Sergente dell’Esercito condannato per Vilipendio: su Facebook un commento contro Ministro dell’Interno e i giudici definiti “comunisti”

La Corte militare di appello ha dichiarato la penale responsabilità di un sergente dell’Esercito in ordine a due ipotesi, in concorso formale, di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle Forze armate dello Stato, aggravato perché commesso da graduato, e, applicate le circostanze attenuanti generiche in rapporto di prevalenza sulla ritenuta aggravante, lo ha condannato alla pena, ridotta di un terzo per la scelta del rito abbreviato e condizionalmente sospesa, di sette mesi e quattro giorni di reclusione militare, oltre che al pagamento delle spese processuali del doppio grado di giudizio.

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Il Commento su Facebook

Il Sergente dell’Esercito Italiano effettivo all’Ottavo Reggimento dei Bersaglieri di Caserta ed impiegato, al tempo, presso il Raggruppamento «Campania» nell’ambito dell’operazione c.d. «Strade Sicure», postò sul proprio profilo Facebook un commento — relativo alla visita che, di lì a poco, sarebbe stata effettuata a Napoli dal Ministro degli Interni pro tempore, on. Marco Minniti, disposta in seguito al diffondersi del fenomeno criminale delle cc.dd. «baby gangs» — del seguente tenore: «Domani Minniti a Napoli e a me viene una domanda… che cazzo c vien a fa ? A sparare le tue solite stronzate ? La soluzione te la do io ai fatti di questi giorni, togli tutti i tuoi giudici comunisti dal cazzo e dà il potere di agire alle forze dell’ordine con la certezza della pena e al resto ci pensiamo noi !!!».

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Il ricorso in Cassazione

La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso infondato. Secondo la Cassazione i giudici di secondo grado hanno, in particolare, ritenuto, sulla scorta anche di quanto esposto dall’imputato in sede di interrogatorio, che si rivolse, sulla piazza di Facebook, all’on. Minniti nella sua veste istituzionale di Ministro dell’Interno pro tempore e non, come eccepito ancora in ricorso, in dipendenza della sua più generale partecipazione all’agone politico, sicché l’offesa è stata correttamente intesa come diretta all’istituzione ministeriale piuttosto che alla persona o alle sue pubbliche prese di posizione. Allo stesso modo, la Corte militare di appello ha letto il riferimento ai «giudici comunisti» alla stregua di espressione di disprezzo destinata all’intero ordine giudiziario anziché ai settori della magistratura più connotati ideologicamente, attraverso la quale l’imputato ha inteso stigmatizzare la parzialità dell’azione giudiziaria, in tal modo rendendosi, con piena consapevolezza, autore di un’esternazione idonea a recare gratuito discredito all’istituzione, intaccandone non solo e non tanto il prestigio formale ma, soprattutto, la fiducia che in essa deve nutrire la generalità dei consociati. La Corte di militare di appello, ha spiegato perché quelle determinate espressioni, coniugando la volgarità dei toni con la gratuità delle accuse, si siano tradotte in affermazioni che, trascendendo l’esercizio del diritto di critica, hanno oggettivamente palesato estremo ed assoluto disprezzo verso le Istituzioni coinvolte, sì da integrare gli elementi costitutivi del delitto di vilipendio. Il tenore delle conclusioni raggiunte dai giudici di appello esclude in radice, infine – secondo la Cassazione – che possa discorrersi di eccesso colposo nell’esercizio del diritto di critica, come erroneamente ipotizzato nella sentenza di primo grado. La Suprema Corte ha, quindi, rigettato il ricorso e condannato il ricorrente alle spese.

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