Il carabiniere: «Io ho solo reagito a una pistola puntata alla mia tempia. Sono stati attimi. Non è stato facile»

, ha rilasciato una serie di interviste ai media per raccontare la sua versione della storia, che non combacia con quella del carabiniere. Due elementi non quadrano: un presunto foro d’ingresso di proiettile esploso dal carabiniere in borghese, all’altezza della nuca; e persino l’ipotesi che la coppia di minorenni avesse preso di mira proprio il militare libero dal servizio, che era in compagnia della fidanzata. La dinamica e la sequenza di quelle fasi, con i due ragazzini che impugnano una pistola risultata poi giocattolo (era priva del tappo rosso che ne caratterizza la funzione “scenica”) diventa a questo punto di fondamentale importanza. E per questo bisognerà attendere gli esami autoptici e l’acquisizione delle immagini di videosorveglianza. Il Mattino enumera il giallo del terzo colpo e della pistola scarrellata:

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Altro punto oscuro, altro punto decisamente controverso riguarda il terzo colpo: contro chi è stato esploso? Contro il 15enne che cercava di scappare, magari in un raptus di paura, o contro il complice del 15enne? Difeso dal penalista Mario Bruno, il 17enne ha spiegato di aver avuto paura, dopo aver visto il corpo dell’amico riverso a terra e dopo aver incrociato per un attimo lo sguardo del carabiniere con l’arma in mano. È un punto controverso, che potrà essere chiarito solo alla luce di testimonianze raccolte in queste ore o attraverso la visione di eventuali immagini raccolte dalle telecamere in zona. Ma c’è un altro particolare destinato a risultare significativo nel corso dell’inchiesta: il carabiniere dice infatti di essersi qualificato, di aver urlato «alt, sono un carabiniere», in quella manciata di istanti che hanno fatto seguito allo scarrellamento della pistola giocattolo (ma senza tappetto rosso) impugnata dal 15enne. C’è stato lo scarrellamento della pistola giocattolo? Il carabiniere si è qualificato dinanzi ai rapinatori? E a chi era diretto il terzo colpo?

La versione del carabiniere A. sulla morte di Ugo Russo

Conchita Sannino su Repubblica riporta invece la versione del carabiniere, figlio di un brigadiere in servizio a Napoli. A. ha trascorso — raccontano i colleghi — infanzia e adolescenza in questa città di cui conosce inferno e delizie, il papà stimato sottufficiale, poi la scelta di seguirne la strada, fino all’altra notte.

Un film ripercorso con lucidità, un autocontrollo che ha sorpreso anche suoi colleghi. Quando mancavano «forse una ventina di minuti all’una di notte e io stavo parcheggiando l’auto, con la mia fidanzata», è la ricostruzione del racconto — ecco quel ragazzo che gli punta l’arma dal finestrino. «Sembra una pistola a tutti gli effetti». Ora quell’oggetto è in mano agli inquirenti: perfetta replica di una Beretta. A. si qualifica, reagisce, spara. Tre colpi. Mortali.

Un proiettile che raggiunge l’adolescente alla testa, forse mentre è in torsione, mentre sta per urlare e fuggire. «Io ho solo reagito a una pistola puntata alla mia tempia», è il punto che affronta con gli investigatori. Una frase che viene scandita e motivata più volte, mentre da fuori arrivano notizie che quella vittima è solo un ragazzino, ha una famiglia sgangherata, mentre c’è un ospedale già devastato dall’ira degli amici della Pignasecca.

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«Sono stati attimi. Non è stato facile», spiega ancora lui, prima con un filo di voce, poi con dolore, poi sempre più controllato mentre l’indagine fa il suo lavoro: raccogliere dati, riascoltare testimonianze, mettere insieme i pezzi. «Non ho mai fatto male a nessuno in vita mia — mormora poi, quando ritrova la forza per parlare con qualche collega — questa divisa la porto per difendere gli altri, ma come posso immaginare di non reagire se vedo una pistola a un centimetro dalla mia testa?».

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