GLI UNDICIMILA DIRIGENTI DELLE FORZE ARMATE. LA RIFORMA DELLE CARRIERE CHE SCATENA LE POLEMICHE

(di Luca Marco Comellini per Tiscali Notizie) – L’amministrazione militare è forte di un esercito di dirigenti che conta al suo interno 45 generali di corpo d’armata, 108 generali di divisione, 269 generali di brigata e 2149 colonnelli. A questi, se tutto filerà liscio, si aggiungeranno dal 1 gennaio 2018 altri 9.305 tenenti colonnello e maggiori che, senza colpo ferire passeranno nei ruoli dei dirigenti, con il connesso trattamento economico. A conti fatti la Difesa, compresa l’Arma dei carabinieri, su un organico di circa 270mila militari avrà ben 11.876 dirigenti. Cioè un dirigente ogni 23 dipendenti, circa. Sicuramente è questo l’aspetto più inquietante del riordino delle carriere del personale delle forze armate e di polizia annunciato da una raggiante ministra Pinotti al termine del Consiglio dei ministri dello scorso 23 febbraio. Militari e poliziotti attendevano la notizia da oltre un ventennio l’approvazione dello schema di decreto legislativo per riordinare i ruoli le carriere del personale delle forze armate e di polizia e del corpo dei vigili del fuoco.

La soddisfazione dei Cocer

Per dare forza alle sue parole la ministra ha parlato della soddisfazione dei Cocer – e non poteva essere altrimenti visto che in questi giorni il Cocer ha incassato il secondo anno di proroga del mandato elettivo, con un costo per il contribuente di 4,2 milioni di euro per le sole spese di missione e una evidente prevaricazione del diritto-dovere di voto dei restanti circa 300mila cittadini con le stellette – e ha raccontato che mentre era in tour in Kuwait un militare dell’Aeronautica, fuori dai rigidi rapporti gerarchici, incontrandola durante la pausa pranzo, le avrebbe chiesto se sarebbero riusciti a portare a termine il provvedimento. Forse in realtà quell’aviere era preoccupato per il disastro che oggi è sotto gli occhi di tutti.

I problemi di truppa e sottufficiali

Per i militari, quelli della truppa i sottufficiali – i cosiddetti ruoli non direttivi – i guai erano iniziati nel 1995 quando il Governo Dini approvò un corposo pacchetto di decreti legislativi nel tentativo di dare attuazione all’art. 3 della legge 6 marzo 1992, n. 216, in materia di riordino dei ruoli, modifica alle norme di reclutamento, stato ed avanzamento del personale non direttivo e non dirigente delle Forze armate, dell’Arma dei carabinieri, del Corpo della guardia di finanza e del corpo forestale, della polizia e del corpo di polizia penitenziaria.

“Il disordino delle carriere”

Già all’epoca le organizzazioni sindacali delle forze di polizia a ordinamento civile – e non i Cocer – avevano bollato quei provvedimenti come il “disordino delle carriere” tant’è che nel 2003, l’allora governo Berlusconi, per rispondere alle pressanti richieste di un complessivo riordino delle carriere dei poliziotti e dei militari, fu costretto ad inserire nella legge finanziaria una norma che creava una specie di salvadanaio dove ogni anno sarebbero stati accantonati un po’ di soldi fino a quando non sarebbe stata raggiunta la somma necessaria a finanziare i provvedimenti normativi. Somma che all’epoca era stata stimata in oltre un miliardo di euro.

Il riordino delle carriere

Prima del 2010 il fondo per il riordino delle carriere, dal 2006 alimentato con 122 milioni l’anno, conteneva poco più di 760 milioni. Come tutti i salvadanai anche quello creato da Berlusconi in tempi di crisi tornò utile ad altri che lo utilizzarono prelevando la maggior parte di quei soldi per finanziare altre esigenze fino a quando, nel 2015, in occasione della svendita del corpo forestale all’Arma, si tornò a parlare del riordino delle carriere per accorgersi che dopo 13 anni di attesa di quei risparmi erano rimasti disponibili solo 119 milioni: briciole in confronto al miliardo di euro che sarebbe servito per risistemare i danni fatti nel 1995.

Contenti ufficiali e i dirigenti

Tornando al motivo di giubilo della Pinotti basta leggere il corposo provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri per capire che gli unici ad essere contenti saranno gli ufficiali e i dirigenti. Il tanto atteso e acclamato riordino a conti fatti si è tradotto, per un verso, in una illogica modifica del trattamento economico che a ben vedere ha ampliato ancora di più le distanze già ampie tra la paga della truppa e quella dei generali e, per l’altro, nell’inserimento in alcuni ruoli di qualifiche apicali e requisiti più stringenti per passare al grado successivo.

Certo sarebbe stato discutibile per altri versi anche un provvedimento opposto ma, come hanno fatto notare tutte le organizzazioni sindacali: il governo ha disatteso lo spirito della norma del “92 e non è riuscito a sanare gli errori commessi nel “95. Nel complesso i provvedimenti varati hanno deluso le aspettative di tutti gli interessati che ora temono di dover subire, oltre al danno, la beffa di doversi accontentare di pochi spiccioli tra riordino e rinnovo del contratto di lavoro e che questi potrebbero essere nel complesso anche inferiori al bonus renziano di 80 euro che comunque è destinato a sparire già dal 2018.

La discussione è ancora aperta

Nelle prossime settimane il provvedimento approvato dal Governo Gentiloni dovrà superare il vaglio del Consiglio di Stato e passerà dal Parlamento per il parere non vincolante. La discussione è quindi ancora aperta ma sono certo – e non credo di essere il solo a pensarlo – che i Giudici di Palazzo Spada, per quanto gli compete, non mancheranno di far rilevare le numerose contraddizioni e anomalie del provvedimento e di come, piuttosto che di una complessiva riorganizzazione logica e omogenea delle progressioni di carriera, il governo si sia prodigato in una sistematica e certosina, quasi paranoica, ricerca della soluzione adatta, o adattabile, a soddisfare le esigenze degli amici e gli amici degli amici.