IL FIGLIO DEL MARESCIALLO MORTO A NASSIRYA: “DA PAPÀ UNA SOLA LEZIONE: MAI ARRENDERSI”

(di Gabriele Moroni) – Quindici anni fa le foto di quel bambino in divisa da carabiniere, ai funerali del padre,commossero l’Italia. A gennaio Fabio compirà 29 anni. Vive ancora a Viadana, nel Mantovano, dove il luogotenente Filippo Merlino, morto a Nassiriya, comandava la stazione dei carabinieri. Fabio è un giovane uomo che ha incominciato a lottare fin dalla sua venuta al mondo, costretto sulla carrozzina da una atrofia muscolare spinale. La vita ha messo alla prova Fabio Merlino senza piegarlo. Un negozio di abbigliamento e articoli sportivi aperto con un socio. Una mamma, Alessandra, a cui non sono mai venuti meno coraggio e determinazione. Carmine Galasso, amico per la vita dalla seconda elementare. Un sogno realizzato: una squadra di wheelchairr hockey o, come si dice oggi, di powerchair hockey (l’hockey in carrozzina).

«Di quel giorno ricordo tutto benissimo. Ero in terza media. Abitavamo in caserma. Sono tornato da scuola alle cinque del pomeriggio. Si sapeva dell’attentato e che papà era fra i feriti lievi. Carmine era andato a casa a depositare la cartella ed era venuto subito da me. Aspettavamo notizie. Alle sette e mezzo di sera ci hanno detto di andare nell’alloggio del maresciallo, sul nostro pianerottolo. Avevo capito che c’era qualcosa di più. Ho chiamato Daniele, un altro amico, avevo un brutto presentimento. Dopo venti minuti sono entrati mia mamma e mia nonna, in lacrime, con il capitano Mennone. ‘Ditemi la verità: papà è morto’. Ma l’avevo capito. Rivivere quei momenti non mi pesa. Anche questo è un modo per ricordare mio padre. Era venuto a trovarci a Ischia per il compleanno di mamma. Ci sentivamo tre volte al giorno, l’ultima la sera prima dell’attentato. Sarebbe tornato dopo tre giorni».

Alessandra e Fabio: due vite da riprogrammare. Fabio incontra lo sport. E dietro c’è l’ombra del padre-amico. «Con papà andavamo sempre allo stadio. Un giorno, a Bologna, mi hanno parlato del wheelchair hockey. Mi aveva promesso che mi ci avrebbe portato. Me lo ha ricordato anche nell’ultima telefonata. È stato uno dei suoi grandi insegnamenti: non arrendersi mai. A settembre del 2005 ho avuto una operazione alla colonna vertebrale per una scoliosi ormai al limite. Tredici ore di operazione, mesi di riabilitazione. Appena mi sono risvegliato ho cercato un contatto con la Federazione di wheelchair. Ho chiesto al presidente Antonio Spinelli quale fosse la società più vicina a Viadana. Era Parma. Sono incominciati i viaggi. Sempre con Carmine. Lui e io siamo un ‘pacchetto’. Ho fatto due campionati in serie A2. Un allenatore di Bologna mi ha visto. Sono andato a Bologna, ci sono rimasto per sei stagioni, sono diventato capitano, ho disputato due finali scudetto, purtroppo entrambe perse, in A1. Ho giocato un anno a Modena. Sono tornato a Bologna. Nell’estate del 2014 ho avuto un incidente stradale, qui a Viadana. Sono volato fuori dall’auto. Fratture scomposte delle tibie, stop di 96 giorni. Il Bologna mi ha messo fuori rosa. Non l’ho mandata giù». Mai arrendersi. «Con Carmine abbiamo deciso di realizzare un progetto che avevano pensato due anni prima, mentre eravamo in vacanza in Puglia: creare una squadra a Viadana. Siamo partiti ventre a terra. Sono nati i Warriors Viadana. Abbiamo coinvolto le nostre fidanzate, mia mamma come tesoriere. La società è stata costituita il 20 settembre 2014, il giorno del mio intervento alla schiena, nove anni prima. L’ho scelto io, perché quel giorno è stato come una seconda nascita. Abbiamo trovato i giocatori, gli sponsor. Dopo solo un mese eravamo già i Macron Warriors Viadana. Il secondo anno ci siamo iscritti al campionato di A2 e abbiamo vinto undici incontri su undici. Il primo anno in A1 abbiamo perso ai play off. Abbiamo perso la finale di Eurocup, come a dire la Champions. Siamo vicecampioni d’Europa».

Due pulmini attrezzati portano in giro la squadra. Viadana è diventata una piccola capitale del wheelchair hockey, un punto di riferimento per ragazzi che possono praticarlo qualunque sia la loro disabilità. Un pensiero non ha mai abbandonato Alessandra e Fabio. «Il mancato riconoscimento della medaglia d’oro al valor militare è un cruccio che ci portiamo dentro. La Croce d’onore è stata conferita a tutti, compresi i feriti. Con il massimo rispetto per i feriti, mio padre e gli altri hanno dato la loro vita. La scorsa settimana una delegazione delle famiglie ha incontrato il ministro della Difesa. Speriamo. Molti italiani sentono parlare degli eroi di Nassiriya e pensano che la medaglia d’orol’abbiano avuta. Non è così. È il minimo dovuto. Noi non demordiamo. E una nostra battaglia e la porteremo avanti». Chi è, oggi, Fabio Merlino? “Mi sento molto realizzato. So che quello che faccio rende felice mia mamma, che con la sua sua forza mi ha dato e insegnato tanto. Se ho questo carattere lo devo a lei. Ho avuto mio padre con me soltanto per tredici anni, ma il suo insegnamento è stato fondamentale. Porto dentro ogni suo gesto. Sono orgoglioso di essere suo figlio. Nel mio piccolo cerco di emularlo, di fare quello che faceva, anche se so che non sarò mai come lui. Non è una fortuna da tutti essere figlio di Filippo Merlino». (Il Giorno)

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