IL GENERALE PREFERISCE L’AUTO BLU. ANCHE PER ANDARE AL LAVORO

Per muoversi sulla tratta quotidiana casa – lavoro – casa non potevano rinunciare all’auto blu. Anche se, in base alla normativa in vigore sin dall’agosto 2011, avrebbero avuto diritto ad utilizzare la vettura con autista solo in caso di effettiva necessità per “inderogabili ragioni di servizio”. Con queste accuse sette generali dell’Areonautica Militare sono finiti nel mirino della Corte dei Conti del Lazio, raggiunti (il 9 febbraio scorso) da altrettanti inviti a dedurre spediti dal vice procuratore generale Rosa Francaviglia. E’ quanto riporta Martino Villosio a l’Epresso.
Non si tratta ovviamente di condanne, ma di contestazioni formulate attraverso uno strumento assimilabile all’avviso di garanzia in sede penale che rivelerebbero però, almeno dalla lettura delle carte, come il più inveterato status symbol del potere e sottopotere ministeriale continui ad esercitare le sue lusinghe malgrado tutte le campagne anticasta e le normative sempre più stringenti varate in questi anni in materia. Persino su chi, all’interno dell’amministrazione pubblica, è stato incaricato ufficialmente di vigilare sulla trasparenza del proprio ente.

Il responsabile anticorruzione e l’auto blu

Il danno erariale maggiore, 13.681 euro per il costo delle corse tra la sua abitazione e l’ufficio (e viceversa) tra il 2011 e il 2014, è infatti contestato al generale ispettore Arnaldo D’Orazio: capo del Corpo di Commissariato Aeronautico ma anche, come si legge nel sito del Ministero della Difesa, “Referente dell’Aeronautica Militare per la Prevenzione della Corruzione e per la Trasparenza”. Si tratta, tanto per intenderci, della figura incaricata di produrre la relazione annuale sull’efficacia delle misure di prevenzione in materia di corruzione per la forza armata in questione, e di consegnarla nelle mani dell’ANAC guidata da Raffaele Cantone.

A D’Orazio, come agli altri sei generali del Comando Logistico dell’Areonautica di Roma, la magistratura contabile contesta di aver utilizzato le autovetture in modo “non conforme” alle disposizioni introdotte dal DPCM del 3 agosto 2011. Si tratta del decreto della Presidenza del Consiglio che, nell’estate della grande tempesta finanziaria di cinque anni fa, diede attuazione alla legge varata dall’allora governo Berlusconi nel tentativo di dare una prima stretta sull’uso delle auto blu nella pubblica amministrazione. Una normativa che, con lo scopo di “conseguire obiettivi di razionalizzazione e trasparenza”, stabiliva come l’utilizzo di autovetture di servizio con autista assegnate in uso non esclusivo fosse consentito “per i casi di effettiva necessità legata ad inderogabili ragioni di servizio”. Invitando i soggetti beneficiari dell’auto blu, al di fuori delle autorità cui questa è assegnata in via esclusiva, ad utilizzare in alternativa i mezzi pubblici.

La metro, questa sconosciuta

Un’opzione che, almeno a parere della magistratura contabile, sarebbe stata scartata quasi sistematicamente dai generali a capo del Comando Logistico accusati di danno erariale. Per la procura della Corte dei Conti del Lazio avrebbero utilizzato il servizio di trasporto “abitazione – sede di lavoro – abitazione” pur avendo domicilio “a distanza variabile tra 3 e 38 chilometri dalla sede di lavoro, mentre tra gli altri ufficiali che non hanno utilizzato tale servizio ne risultano alcuni che pure avevano domicilio a distanza significativa: due rispettivamente a 30 e 35 chilometri, uno a 78”.

Dalle carte emerge il caso del generale ispettore capo Marcello Di Lauro, comandante del servizio infrastrutture del Comando Logistico: pur risultando residente a 350 metri da piazza Bologna e dalla sua stazione della metropolitana sulla linea B, si sarebbe fatto accompagnare al lavoro dall’auto blu nella sede del Comando situata in viale dell’Università, vicino alla fermata di Castro Pretorio. Meno di tre chilometri di distanza tra casa e ufficio per percorrere i quali, in base alle contestazioni, avrebbe causato al ministero della Difesa un danno erariale da 73 euro tra il settembre del 2011 e il dicembre del 2012. Cifra comunque modesta, a fronte dei 3.003 euro contestati al generale Pierluigi Ciardelli per un periodo che va dall’11 marzo al 31 dicembre 2014.

