CUCCHI, ALTRI SEI INDAGATI. FRASE SHOCK DI UN CARABINIERE INTERCETTATO: “MAGARI MORISSE”

(Cronaca – Tgcom24) – Almeno sei persone sono indagate nel nuovo filone di indagine sulla morte di Stefano Cucchi in cui si ipotizza il reato di falso: si tratta di cinque carabinieri e un avvocato. Tra i militari anche il tenente colonnello Francesco Cavallo, all’epoca capo ufficio comando del Gruppo carabinieri Roma. Avrebbe suggerito a Massimiliano Colombo, comandante della stazione Tor Sapienza, di modificare l’annotazione di servizio sullo stato di salute di Cucchi.

Chi sono gli indagati- Sarebbe dunque stato Francesco Cavallo, secondo una mail allegata agli atti depositati dal pm, a suggerire a Colombo le modifiche da appore all’annotazione di servizio scritta da Di Sano sullo stato di salute di Cucchi una volta portato a Tor Sapienza. Tra i militari alla sbarra nel processo nato dall’inchiesta bis sulla morte di Cucchi, Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco, rispondono di omicidio preterintenzionale. Tedesco risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l’arresto. Vincenzo Nicolardi, anche lui carabiniere, è accusato di calunnia con gli altri due, nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso. Tra gli ufficiali indagati anche il tenente colonnello Luciano Soligo, che nell’ottobre del 2009 era comandante della compagnia Talenti Montesacro. L’avvocato indagato è Gabriele Giuseppe Di Sano.

La telefonata-shock: “Magari morisse” – “Magari morisse, li mortacci sua”: questo disse un carabiniere, uno dei 5 indagati, nel corso di una conversazione con il capoturno della centrale operativa del comando provinciale di Roma, tra le 3 e le sette del mattino del 16 ottobre 2009. Il riferimento è alle condizioni di salute del ragazzo dopo il suo arresto. L’intercettazione fa parte di una di quelle poste  all’attenzione dei giudici dal pm Giovanni Musarò. Nel documento, che comprende diverse interlocuzioni, si fa riferimento al fatto che il carabiniere chiamato “con elevata probabilità può essere identificato” in Vincenzo Nicolardi, uno degli imputati del processo e che deve rispondere di calunnia. Riferendosi allo stato di salute del geometra che era stato arrestato da alcune ore e si trovava in quel momento nella stazione di Tor Sapienza, si spiega: “Mi ha chiamato Tor Sapienza. Lì c’è un detenuto dell’Appia, non so quando ce lo avete portato se stanotte o se ieri. E’ detenuto in cella e all’ospedale non può andare per fatti suoi”. Nicolardi, quindi, risponde: “E’ da oggi pomeriggio che noi stiamo sbattendo con questo qua”.

La riunione al comando dei carabineiri dopo la morte di Cucchi – Tutti i carabinieri coinvolti nella vicenda avrebbero poi partecipato a una riunione, “tipo gli alcolisti anonimi”, il 30 ottobre 2009, otto giorni dopo la morte di Stefano Cucchi, al comando provinciale di Roma. L’incontro era stato fissato dall’allora comandante, generale Vittorio Tomasone: è quanto emerge dagli ultimi documenti depositati dal pm Musarò nel processo in corso davanti alla I Corte d’Assise del Tribunale di Roma, nel racconto di Massimiliano Colombo, comandante della stazione dei carabinieri di Tor Sapienza al fratello Fabio. “Il 30 ottobre, la mattina ero di pattuglia con Colicchio. Soligo mi chiama, mi chiede ‘fammi subito un appunto perché poi dobbiamo andare al comando provinciale perché siamo stati tutti convocati, cioè tutti coloro dall’arresto di Cucchi, a chi lo aveva tenuto in camera di sicurezza. Tu che sei il comandate della stazione, anche se non hai fatto nulla, il comandante della compagnia Casilina, il maggiore Soligo, comandante di Montesacro, il comandante del Gruppo Roma, stavamo tutti quanti. Ci hanno convocato perché all’epoca il generale Tomasone, che era il comandante provinciale, voleva sentire tutti quanti. Abbiam fatto tipo, hai visto ‘gli alcolisti anonimi’ che si riuniscono intorno ad un tavolo e ognuno racconta la sua esperienza. Così abbiamo fatto noi quel giorno dove però io non ho preso parola perché non avevo fatto nessun atto e non avevo fatto nulla”.

“Ognuno spiegava il ruolo avuto nella vicenda” – Sulla riunione Colombo ha poi aggiunto: “Ognuno a turno si alzava in piede e parlava spiegando il ruolo che avevano avuto nella vicenda Cucchi. Ricordo che uno dei carabinieri di Appia, che aveva partecipato all’arresto, aveva un eloquio poco fluido, non era molto chiaro. Un paio di volte intervenne il maresciallo Mandolini per integrare cosa stava dicendo e per spiegare meglio, come se fosse un interprete. Ad un certo punto Tomasone zittì Mandolini dicendogli che il carabinieri doveva esprimersi con le sue parole perché se non fosse stato in grado di spiegarsi con un superiore certamente non si sarebbe spiegato con un magistrato”.