FORZE DI POLIZIA: PER NON VIOLARE LA PRIVACY LA DIA DIMEZZA GLI ACCESSI ALLO S.D.I.

Ventiquattro ore dopo l’uscita
di Matteo Renzi con la sua ricetta contro la “mafia spa”, il direttore della
Dia, Arturo De Felice, ha diramato una circolare a tutti i centri operativi
sparsi sul territorio nazionale per dimezzare gli strumenti di controllo sulle
imprese, società e persone fisiche. “Armi” che servono proprio a
indagare sull’economia criminale.

Il direttore della Dia la chiama
“rimodulazione” o “razionalizzazione”, ma in pratica è il dimezzamento di
accessi per gli operatori di polizia giudiziaria alle banche dati delle forze
dell’ordine (Sdi) o delle camere di commercio (Infocamere). Sono strumenti
fondamentali per un apparato investigativo come la Dia, che da anni è chiamata
a controllare e contrastare gli affari mafiosi e il riciclaggio, le
infiltrazioni dei clan negli appalti pubblici e a proporre ai giudici sequestri
di beni in mano alle mafie.
La Dia è stata chiamata a
controllare e dunque evitare le infiltrazioni nei lavori dell’Expo di Milano e
grazie a queste banche dati è possibile conoscere in tempo reale la formazione
delle compagini societarie, i precedenti penali di operai o imprenditori. In
questo modo si traccia subito uno screening informativo.
Lo Sdi è un sistema interforze
che permette di avere a disposizione un’unica banca dati dove i vari tipi di
informazioni vengono alimentate in un unico formato da tutte le forze di
polizia. È un sistema chiuso, accessibile solo da postazioni di lavoro
certificate che consentono l’acquisizione delle informazioni utilizzando una
rete intranet, senza esporsi ad interazioni con la rete pubblica. L’accesso
alla banca dati è possibile solo a persone autorizzate e con abilitazione di un
apposito profilo, diversificato a seconda delle informazioni che il personale
deve conoscere, in ragione delle mansioni da svolgere. Adesso, secondo il
direttore della Dia, il numero delle credenziali di accesso deve essere
“rimodulato”, cioè, ridotto.
Secondo De Felice «la necessità
di un adeguato uso del sistema impone, sulla scorta anche delle cogenti
prescrizioni impartite nel tempo dal Garante sulla privacy, una limitazione
sulle abilitazioni all’utilizzo dello Sdi». È una notizia che fa saltare sulla
sedia tutti gli investigatori. È come dire: le pistole possono uccidere e non
tutti gli investigatori le possono avere. La colpa in questo caso sembra essere
stata scaricata su provvedimenti emanati dal Garante sulla privacy a cui De
Felice nella sua circolare fa riferimento.
Saranno razionalizzate anche le
abilitazioni agli accessi Infocamere perché qui c’è un problema economico.
Questo importante database è a pagamento, ma le forze dell’ordine godono di
buone convenzioni. «La più volte richiamata contingenza economica e la
conseguente necessità di una concreta razionalizzazione delle risorse,
impongono una riflessione sulle attribuzioni delle abilitazioni al sistema
Infocamere» scrive il direttore della Dia nella circolare. De Felice però
sottolinea che ha “riguardo” del «perseguimento degli obiettivi istituzionali»
e nonostante ciò «provvederà a rimodulare i criteri di assegnazione delle credenziali
di accesso ai vari operatori della Dia». Con queste armi spuntate come si può
pensare di avviare il contrasto a quell’economia criminale che colpisce imprese
e società al collasso.
La Direzione investigativa
antimafia in questi ultimi anni ha subito pesanti ridimensionamenti, anche se
la legge stabilisce che dovrebbe essere un organo interforze a cui dovrebbero
fare capo per le indagini antimafia le altre forze di polizia. Come previsto
dal testo unico antimafia varato dal ministro Alfano. Ma è una norma rimasta
inattuata.
Oltre che negli strumenti la
Dia ha subito riduzioni anche nel trattamento dell’organico, con i costanti
tagli al bilancio. L’ultimo riguarda il “Tea”, il trattamento economico
accessorio che viene erogato ai 1.300 dipendenti. Sino a due anni fa questa
voce di bilancio – che rappresenta il 20 per cento dello stipendio – era
considerata una spesa obbligatoria. Dal 2011 in poi, con le leggi di stabilità,
il “Tea” per gli uomini dell’Antimafia rischia di diventare un miraggio, perché
quelle somme non sono più stanziate automaticamente per legge, ma soggette alla
discrezionalità dell’Esecutivo che ne dispone il pagamento con successivo
decreto.
Per garantire il “Tea”
servirebbero 6 milioni di euro l’anno, ma la somma disponibile ammonta a poco
più della metà. Dal 2001 al 2012 il bilancio della Dia è passato da 28 milioni
di euro a 17. E c’è pure carenza di personale: per lavorare a pieno regime la
pianta organica prevede circa tremila tra funzionari e investigatori. In
servizio ce ne sono meno della metà. La speranza è che almeno questo punto, il
sostegno economico all’antimafia, possa essere inserito dal presidente del
consiglio Matteo Renzi fra quelli che ha previsto contro la “mafia spa”.
espresso.it
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