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Il memorandum che umilia Washington: ecco cosa prevede l’intesa che fa incassare subito l’Iran e lascia agli Stati Uniti solo promesse

Il memorandum che cambia la partita

Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran non è un accordo finale. È un quadro politico e operativo che produce effetti immediati su guerra, Stretto di Hormuz, blocco navale, petrolio, fondi congelati e sanzioni, mentre rinvia a un negoziato successivo i dossier più difficili: nucleare, garanzie, ispezioni, calendario della revoca delle misure restrittive e assetto definitivo della sicurezza regionale.

La sua architettura è il cuore politico del testo. Da una parte ci sono concessioni che scattano subito o entro 30 giorni. Dall’altra, i nodi strategici vengono consegnati a un percorso di 60 giorni, prorogabile solo con consenso reciproco. È qui che l’accordo mostra la sua vera natura: Teheran ottiene ossigeno immediato, Washington ottiene una promessa di negoziato.

Alcune testate, tra cui Bloomberg e Al Arabiya, hanno pubblicato una bozza dell’accordo in 14 punti che sarebbe dovuto passare alla firma a Lucerna. Nonostante successive precisazioni e smentite, gli Stati Uniti hanno pubblicato il testo ufficiale del memorandum d’intesa con l’Iran. Un alto funzionario dell’amministrazione americana, citato dalla Cnn, ha letto il documento in 14 punti. La firma viene collocata a Versailles, con Donald Trump e Masoud Pezeshkian al centro della scena diplomatica.

Fine della guerra, anche in Libano

Il primo punto stabilisce la cessazione “immediata e permanente” delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano. Non è una formula casuale. Inserire il Libano nel testo significa collegare l’intesa tra Washington e Teheran al dossier Hezbollah e alle operazioni israeliane nel sud del Paese.

Per l’Iran, è un risultato politico pesante: la tregua non riguarda solo il confronto diretto con gli Stati Uniti, ma si estende a uno dei principali fronti della sua rete regionale di alleanze. Per Washington, invece, è il tentativo di impedire che nuove operazioni israeliane contro Hezbollah facciano saltare l’intero impianto dell’accordo. Tradotto: l’America firma anche per contenere i propri alleati, perché la stabilità che cerca non dipende più solo dalla propria volontà.

Il memorandum impegna le parti a non avviare guerre o operazioni militari l’una contro l’altra, a non minacciare l’uso della forza e a rispettare sovranità e integrità territoriale reciproche. Il secondo punto vieta l’interferenza negli affari interni dell’altra parte. Sulla carta è una clausola standard; nella sostanza è politicamente esplosiva. Per Teheran rappresenta una garanzia contro pressioni esterne sul regime. Per gli oppositori iraniani, può suonare come un arretramento del sostegno americano alle proteste interne.

Sessanta giorni per risolvere ciò che resta irrisolto

Il terzo punto fissa il calendario politico: Stati Uniti e Iran si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo finale entro un massimo di 60 giorni, prorogabili di comune accordo. È una scadenza ambiziosa, quasi temeraria, perché il memorandum lascia aperti proprio i dossier che definiscono il peso reale di ogni intesa con l’Iran.

Entro due mesi dovranno essere chiariti il futuro del programma nucleare iraniano, il calendario della revoca delle sanzioni, i meccanismi di verifica, le garanzie di attuazione e l’impianto definitivo della sicurezza regionale. In altre parole, Washington firma oggi un documento che concede molto subito e sposta a domani la parte più dura del negoziato. È diplomazia, certo. Ma è anche una scommessa ad altissimo rischio.

Il blocco navale rimosso prima del nodo nucleare

Il quarto punto riguarda il blocco navale. Gli Stati Uniti si impegnano ad avviarne subito la rimozione e a completarla entro 30 giorni, insieme alla fine di “disturbi o impedimenti” contro l’Iran. Nello stesso arco di tempo, il traffico verso i porti iraniani dovrà essere ripristinato in proporzione al traffico commerciale riaperto da Teheran nello Stretto di Hormuz.

In una fase successiva, entro 30 giorni dall’accordo finale, Washington dovrà ritirare le proprie forze dalla “prossimità” dell’Iran. È uno dei punti più favorevoli a Teheran: la pressione militare e marittima americana viene allentata rapidamente, mentre il dossier nucleare resta ancora sospeso. L’Iran vede ridursi la morsa. Gli Stati Uniti, invece, scoprono che la superiorità navale non sempre si traduce in superiorità negoziale.

