Libano del Sud, razzo colpisce il quartier generale del contingente italiano Unifil a Shama
SHAMA (LIBANO DEL SUD) – Il fronte meridionale del Libano continua a restare ad altissima tensione e, ancora una volta, nel fuoco incrociato tra le forze armate israeliane e Hezbollah finisce l’Unifil. Un razzo ha colpito il quartier generale del contingente italiano nella base di Shama, nel settore Ovest della missione delle Nazioni Unite. Secondo le prime informazioni, l’impatto ha provocato lievi danni all’infrastruttura, senza causare feriti tra i militari presenti.
L’episodio riaccende immediatamente l’allarme sulla sicurezza dei caschi blu schierati lungo la Linea Blu, in una fase in cui il deterioramento del quadro operativo appare sempre più evidente. L’incidente arriva infatti dopo giorni segnati da una nuova escalation nell’area di confine, che aveva già provocato la morte di tre peacekeeper indonesiani e spinto diverse cancellerie internazionali a sollecitare un intervento politico e diplomatico urgente.
Il nuovo attacco alla base di Shama
L’ennesimo coinvolgimento diretto dell’Unifil si è verificato nella base di Shama, uno dei punti nevralgici del dispositivo Onu nel Libano meridionale. Qui opera anche il contingente italiano, tra i più esposti in queste settimane al peggioramento delle condizioni sul terreno. L’attacco non avrebbe provocato vittime, ma conferma quanto il margine di sicurezza per il personale internazionale si sia drasticamente ridotto.
Subito dopo l’accaduto, il ministro della Difesa Guido Crosetto si è messo in contatto con il Capo di Stato Maggiore della Difesa, con il Comandante del COVI e con il Comandante del contingente italiano per ricevere aggiornamenti costanti sulla situazione e sulle condizioni del personale. Le informazioni disponibili indicano che tutti i militari italiani coinvolti sarebbero rimasti incolumi.
Precedenti recenti e rischio costante per i militari italiani
Non si tratta di un caso isolato. Appena due settimane fa, il 16 marzo, gli stessi militari italiani di stanza a Shama avevano corso un nuovo rischio a causa dei detriti di un razzo lanciato dalle milizie sciite e intercettato dai sistemi di difesa israeliani. Un episodio che, già allora, aveva mostrato quanto la presenza Onu fosse ormai compressa dentro uno scenario operativo dominato da lanci, intercettazioni e bombardamenti continui.
La ripetizione di incidenti ravvicinati contro basi e contingenti internazionali conferma una realtà sempre più difficile da ignorare: la missione di interposizione è costretta a muoversi in un contesto in cui la distinzione tra area di monitoraggio e zona di combattimento appare ogni giorno più sfumata.
Escalation lungo la Linea Blu
La situazione sul terreno viene descritta come estremamente critica. Sullo sfondo pesa la crescente pressione offensiva dell’Idf nel sud del Libano, dopo l’ordine del premier israeliano Benjamin Netanyahu di ampliare la zona cuscinetto per proteggere l’Alta Galilea dai raid dei combattenti di Hezbollah, il “Partito di Dio”.
Secondo quanto rilevato dai caschi blu italiani, che contano circa 1.300 unità distribuite nel Paese, nell’ultima settimana si sarebbe superata la soglia dei 100 lanci quotidiani di razzi da parte di Hezbollah e dei 300 colpi al giorno attribuiti all’Idf. Numeri che restituiscono la misura di uno scontro ormai sistematico e che costringono il personale Unifil a raggiungere i bunker praticamente ogni giorno.
In queste condizioni, la missione prosegue con pattugliamenti limitati, con l’obiettivo di proteggere i civili e favorire l’accesso delle agenzie umanitarie nelle aree più esposte. Tuttavia, l’operatività risulta inevitabilmente ridotta dalla necessità di garantire anzitutto la sopravvivenza e la sicurezza dei contingenti internazionali.
Il caso all’Onu e la richiesta di sostegno politico
Dopo la morte dei peacekeeper indonesiani del 31 marzo e dopo un ulteriore attacco che ha coinvolto anche il contingente francese, Parigi ha chiesto la convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nel corso della riunione, il capo delle operazioni di pace dell’Onu, Jean-Pierre Lacroix, ha ribadito che l’Unifil mantiene contatti costanti con tutte le parti nel tentativo di prevenire nuovi incidenti, contenere il rischio di conflitto aperto e favorire, dove possibile, una de-escalation.
Lo stesso Lacroix ha quindi rivolto al Consiglio un appello esplicito affinché venga assicurato un sostegno forte e unanime alla missione in Libano, in una fase che viene giudicata tra le più difficili degli ultimi anni per il dispositivo Onu dispiegato nel Paese.
L’Europa difende il mandato Unifil
In difesa del mandato dell’Unifil si sono espressi anche diversi Paesi europei, Italia compresa, insieme all’Unione europea. In una dichiarazione congiunta, i partner hanno condannato i recenti attacchi contro i contingenti delle Nazioni Unite e hanno esortato tutte le parti coinvolte a garantire la sicurezza del personale, la tutela delle strutture e il pieno rispetto della missione internazionale.
Il messaggio politico inviato da Bruxelles e dalle principali capitali europee punta a ribadire un principio: senza protezione per i caschi blu e senza rispetto delle regole di ingaggio, l’intero meccanismo di stabilizzazione del confine israelo-libanese rischia di perdere efficacia proprio nel momento di massima tensione regionale.
La debolezza di Beirut e il nodo Hezbollah
Alla base della crescente preoccupazione internazionale c’è anche la fragilità del governo di Beirut, che continua a non avere la forza necessaria per contenere militarmente e politicamente Hezbollah. È in questo quadro che le cancellerie europee insistono sulla necessità di riforme capaci di rafforzare le istituzioni libanesi e l’esercito regolare, indicato come unico soggetto che, nel lungo periodo, dovrebbe diventare il garante esclusivo della sicurezza nazionale.
Parallelamente, sul tavolo diplomatico resta l’ipotesi di negoziati diretti con Israele che possano contribuire a consolidare la sovranità del Libano e a definire un equilibrio meno esposto alla logica delle milizie e della deterrenza armata permanente.
Il futuro della missione e le ipotesi sul tavolo
Intanto prende corpo anche una riflessione più ampia sul futuro stesso dell’Unifil. Tra le ipotesi allo studio figurano una revisione delle regole di ingaggio, un rafforzamento delle misure di protezione dei contingenti oppure, nello scenario più estremo, una chiusura anticipata della missione. La decisione spetterà al Consiglio di Sicurezza e potrebbe arrivare già nel mese di giugno.
Per ora, però, il dato politico e operativo più rilevante resta uno: il Libano del Sud continua a essere una delle aree più instabili del Medio Oriente e la missione delle Nazioni Unite, nata per contenere il conflitto, si ritrova sempre più spesso esposta in prima linea, trasformandosi da forza di interposizione in bersaglio potenziale di una guerra a bassa intensità che non mostra segnali di raffreddamento.