“IO, POLIZIOTTO, CHIEDO SCUSA ALLA FAMIGLIA DI STEFANO CUCCHI PER L’OLTRAGGIO INFINITO”

Servo
lo Stato da 26 anni soltanto grazie a un prudente disincanto che mi permette
ancora di sopravvivere tra le pieghe di quel medesimo nulla costituito per lo
più da ingiustizie, bugie, miserie umane, silenzi, paure, sofferenze.

Oggi
intendo rompere quel silenzio cui si è condannati quasi contrattualmente da
regolamenti di servizio che impongono e mitizzano l’obbedire tacendo, perché le
parole pronunciate dal Segretario nazionale del Sap all’esito
della pronuncia di assoluzione non restino consegnate anch’esse al fenomeno di
cui sopra.

Il
diritto di parola consentito al Segretario nazionale del Sap gli ha permesso di
esprimere ”La piena soddisfazione per l’assoluzione di tutti gli imputati ” con
una disinvoltura che abitualmente può trovare applicazione esclusivamente in
uno stadio dove l’unica forma di dolore può derivare abitualmente da un goal
mancato e non già dalla morte violenta di un giovane celebrata in un’aula di
Giustizia.
“Bisogna
finirla in questo Paese di scaricare sui servitori dello Stato la
responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al
limite della legalità. Se uno ha disprezzo della condizione di salute, se uno
conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze” .

Queste parole, in un contesto democratico che ne apprezzasse il loro peso,
sortirebbero reazioni, conseguenze, interrogativi e dibattiti sul loro senso,
sull’utilità e gli effetti di questa allegra scampagnata lessicale sul dolore
di una famiglia nonché una minima inchiesta semantica sul concetto di vita
dissoluta e al limite della legalità. Sarebbe da attendersi dal Segretario la
spiegazione su quanto realmente produca paura in questo Paese e se l’abuso di
alcol e droghe sia causa di morte per lesioni e se vi sia qualcosa di più
dissoluto di un diritto calpestato.

Andrebbe preteso che ci chiarisse se quelle parole siano rappresentative di
tutto l’universo della Polizia o invece siano la personale interpretazione di
un dramma o la recensione di un abominio. E ancora gli andrebbe richiesto se il
silenzio seguito alle sue parole sia l’indicatore di un Paese dove domina sul
diritto l’incertezza, sulla complessità della vita l’omologazione, sui drammi
umani l’assenza di indignazione e l’ignavia.

Per
questo chiedo scusa alla famiglia Cucchi per questo oltraggio infinito,
per questa deriva che non può rappresentare la totalità degli appartenenti alle
forze di polizia neppure quelli a cui per regolamento è precluso il diritto di
indignarsi e di affrancarsi dalla convivenza col divieto di opinione.

Nel dubbio, semplicemente nel dubbio.

Francesco
Nicito, agente della Questura di Bologna

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