“IO, POLIZIOTTO DELLA CATTURANDI, VI RACCONTO COME VIVIAMO”

Ha scritto tre libri, e La catturandi oltre la fiction è
il secondo che, da poliziotto in incognito, dedica al suo gruppo operativo, la
sezione della squadra Mobile di Palermo attiva dal 1995 e che, da allora, ha individuato
e arrestato una trentina di pericolosi latitanti e sgominato la cupola di Cosa
nostra.  Si firma con l’acronimo di I.M.D., e il suo identikit è
sconosciuto. Le sue foto sono a volto coperto dal passamontagna e la sua
identità è segreta. Il motivo è la sicurezza personale e, al momento del primo
libro sulla Catturandi scritto nel 2009, la Polizia di Stato ha dettato le
regole per tutelarla, regole che lui si è impegnato a rispettare.

Catturandi oltre la fiction è diviso in due parti. Nella prima, “L’azione”, I.M.D. riassume
le operazioni recenti e i successi messi a segno dal gruppo della Mobile negli
ultimi anni. Nella seconda, “La riflessione”, formula ipotesi e
ragionamenti sulla trasformazione in corso dentro Cosa nostra e sulle strategie
che sarebbe utile adottare nella lotta contro la Mafia ai giorni nostri.
Qualcosa dell’autore però si può dire: è un poliziotto palermitano, ha
quarant’anni ed è ormai uno scrittore con esperienza. Come esponente della
Catturandi ha partecipato ad arresti eccellenti tra i quali, Bernardo
Provenzano, Giovanni Brusca, Sandro e Salvatore Lo Piccolo, e tanti altri.
Promosso per tre volte per merito straordinario, oggi si occupa di mafie
straniere e di prostituzione
I.M.D. è però restio a lasciarsi andare a bilanci troppo ottimisti.
“Resta ancora molto da fare”, avverte mentre, anche se ammette di non
poter indicare con precisione responsabilità e coperture, tiene a sottolineare
come, dietro i tanti misteri irrisolti che hanno indebolito l’Antimafia negli
ultimi vent’anni, si possa facilmente supporre che ci siano state coperture e
complicità. E accusa: “se non si otterrà la collaborazione da parte di
qualche personaggio direttamente coinvolto nella trattativa Stato-mafia
appartenente all’apparato politico-istituzionale di allora, la possibilità di
far cadere il castello delle menzogne sarà minima”.
A parere del poliziotto in incognito che tanto bene conosce la materia,
infatti, per andare avanti nell’operazione di contrasto contro la criminalità
organizzata, è urgente far luce sui misteri chiave della lotta alla Mafia:
quello che tuttora circonda il fallito attentato a Giovanni Falcone nella sua
villa dell’Addaura, i tanti interrogativi sulla sparizione dell’agenda rossa di
Paolo Borsellino dopo la strage di via D’Amelio, l’omicidio dell’agente di
polizia Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio a Villagrazia di Carini
e, infine, i retroscena di tante altre (troppe) vicende oscure del recente
passato, caratterizzate da depistaggi, distorsioni, mancanza di informazioni e
omertà.