Hormuz riapre, ma il futuro resta ambiguo

Il quinto punto è dedicato allo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio energetico mondiale. L’Iran si impegna a compiere “i migliori sforzi” per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali dal Golfo Persico al Mare di Oman e viceversa. Il traffico dovrà riprendere subito, ma il pieno ripristino potrà richiedere fino a 30 giorni per rimuovere ostacoli tecnici e militari e completare le operazioni di sminamento.

Il transito sarà senza costi per 60 giorni. E qui entra una delle ambiguità più rilevanti del documento: il memorandum non stabilisce esplicitamente che il passaggio resterà gratuito anche dopo quel periodo. Prevede invece che l’Iran apra un dialogo con l’Oman e con gli altri Stati rivieraschi del Golfo per definire la futura amministrazione dello Stretto e i servizi marittimi, nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti sovrani degli Stati costieri.

Il rischio politico è evidente: il tema dei servizi marittimi potrebbe diventare, più avanti, il terreno per una forma di pedaggio o di controllo più assertivo da parte iraniana. Washington ottiene la riapertura della rotta, ma lascia sul tavolo la domanda più delicata: chi governerà davvero il futuro operativo di Hormuz?

Trecento miliardi: la ricostruzione che pesa come una vittoria iraniana

Il sesto punto introduce un piano da almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran. Il documento affida agli Stati Uniti e ai partner regionali il compito di costruire un piano “definitivo e reciprocamente concordato”, con licenze, deroghe e autorizzazioni finanziarie concesse da Washington.

La Casa Bianca ha chiarito che gli Stati Uniti non sono obbligati a contribuire direttamente al fondo. Ma il dato politico resta: l’Iran ottiene l’apertura di un canale gigantesco di ricostruzione economica, verosimilmente alimentabile anche attraverso investimenti dei Paesi del Golfo con il via libera americano. Washington evita l’immagine tossica di un pagamento diretto a Teheran, ma resta il fatto che la cornice dell’accordo riconosce all’Iran un pacchetto di rilancio da 300 miliardi.

Per un Paese strangolato da anni di sanzioni, non è un dettaglio. È una boccata d’ossigeno strategica.

Sanzioni, il principio della fine

Il settimo punto riguarda le sanzioni. Washington si impegna a terminarle tutte, comprese quelle legate alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, quelle del consiglio dei governatori dell’Aiea e le misure unilaterali statunitensi, sia primarie sia secondarie.

Il calendario della revoca non è indicato: dovrà essere concordato nell’accordo finale. Ma l’Iran ottiene il riconoscimento del principio fondamentale: la fine delle sanzioni è dentro il perimetro politico dell’intesa. Gli Stati Uniti mantengono la possibilità di legare tempi e modalità alla verifica degli impegni nucleari iraniani, ma la cornice è ormai scritta. Anche qui, Teheran porta a casa il principio; Washington conserva il calendario.

Il nucleare resta il cuore vago dell’intesa

L’ottavo punto è il cuore del memorandum, ma anche il suo passaggio più fragile. L’Iran riafferma che non procurerà né svilupperà armi nucleari. Le parti concordano di definire un meccanismo per il materiale arricchito già accumulato da Teheran, con una soglia minima: il down-blending sul posto sotto supervisione dell’Aiea.

Significa che il materiale dovrebbe essere diluito, ma il testo non impone esplicitamente che venga trasferito fuori dal Paese. È una differenza fondamentale rispetto ad architetture negoziali più rigide. Il controllo fisico delle scorte resta aperto. E resta aperto anche il futuro dell’arricchimento.

Il memorandum afferma il principio del no all’arma nucleare, ma rimanda a un accordo finale le domande vere: l’Iran potrà continuare ad arricchire uranio? A quali livelli? Con quali centrifughe? In quali siti? Sotto quali ispezioni? Con quali tempi? Per ora, il testo congela il problema. Non lo risolve.

Due mesi di status quo

Il nono punto congela la situazione durante il negoziato. L’Iran manterrà lo status quo del proprio programma nucleare, mentre gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni e non dispiegheranno ulteriori forze nella regione.

È una clausola di stabilizzazione, pensata per impedire alle parti di migliorare la propria posizione negoziale con nuove pressioni militari, economiche o nucleari. Ma anche qui l’equilibrio è sottile: per due mesi il programma iraniano resta al centro del confronto, senza nuove misure coercitive americane. Teheran non avanza formalmente; Washington non stringe ulteriormente. In termini strategici, l’Iran compra tempo. Gli Stati Uniti comprano quiete.

