Incendiò la moto di un superiore per vendetta. La storia del carabiniere arrestato dai colleghi

Sono stati ieri mattina i suoi stessi colleghi del comando provinciale di Messina ad andarlo a prendere a casa, per portarlo in carcere, a Gazzi. Dove è entrato intorno alle 13. Come si dice in questi casi, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip nei suoi confronti.

E si tratta dell’ex brigadiere dell’Arma Salvatore Scardigno, 52 anni, nato a Caracas in Venezuela, che dopo una serie di guai giudiziari passati nei mesi scorsi e ancora in corso processualmente, ora è accusato anche di incendio aggravato di 4 moto e un’auto, fatto commesso la notte del 22 agosto 2019, in un’autorimessa di pertinenza di una palazzina del complesso residenziale “Parnaso” a Messina.

Lui mirava ad un solo mezzo, ma poi le fiamme si propagarono troppo rischiando di mandare al rogo l’intero palazzo.

Scardigno è ormai un ex militare, congedato dall’Arma per gravi motivi disciplinari. Avrebbe voluto danneggiare il ciclomotore di proprietà di un ufficiale integerrimo dell’Arma ed investigatore di grande esperienza, il tenente colonnello Ivan Boracchia, che è stato a lungo a Messina e da alcuni mesi è in servizio a Gela. Perché? Per “vendicarsi” del fatto che l’ufficiale, che all’epoca dirigeva il Nucleo investigativo di Messina, aveva condotto un’indagine nei suoi confronti, affidatagli dalla procura di Barcellona Pozzo di Gotto, per concussione.

 

L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa alla fine di un’indagine parecchio accurata e con dei riscontri decisivi dei carabinieri del Ris sul riconoscimento. Si è partiti da una serie di filmati sia delle telecamere di sicurezza del complesso dove abitava l’ufficiale sia di alcuni negozi vicini. Si è visto per esempio che un paio di giorni prima dell’attentato l’ex carabiniere andò sul posto per fare un “sopralluogo”, addirittura suonando ad uno dei citofoni per entrare all’interno del complesso. Poi sono stati fatti una serie di riscontri con le cosiddette “celle di aggancio” del telefonino dell’uomo, che hanno praticamente tracciato i suoi spostamenti prima e dopo l’attentato.

I carabinieri del Ris hanno poi ricostruito dalle movenze, dalla corporatura e da altri segni esteriori, una “perfetta corrispondenza” tra l’uomo che quella notte appiccò il fuoco e l’ex brigadiere.

E c’è addirittura un altro particolare, emblematico, che ha portato alla sua identificazione. Un tatuaggio sul suo braccio sinistro, che raffigurava… il simbolo del Nucleo radiomobile dei carabinieri di Messina, reparto dove Scardigno ha prestato servizio per anni. Ancora un altro particolare di non poco conto. Quando eseguì l’attentato, l’ex brigadiere adoperò una determinata maglietta a maniche corte, era agosto. Ebbene con quella stessa maglietta si presentò qualche giorno dopo, per effettuare una delle sue eclatanti proteste davanti al Comando provinciale dell’Arma, dove si sedette su una sdraio chiedendo di parlare con i vertici militari.

In precedenza infatti l’uomo era stato coinvolto in altre vicissitudini giudiziarie, ed aveva inscenato parecchie proteste eclatanti, anche salendo sul campanile del Duomo, dichiarandosi vittima di una macchinazione. Da ultimo era stato indagato per il reato di «indebita induzione a dare o promettere utilità», e poi sospeso, quando era in servizio a Villa San Giovanni. Avrebbe preteso un cane in “regalo” da un allevatore per non multarlo.

Redazione articolo a cura della Gazzetta del Sud

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