Da poliziotto in incognito, la sua esperienza contro la Mafia nella
Catturandi…

Per dirla con le parole di Cono Incognito, ex dirigente della Catturandi,
è stata un’esperienza entusiasmante, unica nel suo genere. E, aggiungo,
faticosa ma premiante. Va ricordato che questa sezione della Squadra Mobile di
Palermo dal 1995 a oggi ha ottenuto il 100% di risultati positivi. In un
ventennio, oltre trenta pericolosissimi mafiosi fuggiaschi (tra i quali
Bernardo Provenzano, Vito Vitale, Giovanni Brusca e Salvatore e Sandro Lo
Piccolo) sono stati arrestati. E’ finita in carcere l’intera cupola di Cosa
nostra, se si escludono Totò Riina e pochi altri boss, presi dai nostri
“cugini” carabinieri. Di questo lavoro ho scritto in tre dei miei
libri (Catturandi100% sbirro e La Catturandi
– La verità oltre le fiction
), che ho firmato con l’acronimo I.M.D., scelto
con la casa editrice Dario Flaccovio perché, per motivi di sicurezza personale,
all’epoca della mia prima pubblicazione il dipartimento della Polizia di Stato
mi invitò a non usare il mio nome e a non mostrare mai il mio volto. Ecco il
motivo per cui non circolano nemmeno mie fotografie, né riprese video in cui mi
svelo. L’identità di noi poliziotti della sezione è mantenuta segreta perché
abbiamo a che fare con criminali pericolosissimi, dai quali – nonostante tutte
le cautele – abbiamo ricevuto molte intimidazioni. Una volta, solo per fare un
esempio, dopo la fuga del latitante Gaspare Spatuzza, messa in risalto da vari
articoli di stampa, i mafiosi ci fecero recapitare alla Squadra Mobile alcuni
bigliettini di minaccia, diversi dai soliti che riceviamo, e più inquietanti:
riportavano l’annotazione delle targhe di alcune auto civetta che utilizzavamo
per lavoro e, sopra i numeri, erano disegnate alcune croci nere. Questo per
informarci che conoscevano benissimo i mezzi con cui ci spostavamo.
Dal suo osservatorio, che cosa può dire sulla nota e controversa vicenda
della trattativa Stato-mafia?
Proprio per le loro caratteristiche, le indagini della Catturandi non
hanno mai riguardato soggetti diversi dai latitanti di mafia. L’unica cosa che
posso sottolineare è che un foltissimo apparato di uomini e mezzi è stato
utilizzato a protezione della latitanza di Bernardo Provenzano, di fatto
rallentando e ostacolando le indagini mirate alla sua individuazione e al suo
arresto. C’è anche un capitolo su questo argomento nel mio nuovo libro.
Personalmente, non posso che concordare con la tesi della procura della
repubblica di Palermo sull’esistenza di una trattativa e sostenere il
conseguente tentativo di ottenere una verità processuale che faccia luce su tutto
quello che è accaduto. Non entro nel merito della mancata perquisizione nella
casa di Totò Riina in via Bernini, a Palermo, dopo la sua cattura da parte dei
carabinieri, ma sicuramente dal punto di vista operativo, nonostante i
processi, resterà sempre vivo il dubbio che qualcosa di strano o di scorretto
sia successo, coerentemente con quanto afferma chi sospetta e investiga
sull’esistenza della trattativa stessa. Non essendo stato presente e non
conoscendo i dettagli di quell’operazione, non sono in grado di dire nulla di
certo in merito. Ma mi preme sottolineare che in diciott’anni di attività in
polizia, e in particolare di ricerca e arresto dei latitanti, a me non è mai
capitato di non poter fare una perquisizione nel nascondiglio, quando individuato,
di un boss fuggitivo.

Quanto è stato fatto per chiarire i misteri tuttora irrisolti e quanto resta
da fare.

Io credo che da parte delle forze dell’ordine e della magistratura ci sia
il massimo impegno. Nonostante ciò, ritengo che, se non si otterrà la collaborazione
da parte di qualche personaggio direttamente coinvolto nella trattativa
Stato-mafia e appartenente all’apparato politico-istituzionale di allora, la
possibilità di far cadere il castello delle menzogne sia minima. Bisogna fare
luce, assolutamente, sui misteri che circondano il fallito attentato a Giovanni
Falcone nella sua villa dell’Addaura, su che fine abbia fatto l’agenda rossa di
Paolo Borsellino dopo la strage di via D’Amelio, sull’omicidio dell’agente di
polizia Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio a Villagrazia di Carini
e su cosa si celi dietro tante, tantissime altre vicende oscure caratterizzate
da depistaggi, distorsioni, mancanza di informazioni e omertà. Spero vivamente
che il processo imbastito e portato avanti con determinazione dalla Procura di
Palermo sensibilizzi qualcuno o stani chi sa ciò che è accaduto davvero e fino
a ora non ha parlato. Senza una collaborazione da parte di chi è stato
protagonista di questi casi irrisolti sarà difficile arrivare alla verità. Mi rendo
conto che è facile sospettare di altri e non guardare a se stessi. Anche alla
polizia, intendo. E se la trattativa è andata come molti sostengono, pure certi
poliziotti possono aver avuto le loro responsabilità, senza dubbio. Penso però
che molti di coloro che oggi sono dipinti come collusi siano invece vittime,
essi stessi, di una trattativa avvenuta a un livello molto più alto. In ogni
caso, bisogna fare giustizia. Lo dobbiamo ai familiari di chi è stato
assassinato – stritolato da logiche criminali che ancora ci sfuggono – e anche
a noi stessi.
I.M.D. Un poliziotto in incognito

La Catturandi, la verità oltre la fiction
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