L’Italia del petrolio: siamo i primi (o quasi) in UE, ma il “Texas lucano” non basta a salvarci
L’egemonia della Basilicata: dove batte il cuore nero d’Italia
Non chiamatelo più “oro nero” con romanticismo: per l’Italia, il petrolio ha un nome e un cognome geografico ben preciso. La Basilicata è oggi l’indiscussa dominatrice della produzione nazionale, concentrando oltre l’80% del greggio estratto. Nel 2024, il dato si è fatto ancora più schiacciante: la produzione lucana ha raggiunto circa l’84,81% del totale nazionale (3,7 miliardi di kg su un totale di circa 4,37 miliardi). Il fulcro di questo impero estrattivo è la Val d’Agri (Viggiano), definita come la maggiore realtà petrolifera nell’Europa continentale, affiancata dal distretto di Tempa Rossa-Gorgoglione. Se l’Italia estrae, lo fa quasi esclusivamente qui.
Terraferma vs Mare: il mito dell’offshore al tramonto
Nonostante l’immaginario collettivo sia spesso popolato da piattaforme in mezzo al mare, la realtà dei numeri racconta un’altra storia: il petrolio italiano è un affare di terra. Oltre il 90% dell’estrazione avviene su terraferma (91,10% secondo i dati 2024), lasciando all’offshore solo un marginale 8,90%. La Sicilia, un tempo polo di riferimento con i giacimenti di Gela e Ragusa, oggi gioca un ruolo da comprimaria, pesando solo per il 5,82% della produzione nazionale. Anche il Mar Adriatico, spesso citato per siti come Porto Corsini, sta cambiando pelle: quest’ultima area è oggi legata principalmente all’estrazione di gas e a progetti d’avanguardia per lo stoccaggio della CO2 (CCS) in giacimenti esauriti, piuttosto che alla produzione di greggio.
Il paradosso europeo: campioni in UE, comparse nel mondo
Sventolare il tricolore sulla produzione di idrocarburi produce risultati alterni a seconda della lente utilizzata. Se guardiamo all’Unione Europea (UE-27), l’Italia è ai vertici: nel 2022 è stata indicata come il primo produttore UE di greggio, superando Danimarca e Romania. Tuttavia, basta allargare lo sguardo all’intera “Europa geografica” per ridimensionare il primato: includendo colossi come Norvegia e Regno Unito, la produzione italiana diventa modesta. E se nel conteggio entrasse la Russia, il peso del petrolio nostrano risulterebbe pressoché insignificante su scala globale.
Fabbisogno e pozzi fantasma: la sovranità energetica è un miraggio
Nonostante i record lucani, l’autosufficienza resta un’illusione. La produzione nazionale di petrolio copre appena il 10% del fabbisogno energetico complessivo del Paese. L’Italia rimane un importatore netto, con una dipendenza dall’estero che la produzione domestica riesce a scalfire solo in minima parte. A peggiorare il quadro è lo stato delle infrastrutture: oltre la metà dei pozzi italiani risulta attualmente inattiva o improduttiva, spesso a causa dell’esaurimento naturale dei giacimenti o di stringenti restrizioni normative che ne bloccano l’esercizio. Un parco pozzi “fantasma” che testimonia la complessità di un settore in bilico tra sfruttamento intensivo e transizione energetica.
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