FALSA OPERAZIONE PER AVERE UN PREMIO. ARRESTATI DUE POLIZIOTTI

Un poliziotto urla via radio: “Stiamo inseguendo una Hyundai Atos allo Zen 2, ci stanno sparando”. La città si riempie di sirene, parte una colossale caccia all’uomo. E mezz’ora dopo viene arrestato un rom, un piccolo ladro di auto. Sedici marzo dell’anno scorso, un pomeriggio concitato. Il giorno di un grosso abbaglio. Quel giovane rimasto in carcere 50 giorni non aveva mai sparato contro gli agenti, perché nessuna sparatoria c’era mai stata. Era tutta una messinscena. E ieri mattina sono finiti agli arresti domiciliari un ispettore e un assistente capo che all’epoca erano in servizio all’armeria della caserma Lungaro. Sono i protagonisti dell’allarme lanciato via radio alla centrale operativa.

Si tratta di Francesco Elia, 56 anni, e di Alessandra Salamone, 49.

Sono pesanti le accuse che vengono contestate dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Dino Petralia e dal sostituto Maurizio Bonaccorso: calunnia, simulazione di reato, falso, procurato allarme, danneggiamento. Il gip Maria Pino non ha avuto dubbi sulla ricostruzione. E il giovane rom è stato scagionato definitivamente: quel pomeriggio, aveva appena rubato un’auto e pensava che tutte quelle volanti fossero per lui, ecco perché scappava.

Eppure, i segni di una sparatoria sembravano esserci tutti. Una ferita di striscio sul braccio dell’ispettore Elia, un proiettile conficcato sul cofano dell’auto della polizia. Ma sin dall’inizio di tutta questa storia qualche dubbio era sorto al questore Guido Longo. Gli investigatori del commissariato San Lorenzo hanno analizzato le immagini della telecamera sistemata nel parcheggio del centro commerciale “Conca d’oro”, che riprende un tratto di strada fra via Scordia e via San Nicola. E la verità è cominciata ad emergere: alle 18.15, si vede l’auto della polizia che procede ad andatura regolare, e davanti non c’è alcuna Atos che scappa.

Da quel punto, ci vogliono trenta secondi per arrivare all’angolo fra via San Nicola e via Rocky Marciano, dove scatta l’allarme via radio. Trenta secondi. E, invece, la comunicazione radio è rimasta registrata nel server della sala operativa alle 18.24. È quel buco di nove minuti ad aver portato ai domiciliari i due poliziotti. La Scientifica ha aggiunto dettagli importanti: il colpo sul cofano della volante sarebbe stato sparato da cinque metri, e non da quaranta, come invece aveva raccontato l’ispettore. Le indagini della squadra mobile, diretta da Rodolfo Ruperti, hanno completato il quadro. Nei mesi scorsi, Elia ha presentato un’istanza al ministero dell’Interno: chiedeva di essere riconosciuto “vittima del dovere”, chiedeva anche un “equo indennizzo” per “causa di servizio”. Una brutta storia.

Palermo Repubblica

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