QUEI 22 AGENTI CHE RIMANGONO A PALAZZO CHIGI. UN DECRETO BLOCCA I DISTACCHI MA NESSUNO HA PENSATO A LORO

(di Paolo Zanca) – Tutti li cercano, tutti li
vogliono. Eppure, i ventidue agenti di polizia penitenziaria in servizio a
Palazzo Chigi non hanno nessuna intenzione di uscire dalle stanze del governo.
Come biasimarli: chi avrebbe il dubbio su cosa scegliere tra un turno di lavoro
in carcere e una giornata a scarrozzare Maria Elena Boschi?

Già, perché il gruppetto di agenti,
anziché la divisa, indossa l’abito “borghese”, quello dell’impiegato: c’è chi
si occupa di statistiche e banche dati, chi affianca le attività della
Protezione civile, chi siede alla scrivania dell’ufficio legislativo diretto
dalla fedelissima di Matteo Renzi, Antonella Manzione.
E poi, dicevamo, al posto di celle e detenuti, auto blu e ministre: oltre alla
Boschi, uno degli agenti è l’autista di Marianna Madia, un altro sta a capo
dell’autoparco della Presidenza.
Ad altri è andata meno bene e
devono accontentarsi di un posto all’ufficio “passi” o di fare i
parcheggiatori: ovvero controllare che nessuno si imbuchi nei posti riservati
agli inquilini di Palazzo Chigi.
Il punto è che mentre i 22 agenti vigilano sul traffico e sulle scartoffie di
Roma, nelle case circondariali di mezza Italia sono in emergenza continua
Paradossi dell’era dell’ex rottamatore: a giugno il premier ha firmato un
decreto in cui stabiliva perentorio che “per i prossimi due anni”, tutto “il
personale appartenente ai ruoli del Dap (Dipartimento Amministrazione
Penitenziaria, ndr) ” non potesse essere né “comandato o distaccato presso
altri ministeri”, né vedersi rinnovati i trasferimenti già in corso.
Si erano scordati, però, che alcuni di quegli agenti sono i loro vicini di
stanza, insieme ad un altro paio di centinaia tra finanzieri, poliziotti e
carabinieri in servizio al governo con funzioni lontanissime da quelle del loro
corpo di appartenenza.
Il ministero della Giustizia si è accorto di quella ventina di agenti
penitenziari “imboscati” a Palazzo Chigi e dintorni e ha scritto alla
Presidenza del Consiglio per chiedere di farli tornare ai compiti per i quali
sono stati assunti, ricordando il decreto firmato a giugno.
Ma dalla sede del governo hanno
preso tempo: sicuri – questo il senso del quesito posto al ministro Andrea
Orlando – che noi della Presidenza del Consiglio valiamo quanto gli altri
ministeri?
Ebbene sì, hanno replicato da
via Arenula: la situazione nelle carceri è tale che non ci possiamo permettere
di fare sconti a nessuno.
Il sindacato indipendente Sipre
ha scritto al governo per chiedere conto del perché “una legge voluta dal
governo stesso, non trovi applicazione proprio nella sede del governo”.
Sono passati tre mesi da quando
il primo agente avrebbe dovuto dire addio agli stucchi delle stanze vicine a
Matteo Renzi.

Ma a Palazzo Chigi continuano a
sperare che non tocchi proprio a loro dover rinunciare.
dal Fatto Quotidiano
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