Il generale dei parà denuncia gli stati maggiori sull’uranio in Iraq: “Non posso tutelare i soldati”

(di RQuotidiano | 18 Giugno 2020) – Negli uffici della Procura, e della Procura militare di Roma, c’è un esposto che mette in grave imbarazzo i nostri Stati maggiori. Lo firma un generale dei Corpi speciali dell’Esercito, Roberto Vannacci, già comandante dei parà della Folgore, che dal settembre 2017 all’agosto 2018 ha guidato la missione militare italiana in Iraq ed era il numero due della coalizione internazionale anti-Isis. Ipotizza “gravi e ripetute omissioni nella tutela della salute e della sicurezza del contingente militare italiano, costituito da migliaia di militari impiegati in Iraq e sottoposti, tra l’altro, all’esposizione all’uranio impoverito – scrive il generale Vannacci – senza che alcuna informazione fosse fornita al riguardo e senza che alcuna mitigazione dei rischi fosse attuata”. Ne abbiamo parlato ieri sera a Sono le Venti, la trasmissione di Peter Gomez sul Nove.

L’alto ufficiale, nell’esposto, ricorda che “l’uso su larga scala di uranio impoverito in Iraq sin dal 1991” – dalle 300 alle 450 tonnellate a seconda delle stime, quantità di circa 30 volte superiore a quella impiegata nel Balcani nel ’94-95 e nel ’99 – era “di pubblico dominio” perché “oggetto di numerose pubblicazioni ufficiali” tra cui dal 2011 il progetto Signum (“Studio impatto genotossico nelle unità militari”) e riferisce di aver ricevuto documenti incredibili, addirittura con la classifica di “riservato”, dal generale di divisione aerea Roberto Boi, esponente di alta dirigenza dello staff dell’ammiraglio di squadra Giuseppe Cavo Dragone, allora a capo del Comando operativo interforze (Coi), secondo i quali “non sussistevano allo stato indicazioni e/o informazioni che attestassero come certa la presenza di uranio impoverito in Iraq”. E denuncia “pressioni” del comandante del Coi.

Vannacci, che non è stato punito e anzi è stato promosso generale di divisione, spiega che l’ammiraglio Cavo Dragone, oggi capo di Stato maggiore della Marina, non ha detto il vero quando per minimizzare i rischi ha riferito alla commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito (23 febbraio 2017), presieduta da Gian Piero Scanu, che le missioni in Iraq duravano “tra i 4 e i 6 mesi”.

A Vannacci risulta invece che “sono pianificate in partenza come semestrali e spesso, in corso d’opera, eccedono significativamente tale periodo”. Scrive peraltro di aver rimandato a casa i militari che stavano laggiù da nove mesi. E ancora, documenta di aver ricevuto solo dopo parecchi mesi la nomina a datore di lavoro che lo rendeva responsabile, ai sensi del decreto 90/2010, della sicurezza dei militari, il che comporta l’obbligo di redigere il Documento di valutazione dei rischi (Dvr), di nominare il medico competente e tutti gli altri adempimenti di formazione/informazione dei militari, ma per valutare i rischi mancavano dati, analisi, campionature dei luoghi. Spiega che nessun altro comandante in Iraq aveva ricevuto quella nomina e i Dvr presentati alla stessa Commissione Scanu sarebbero stati elaborati da soggetti privi di titoli oltre che di poteri per attuare la prevenzione.

Le Procure decideranno se e come procedere. Sul piano politico, siamo ancora una volta alla negazione del problema dopo oltre 150 sentenze che hanno condannato la Difesa a pagare risarcimenti e indennità a militari che hanno contratto gravi malattie, per lo più leucemie e linfomi, a causa delle contaminazioni prodotte dall’uranio impoverito, per lo più dovute alle nanoparticelle metalliche che si sprigionano con la combustione dei materiali perforati dai proiettili rivestiti con la sostanza in questione. L’Osservatorio militare dell’ex maresciallo Domenico Leggiero conta oltre 7.600 malati e 375 morti.

Il Fatto e Sono le Venti hanno chiesto agli Stati maggiori di poter intervistare il generale Vannacci, l’ammiraglio Cavo Dragone e altri ufficiali a conoscenza dei fatti, ricevendo risposte negative motivate con le indagini in corso.

Tratto da CongedatiFolgore

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