizia di Stato non sono previste modifiche fino al giugno
2016, quando Pansa compirà 65 anni. Ma calendario e anagrafe non assicurano
blindature per nessuno. In fondo questo è un settore dove Renzi non ha mai,
ancora, messo mano.

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