IL GIGANTE BUONO ACCAREZZA LA RIFUGIATA IN LACRIME: ENTRAMBI VITTIME DI ERRORI PIÙ GRANDI DI LORO

La foto che l’ha immortalato mentre dispensava una carezza a una migrante sgomberata aRoma ha fatto il giro del web. “L’ha vista mio figlio e mi ha chiamato per dirmi: papà, sono orgoglioso di te”, dice N.G., 48 anni, da 28 in servizio al reparto Mobile di Roma in una intervista al Corriere della Sera.

È lui il protagonista della foto simbolo dello sgombero dello stabile di via Curtatone. “Dopo la prima carica le donne sono tornate nei giardini. Piangevano disperate, temevano di finire in strada e di non riuscire a trovare un’altra sistemazione. Mi sono avvicinato a una di loro e l’ho accarezzata per rassicurarla che le avrebbero trovato un posto dove stare. I miei colleghi, anche se nelle immagini non si vede, hanno fatto lo stesso. Spero che quella signora stia bene e abbia un tetto sulla testa. Mi piacerebbe incontrarla per sapere che si è rasserenata”.

«Dopo la prima carica le donne sono tornate nei giardini. Piangevano disperate, temevano di finire in strada e di non riuscire a trovare un’altra sistemazione. Mi sono avvicinato a una di loro e l’ho accarezzata per rassicurarla che le avrebbero trovato un posto dove stare. I miei colleghi, anche se nelle immagini non si vede, hanno fatto lo stesso».

Originario di Sulmona, padre di due ragazzi di 13 e 16 anni, negli uffici del Viminale l’agente ricorda quel momento con l’espressione di chi è abituato a gestire le tensioni: «Con il metodo di addestramento redman lavoriamo al ritmo di 180-190 battiti al minuto per imparare a convivere con l’adrenalina e a inoculare lo stress». Davanti al dolore, però, prevale il senso di umanità: «Spero che quella signora stia bene e abbia un tetto sulla testa. Mi piacerebbe incontrarla per sapere che si è rasserenata».

E fa molto pensare – sottolinea Paolo Madron per Lettera43 – che ciò avvenga mentre la sinistra governa il Paese e fa strame di uno dei suoi principi identitari, l’accoglienza e la solidarietà, sotto i getti degli idranti, metafora di una sconfitta, della sua incapacità di dare una risposta politica a una questione pur epocale e gigantesca nella sua complessità. Chiamandosi fuori, e delegando a un anonimo agente quella condivisione del dolore di cui non è più capace.