Il totale del danno erariale causato secondo la magistratura contabile dai generali affezionati all’auto blu (accusati “a titolo di responsabilità gravemente colposa” e invitati a presentare le proprie controdeduzioni rispetto alle accuse formulate) sarebbe di 19.923,70 euro. Una cifra che comprende il costo del carburante (quantificato in 6.599 euro complessivi) e delle prestazioni di lavoro straordinario degli autisti, prima o dopo l’ordinario orario di lavoro (per totali 13.324 euro). Il periodo preso in considerazione dalla procura della cdc va dal 14 settembre 2011 al 31 dicembre 2014 e riguarda, dunque, anche alcuni mesi successivi all’entrata in vigore del DPCM 25 settembre 2014 che ha dato un’ulteriore stretta sull’uso delle auto blu: “l’utilizzo delle autovetture di servizio a uso non esclusivo”, ricorda la Corte dei Conti nel suo invito a dedurre, in base alla nuova normativa varata da Renzi “è consentito solo per singoli spostamenti per ragioni di servizio, che non comprendono lo spostamento tra abitazione e luogo di lavoro in relazione al normale orario di ufficio”.

Nessuno poteva controllare

Secondo la procura contabile, anche nei casi in cui il trasporto casa – lavoro – casa presentava caratteristiche di maggiore saltuarietà, i generali interessati non avrebbero comunque precisato ed elencato nell’usufruire del servizio le “specifiche necessità richieste”. La direttiva dello Stato Maggiore Difesa del 2012, recependo le novità introdotte nel 2011 dal governo, ha infatti previsto che le auto blu non siano assegnate stabilmente a persone determinate all’interno di un ente, di un organismo o di un ufficio, ma che siano adibite al trasporto di personale per esigenze di “prontezza d’impiego, flessibilità di orario, mobilità e reperibilità limitatamente ai servizi in sede” debitamente documentate. Esigenze che, sostiene la procura della Corte dei Conti del Lazio, non sarebbero state indicate come d’obbligo nelle richieste di trasporto e nelle relative autorizzazioni concesse. Anche perché, sempre a giudizio dei magistrati contabili, i generali responsabili dell’assegnazione dei veicoli “non sono stati nelle condizioni di poter effettuare una valutazione di merito sulle esigenze funzionali alla base delle richieste di utilizzo delle autovetture note, di fatto, ai soli Capi Articolazione richiedenti”.

In sostanza gli addetti al controllo non avrebbero avuto alcun potere di controllare né di opporsi alla concessione dei veicoli.

I presunti illeciti erariali sono emersi solo in seguito agli sviluppi di un’ispezione della Ragioneria dello Stato, svolta dal giugno al settembre 2014. Dopo i controlli e i rilievi degli ispettori del Ministero dell’Economia, nel dicembre dello stesso anno, è stato lo stesso Capo di Stato Maggiore dell’Areonautica a intervenire con delle linee di indirizzo rivolte agli Alti Comandanti sull’uso delle auto blu. Indicazioni poi ribadite e ulteriormente chiarite da un’ennesima nota, risalente a febbraio 2015, da parte del Comando Supporto Enti di Vertice con l’indicazione delle particolari condizioni in cui può essere richiesto il trasporto casa – lavoro – casa.

Il nuovo reato

Un fiorire di circolari, norme e precisazioni che testimonia da un lato l’impegno dei vertici dell’Areonautica una volta emerse le contestazioni ai generali, dall’altro tutta la riluttanza e lo sgusciante estro interpretativo che sembra accompagnare, nei meandri della pubblica amministrazione, l’abbandono progressivo del ricorso superfluo all’auto blu. Anche se, per gli appartenenti alle forze armate, il rischio è quello di incorrere nel reato di peculato militare con pene che possono arrivare fino a 10 anni e il rischio di essere rimossi o degradati.
Mentre solo venti giorni fa, la Camera dei Deputati ha approvato quasi all’unanimità una legge proposta dal Movimento Cinque Stelle che mette nel mirino proprio l’utilizzo delle vetture di servizio con autista per il trasporto casa – lavoro – casa: se la norma sarà approvata anche dal Senato, il vizietto diventerà reato penale, punito come peculato d’uso con pene che possono arrivare fino a tre anni.

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