PECULATO, IL GIUDICE ASSOLVE IL MARESCIALLO ACCUSATO DI AVER PRESO 100 EURO DA UN CASSETTO

Dopo nove anni lo può dire a gran voce: «L’onestà, alla fine, trionfa. Sempre». Lui, di certo, ha dovuto pagare un prezzo molto alto per scrollarsi di dosso un’accusa tanto infamante come il peculato. Lui che ha sempre indossato quella divisa con orgoglio, che ha fatto del rispetto delle regole un principio di vita dentro e fuori dalla caserma. Oggi, però, può dire di essere «soddisfatto e felice».

Il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Favarolo (in congedo da otto anni) era finito a processo con l’accusa di peculato. All’epoca dei fatti – 2009 – comandava la stazione di Alghero. Qualcuno aveva portato in caserma una busta, trovata all’ingresso di una banca, che conteneva 700 euro. Ma ne erano spariti 100 e, in seguito a un esposto anonimo arrivato in Procura, fu indagato proprio il maresciallo che quella busta la teneva in custodia nel cassetto della sua scrivania. In realtà, come da subito chiarì la difesa, quei cento euro erano finiti in un altro cassetto e non appena il comandante li trovò, li consegnò.

Per la Procura fu un tentativo di rimediare al danno fatto, per la difesa, rappresentata dagli avvocati Elias Vacca e Rosalba Dalu, la chiara dimostrazione che si trattò di un “incidente”. Favarolo – che aveva parlato in aula – aveva ripercorso quella «terribile disgrazia» (così l’aveva definita) in seguito alla quale ebbe un infarto e altri gravi problemi di salute che si porta dietro ancora oggi. «In 42 anni di servizio non sono mai stato sottoposto ad alcun procedimento – aveva detto – Questa disgrazia mi è capitata proprio poco prima di andare in pensione». E poi aveva spiegato cosa era accaduto quel famoso giorno: «Capitava molto spesso che ci portassero in caserma oggetti smarriti. La prassi era di trattenerli agli atti e, nel caso fossero documenti, di ricontattare le persone citate per restituirli. Ricordo che un appuntato venne in ufficio per dirmi che avevano portato 700 euro ritrovati vicino alla banca e gli dissi di contattare l’istituto di credito. Nessuno però si era recato in banca per lamentare lo smarrimento. I soldi furono sistemati in una busta sigillata che misi in un cassetto della scrivania dove tenevamo anche il nostro fondo cassa con soldi da destinare a cuscini e corone per il funerale dei familiari dei colleghi. Il mio ufficio restava aperto».

Il resto è la “disgrazia” di cui Favarolo aveva dato conto in aula. L’ammanco dei 100 euro, l’esposto anonimo, il ritrovamento della banconota nel fondo della cassettiera, il rinvio a giudizio del maresciallo. Questa era stata sempre la sua convinzione: «Qualcuno ha nascosto quei soldi per gettare una terribile ombra su di me. Mi volevano infangare, davo fastidio forse perché non mi sono mai piegato davanti a nessuno, nemmeno con i vertici dell’Arma che mi hanno chiamato persino per chiedermi di intercedere per dei posti barca ad Alghero». «E lei cosa ha risposto?» aveva chiesto il giudice al maresciallo: «Che facevo il carabiniere, non il marinaio».

Lo stesso pm Angelo Beccu aveva chiesto l’assoluzione.