NIENTE PIU’ SCORTE AI PENTITI, MA VIDEOCONFERENZA. PENITENZIARIA NON SOLO IN CARCERE MA ANCHE SUL TERRITORIO

(di Lirio Abbate) – La
polizia penitenziaria verrà spazzata via e al suo posto nascerà una “police”
della giustizia, con compiti e ruoli ampi anche sul territorio e non solo nelle
carceri.

Il Dipartimento
dell’amministrazione penitenziaria sarà cancellato, sostituendolo con una
struttura più snella e un risparmio di centinaia di milioni di euro. C’è anche
l’idea di eliminare i tour giudiziari dei detenuti di mafia e farli partecipare
ai loro processi in video conferenza, come è già previsto per quelli sottoposti
al carcere duro, con un risparmio di 70 milioni di euro all’anno.
Insomma, una rivoluzione che sta venendo messa a
punto da una commissione voluta da Matteo Renzi: una squadra di super-esperti
coordinata da Nicola Gratteri, il procuratore aggiunto di Reggio
Calabria, che ha accettato l’incarico a titolo gratuito. Da luglio assieme a
lui si riuniscono magistrati di grande prestigio come Piercamillo
Davigo
Sebastiano Ardita e Alberto Macchia.
Con l’incarico di riformare aspetti chiave della malandata macchina
giudiziaria: la semplificazione delle norme, delle misure di prevenzione, del
sistema penitenziario e dei reati ambientali.
Allo
stesso tempo però negli uffici di via Arenula del ministero della Giustizia vi
sono altri gruppi di lavoro
che stanno
studiando come rivitalizzare il settore sotto la guida del guardasigilli Andrea
Orlando. Una situazione paradossale, con progetti paralleli ma velocità e
determinazione diversi. Tanto che alla fine potrebbero rischiare di annullarsi.

Da alcuni mesi premier e ministro sono apparsi poco in sintonia su
come mettere mano alla materia, individuata come uno degli snodi per il
rilancio del Paese. Una distanza anche di metodo, con Renzi che domanda
soluzioni rapide mentre Orlando si muove cercando la mediazione con tutte le
categorie
. E adesso questa differenza di visione pare tradursi nello sdoppiamento
dei comitati di studio.

I tecnici di Palazzo Chigi partono da alcuni spunti
molto concreti. Ad esempio da una nuova disciplina della video
conferenza
 che si vuole estendere “obbligatoriamente” ai circa
ottomila mafiosi detenuti mentre ora vale solo per i settecento boss sottoposti
al 41 bis. Questa modifica, come evidenzia la commissione, gioverebbe molto
alla sicurezza perché eviterebbe il pendolarismo dei mafiosi detenuti fra le
carceri del Nord in cui sono rinchiusi, e quelle del meridione dove si
celebrano i processi e dove più forte è la presenza della criminalità
organizzata. Un vantaggio ci sarebbe anche per gli avvocati perché la norma
conterrebbe anche la facoltà per i difensori di partecipare ai dibattimenti in
video collegamento dai propri studi legali. I benefici sarebbero plurimi. Si
risparmierebbero 70 milioni di euro l’anno, la spesa sostenuta per i
trasferimenti dei reclusi sotto scorta. E si potrebbe accelerare i processi,
eliminando i tempi delle trasferte di imputati e difensori.

Ma sulla video conferenza si lavora pure nelle stanze del ministero, con una
procedura più soft. Ovviamente, ci si preoccupa di adeguare le strutture
tecnologiche dei penitenziari per consentire i collegamenti. Ma si cerca anche
di costruire un confronto con l’avvocatura sulla novità: fonti del dicastero
spiegano che sono già stati avviati sondaggi. E, anche per questo, non si
vorrebbe rendere obbligatoria la norma.

Dalla Commissione di Palazzo Chigi viene fuori anche
un pacchetto di riforme che riguarda le misure di prevenzione e la
semplificazione processuale
, per consentire ai processi di mafia di
giungere in modo efficace alla conclusione senza arenarsi nelle secche di
regole procedurali bizantine, che finiscono per favorire i criminali.
Gratteri ha affidato la materia a Piercamillo
Davigo, al quale ha chiesto di «individuare e tagliare i rami secchi del
processo che, senza produrre effetti deflattivi, determinano benefici e sconti
di pena gratuiti a chi delinque». Anche su questo punto via Arenula procede su
una strada diversa, riprendendo norme elaborate dalla vecchia commissione guidata
quindici anni fa dal giurista Giovanni Fiandaca, che adesso il ministero sta
cercando di perfezionare.

