“Rubò bottiglia di gin”, carabiniere nei guai

Nelle recensioni c’è chi scrive “liscio fa emergere le note di nocciola tostata”. Il protagonista di questa vicenda davvero singolare, potrebbe essere il gin di una blasonata marca sottratto, almeno in tesi d’accusa, nell’estate di quattro anni fa dal bancone esterno di un noto stabilimento balneare di Lido di Classe. Se non fosse che imputato per quanto accaduto in quel torrido 27 agosto 2017, è un carabiniere. Proprio così: un militare di origine forlivese e in servizio in quel momento alla Compagnia di Forlì.

Vi lasciamo immaginare il conseguente impasse risolto solo grazie all’intervento dell’allora capitano Giuseppe Mercatali al tempo comandante della Compagnia di Cervia-Milano Marittima. Fu lui a compilare i verbali: quegli stessi che ieri mattina, al termine dell’istruttoria, davanti al giudice Tommaso Paone sono valsi all’imputato una richiesta di condanna a un mese e 10 giorni di reclusione e a 80 euro di multa per furto aggravato. Sì perché secondo quanto ricostruito dai suoi colleghi, il militare, libero dal servizio e in stato di evidente alterazione legata a un pomeriggio alcolico, verso le 19 aveva preso quella bottiglia (valore 30 euro) approfittando della distrazione della barista. E l’aveva portata al tavolo dove si trovava assieme ad alcuni amici. Poi l’aveva infilata dentro a una borsa. Il titolare dello stabilimento, avvisato dal figlio, si era allora avvicinato e lo aveva redarguito dicendo che avrebbe chiamato i carabinieri: ed è a quel punto che l’altro si era qualificato. Sul posto erano intervenuti sia i colleghi del Radiomobile rivierasco che quelli della Stazione di Savio.

Secondo la compagna del militare-imputato, era andata così. Il titolare dello stabilimento si era avvicinato e aveva esclamato: “Ladro ladro ladro adesso chiamo i carabinieri. E lui allora dice : ’sono anche io un carabiniere’. Poi apre il portafogli e fa vedere tesserino”. Il gestore allora avrebbe replicato con una parolaccia. Per il militare – ha spiegato la teste – era stata una “doppia offesa perché io sono figlia di carabiniere”. A suo avviso “il mio compagno aveva preso la bottiglia solo quando avevamo deciso di restare lì a cena: l’ha presa quando ha visto che non arrivava nessuno e l’ha appoggiata senza aprirla: l’avremmo pagata”.

La situazione era precipitata quando il titolare era venuto per chiedere conto di quanto stava accadendo: “Sono rimasta lì, nei paraggi: il mio compagno mi disse di allontanarmi e di guardare dalla spiaggia cosa accadesse. E, se avevano bisogno di sentirmi, mi avrebbero chiamato”. In quanto alla bottiglia, lui le avrebbe spiegato di averla “presa per continuare a fare serata lì: per i rabbocchi” al gin tonic. La teste ha poi cercato di fornire una spiegazione all’ultima destinazione del gin: “Urtai il tavolo e per non fare cadere nulla, sparecchiammo e appoggiamo la bottiglia su una borsa da mare aperta per non metterla sulla sabbia. E quando giunse il titolare, il mio compagno si mise a sedere e disse: ’allora chiami i carabinieri’, e aspettò lì”.

Argomentazioni che non hanno evidentemente convinto il viceprocuratore onorario Claudia Lapazi la quale nella La situazione era precipitata quando il titolare era venuto per chiedere conto di quanto stava accadendo: “Sono rimasta lì, nei paraggi: il mio compagno mi disse di allontanarmi e di guardare dalla spiaggia cosa accadesse. E, se avevano bisogno di sentirmi, mi avrebbero chiamato”. In quanto alla bottiglia, lui le avrebbe spiegato di averla “presa per continuare a fare serata lì: per i rabbocchi” al gin tonic. La teste ha poi cercato di fornire una spiegazione all’ultima destinazione del gin: “Urtai il tavolo e per non fare cadere nulla, sparecchiammo e appoggiamo la bottiglia su una borsa da mare aperta per non metterla sulla sabbia. E quando giunse il titolare, il mio compagno si mise a sedere e disse: ’allora chiami i carabinieri’, e aspettò lì”.

Argomentazioni che non hanno evidentemente convinto il viceprocuratore onorario Claudia Lapazi la quale nella requisitoria è partita dalle dichiarazioni rilasciate dal titolare stabilimento: “Vede l’imputato che, in assenza della barista, prende la bottiglia di gin, la mette sul tavolo e poi su una borsa. E allora lo dice al padre che va al tavolo: l’altro parla di scherzo, apre la borsa, restituisce il gin e mostra il distintivo. All’arrivo della prima pattuglia non è stato collaborativo: e solo dopo l’intervento del capitano Mercatali, si è calmato ammettendo di avere bevuto”, rifiutando comunque l’accertamento etilometrico. “Solo in interrogatorio ha detto che voleva una consumazione ma che non c’era la barista e che per evitare che cadesse, aveva appoggiato il gin sulla borsa”. Per il vpo, “spiegazione difficile sul piano logico da credere”. Per il resto, le attenuanti da lieve entità del danno sono da considerarsi prevalenti sull’aggravante contestata.

Per la difesa (avvocato Alessandro Docimo), l’imputato era “in compagnia di altri, conosciuto nel Bagno, persona qualificata e con ruolo pubblico”. E i fatti “sono andati come ha detto la sua compagna” in quanto la bottiglia, “è sempre rimasta sul tavolo e lui ha avuto modo di chiarire: tanto che nessuno ha fatto denuncia”. Tutto cioè “è stato enfatizzato dalla situazione: lui si è sentito insultato e trattato male. Alla fine però ha pagato tutto il conto”. La richiesta principale insomma è per un’assoluzione piena. La sentenza è attesa per fine febbraio.

Il Resto del Carlino

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