Petrolio e fondi: il beneficio immediato per Teheran

Il decimo punto garantisce a Teheran un vantaggio economico immediato. Fino alla revoca delle sanzioni, il Dipartimento del Tesoro Usa dovrà rilasciare deroghe per l’esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petroliferi e derivati, oltre ai servizi collegati: transazioni bancarie, assicurazioni, trasporti e assistenza connessa.

È un passaggio decisivo perché consente all’Iran di riattivare flussi di entrate prima della conclusione dell’accordo finale. Washington riduce una parte della pressione economica proprio mentre il negoziato nucleare deve ancora entrare nel vivo.

L’undicesimo punto riguarda fondi e asset iraniani congelati o sottoposti a restrizioni. Gli Stati Uniti si impegnano a renderli pienamente disponibili al momento dell’attuazione del memorandum, con procedure da concordare durante i negoziati. I fondi potranno essere usati per pagamenti verso beneficiari finali indicati dalla Banca centrale iraniana.

È uno dei passaggi più sensibili dell’intero testo. Teheran accede a risorse finanziarie rilevanti prima che siano definiti tutti i dettagli dell’accordo finale. Ancora una volta, la dinamica è la stessa: benefici immediati all’Iran, garanzie strategiche rinviate.

Il meccanismo finale e il sigillo dell’Onu

Gli ultimi tre punti costruiscono l’architettura di attuazione. Le parti dovranno creare un meccanismo esecutivo per monitorare il rispetto del memorandum e dell’accordo finale. Dopo l’avvio dell’attuazione dei punti principali, Stati Uniti e Iran apriranno il negoziato sul testo definitivo, concentrandosi sugli altri paragrafi.

L’accordo finale dovrà infine essere approvato da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È il tentativo di dare solidità multilaterale a un’intesa nata come asse diretto tra Washington e Teheran. Ma il passaggio più importante resta quello precedente: l’Iran entra nel negoziato finale avendo già ottenuto rimozione del blocco, riapertura petrolifera, accesso a fondi e prospettiva di fine sanzioni.

Il confronto con Obama che brucia

Il paragone con il passato è inevitabile. Con Barack Obama, l’accordo sul nucleare iraniano era costruito attorno a un impianto tecnico più stringente, con un ruolo centrale dell’Aiea, limiti sull’arricchimento, restrizioni sulle centrifughe, gestione delle scorte e verifiche come condizione per l’alleggerimento delle sanzioni.

La differenza politica è netta. Obama ottenne risultati sul dossier iraniano senza una guerra diretta con Teheran e senza dover negoziare la riapertura di Hormuz dopo una crisi militare. La logica era: prima parametri nucleari verificabili, poi alleggerimento delle sanzioni. Nel memorandum attuale, invece, la sequenza appare rovesciata: prima la de-escalation, il petrolio, i fondi, il blocco navale e la cornice economica; poi, forse, il dettaglio nucleare.

È questo il confronto che fa male a Washington. Obama trattò con un Iran sotto pressione e ottenne un accordo tecnico. Gli Stati Uniti di oggi trattano con un Iran che esce dalla crisi con il coltello dalla parte del manico su molti dossier immediati. La diplomazia di allora comprava verifiche. Questa compra tempo.

Chi vince davvero

La risposta è difficile da rendere elegante: nel breve periodo, vince l’Iran. Vince perché ottiene benefici immediati, concreti, misurabili. Vince perché vede allentarsi la pressione navale. Vince perché riapre canali petroliferi. Vince perché porta dentro il testo il principio della fine delle sanzioni. Vince perché il suo programma nucleare resta congelato, non smantellato. Vince perché il dossier Hezbollah e il Libano entrano nella tregua. Vince perché i fondi e gli asset tornano sul tavolo prima che il negoziato tecnico sia chiuso.

Gli Stati Uniti ottengono la riapertura di Hormuz, la riduzione del rischio di guerra regionale e una dichiarazione iraniana contro l’arma nucleare. Non è poco. Ma non è ancora il cuore del problema. Washington può rivendicare stabilità, ma la stabilità non è una vittoria strategica se viene pagata anticipando concessioni e rimandando le garanzie.

Il memorandum può ancora trasformarsi in un successo americano se nei 60 giorni successivi produrrà un accordo finale robusto, verificabile e tecnicamente severo. Ma allo stato attuale, il testo racconta un’altra storia: Teheran incassa subito, Washington spera di verificare dopo. E nel linguaggio duro degli affari strategici, questa non è forza. È una cambiale firmata sotto pressione.

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