Il pool del premier ha già redatto una bozza su uno dei temi più discussi degli
ultimi anni, con proposte severe per punire l’autoriciclaggio, raddoppiando
anche le pene per l’associazione mafiosa e per il voto di scambio
politico-mafioso.

Quello che farà più discutere è il progetto di Gratteri di riforma della
polizia penitenziaria
 per trasformarla in un modello di “polizia della
giustizia”. Agli agenti dovrebbero essere attribuiti compiti di primo piano a
differenza della situazione attuale che li vede confinati alla funzione di
custodia dei detenuti.

L’idea
è quella di creare una forza di polizia presente anche sul territorio,
arricchendola di nuove competenze: «eseguire gli
ordini di arresto per gli imputati con condanne definitive, ricercare
latitanti, controllare gli arrestati domiciliari e i soggetti sottoposti alle
misure alternative, proteggere i collaboratori di giustizia, i tribunali e i
magistrati». I nuclei operativi del servizio di protezione dei “pentiti”
potrebbero subire modifiche e gli agenti incaricati di questa missione
transiterebbero sotto un’unica polizia, quella della giustizia.
Su
questo progetto sta lavorando Sebastiano Ardita
, procuratore aggiunto a Messina, che ha alle spalle
una lunga esperienza di direttore generale al Dap. Ardita punta a fare della
polizia penitenziaria un corpo ad alta qualificazione con le funzioni dei
“probation office” e dei Marshall statunitensi. Pure gli assistenti sociali,
che oggi operano solo all’interno delle carceri, verrebbero trasferiti nei
“probation office”, per seguire il percorso di reinserimento dei condannati
anche fuori dalle prigioni.
L’idea complessiva della commissione coordinata da
Gratteri è quella di attrezzarsi per riservare il carcere ai criminali
più pericolosi
, mafiosi in testa, e di allargare il più possibile l’area
delle pene alternative «in modo da dare effettività alla pena, che invece tra
indulti, e amnistie rischia di diventare una farsa per i criminali ed una vera
tragedia per i diseredati».

Le misure diverse dal carcere, che oscillano dalla detenzione
domiciliare ai lavori di pubblica utilità, oggi secondo i tecnici di Palazzo
Chigi non risultano per niente affidabili e per questo motivo se ne fa uno
scarso utilizzo. Nel nostro paese vi sono circa ventimila persone affidate in
prova rispetto alle 250 mila dell’Inghilterra e le carceri sono di conseguenza
sovraffollate. Per la commissione voluta dal premier Renzi «con pochi
accorgimenti tecnologici e impiegando i nuovi agenti, si potrebbero avere in
esecuzione pena fuori dal carcere 200 mila persone».

Ancora più radicale, l’ipotesi di abolire il Dap,
eliminando le 15 posizioni di dirigente generale esistenti oggi nel Dipartimento
che sovrintende a tutto il mondo delle carceri. In una nuova struttura i
dirigenti verrebbero reclutati direttamente tra gli attuali commissari della
polizia penitenziaria, mentre i direttori andrebbero in un ruolo ad
esaurimento. Il progetto impone poi lo stop a incarichi strapagati, sprechi e
stipendi milionari per i vertici. L’obiettivo è tagliare i costi e ottenere
maggiore efficienza.
Anche in questo caso, esiste pure un piano del
ministro Orlando, che mira a una rimodulazione del Dipartimento secondo linee
meno drastiche. Un disegno che verrà presentato alla presidenza del Consiglio
entro il 15 ottobre. Poi toccherà al governo decidere quale strada seguire.

Nella
speranza che la duplicazione degli studi non si trasformi in paralisi
, proprio nel settore che ha bisogno di risposte
urgenti: le condizioni delle carceri infatti restano nel mirino delle corti
europee. E la giustizia sta ancora male.