TENTA DI ACCOLTELLARE MARESCIALLO: CONDANNATO PER INSUBORDINAZIONE

(di Simone Traverso) – Armato di tagliacarte ha tentato di accoltellare il suo superiore, ma è stato fermato appena in tempo da un commilitone.La scioccante aggressione è avvenuta nel Comando servizi della Marina militare, base della Spezia, ed è valsa a un capo di prima classe una condanna in primo grado a un anno e cinque mesi di reclusione, successivamente aumentata a venti mesi di carcere per insubordinazione con violenza, minaccia e ingiuria.

Il graduato ha impugnato la sentenza della corte d’Appello, ma i giudici della Suprema Corte hanno ritenuto di dichiarare inammissibile il ricorso e perciò la decisione del tribunale di secondo grado diviene ora definitiva. Quanto accaduto lo si desume dalle carte pubblicate da Palazzo dei Marescialli nei giorni scorsi ed è un vero e proprio raptus, un’esplosione di violenza che solo per caso non è finita nel peggiore dei modi. Basti pensare che la Procura militare, sostenendo la chiamata in giudizio del capo, avrebbe voluto processare il graduato per tentato omicidio. In effetti però, la corte d’Appello e pure la Cassazione sostengono che l’imputato, «pur avendo alzato la mano per colpire, non ha potuto imprimere la direzione, la forza e la velocità dalle quali si sarebbe potuto desumere con ragionevole sicurezza le conseguenze lesive del colpo». E però la volontà di ferire il superiore è apparsa evidente ai giudici.  Succede, è riportato nella sentenza conclusiva, che l’imputato riceva l’incarico dal comandante della base di procedere al censimento degli estintori presenti in caserma. Un’operazione cui dovrebbe prendere parte anche un maresciallo, superiore gerarchico del capo di prima classe poi finito alla sbarra. Ma il sottufficiale non fa nulla e il capo di prima classe decide di passare alle vie di fatto e scrive un «sollecito» nei confronti del superiore. Ne nasce una discussione, in ufficio, nel corso della quale il maresciallo pretende di poter esporre le proprie ragioni, mentre il subordinato reagisce facendosi prendere dalla furia: impugna un tagliacarte e s’avventa sul maresciallo. Alza la mano armata e rivolge la punta acuminata verso il corpo del superiore. «Fendente-picconata» scrivono in Cassazione: «Una dinamica realisticamente idonea a raggiungere il bersaglio per causare effetti lesivi, senza che peraltro ciò si verifichi grazie al pronto intervento di un commilitone e alla pronta reazione del maresciallo».

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